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In
Viaggio con papà
Soffiato da De Hadeln al Festival di Locarno (la Bignardi non gliel'ha ancora perdonata) IL RITORNO vince la kermesse veneziana mettendo, pare, tutti d'accordo (il film piace e piacerà, altri allori lo attendono). Cosa si vuole di più da un debuttante? Zvyagintsev gira bene, si concede un inizio molto bello (la contesa tra gli adolescenti), gioca di rimandi inserendo presagicamente, dopo 8 minuti, sull'inquadratura del padre dormiente, una citazione letterale del Cristo morto del Mantegna che, come la torretta dell'inizio, tornerà nel finale in effettiva chiave mortuaria. Poi il rosario delle questioni: il padre per tanto tempo atteso e che si materializza all'improvviso dov'è stato in tutti questi anni? E dove sta andando? E perché si porta dietro i figli? Ed è, alla fine, effettivamente il genitore dei due ragazzi? Uno solo - il più importante - di questi interrogativi troverà risposta, il regista operando
abilmente con le omissioni e su una sospensione che se da un lato è massimo merito della pellicola dal'altro risulta trappola riduttiva nella quale il film si impantana: troppo il regista ci si affida, rimbalzando gli interrogativi per una mezz'oretta di troppo, marcendo il dubbio, inacidendosi il sospetto.
Nulla da eccepire sulla rigorosa confezione, sull'uso sapiente di luci e paesaggi, sulla livida, frigida fotografia ma l'opera si risolve in un esercizio a tratti sterile che punta su elementi tematici cristallizzati: il confronto tra il padre e i figli, il diverso atteggiamento di questi ultimi nei confronti del genitore (il soggetto forte e un po' cocciuto del trio che dovrà scontrarsi con altre, impreviste testardaggini), il loro viaggio faticoso e denso di aspettative, le misteriose attività paterne; tali elementi si innestano in una trama che si snoda uguale a se stessa, cambiando solo i luoghi e i tempi, ma in nessun modo evolvendosi e risolvendosi in un dramma che, unico, garantisce il perpetuarsi degli interrogativi iniziali, la preservazione della perplessità dello spettatore che si scioglie infine nella tenerezza un po' patetica della serie di belle fotografie che scorrono prima dei titoli di coda. Il regista è intelligente e cerca di gestire al meglio la sostanza a disposizione, rinviando ai tragici greci e alla Bibbia (singoli momenti iconici che non enumererò), ma la pellicola, per quanto interessante per gli aspetti sopra detti, è ben lontana dal paventato capolavoro potendosi vedere in essa semplicemente un buon punto di partenza per la carriera del suo autore.
Luca Pacilio
(da Venezia)
Il Leone della Discordia
Non e' un film, ma sono pennellate di luce disposte con armonia per dare forma a un racconto. E' un bel debutto quello del russo Andrey Zvyagintsev che dimostra grande padronanza del mezzo cinematografico attraverso una messa in scena essenziale, rigorosa e potente, con una direzione degli attori strepitosa. Il piccolo Ivan Dobronravov, co-protagonista insieme allo scomparso Vladimir Garin, e' impressionante per come si cala nel ruolo del provocatorio fratello minore, alla ricerca di un affetto paterno che non riconosce nell'uomo piombato improvvisamente a casa e che dice di essere suo padre. La storia prevede il viaggio dei due fratelli verso un'isola misteriosa, accompagnati da questa ruvida presenza insinuatasi nella quotidianita' senza alcun preavviso. Chi e'? Cosa vuole da loro? E' davvero il loro genitore naturale o magari vuole ucciderli? E' pericoloso? Perche' si e' ostinato a compiere quel non facile tragitto verso un'isola deserta? L'atmosfera e' carica fin dall'inizio di grande suggestione e gli interrogativi si amplificano di pari passo alla tensione emotiva che accompagna lo schiudersi dei personaggi. L'assenza di comunicazione ingigantisce il divario tra l'adulto e i due bambini e crea paure e rivalita'. Il bisogno di affetto e' la molla scatenante dei personaggi, ma l'incapacita' di concretizzare le intenzioni si traduce in un rifiuto che prende la forma dell'aggressivita'. La tragedia non accade inaspettata, era nell'aria fin dall'inizio, ma giunge ineluttabile. Perfetta l'ambientazione, volutamente non connotata a livello temporale, forte l'incidenza del paesaggio e la cura con cui ogni inquadratura e' composta, quasi a dare l'idea di una successione di quadri in movimento. I valori estetici sono però al servizio della narrazione, arricchita dalle immagini che riflettono con intensita' lo stato d'animo dei personaggi. Si dira' che il film e' costruito a tavolino per piacere a un festival (non a caso Venezia e Locarno se lo sono contesi ed ha poi vinto il Leone d'Oro). Ma se fosse cosi' semplice progettare la riuscita di un film, sarebbe piu' frequente uscire soddisfatti da una sala cinematografica.
Luca Baroncini
(da Venezia)
Un
(eterno) ritorno nel nome del padre
La
sensazione è che al di là di una retorica critica raggrumatasi intorno
alla pellicola di Zvyagintsev non tanto e non solo per la vittoria della
(a questo punto) screditata statuetta veneziana quanto per quella mancata
di Bellocchio (il cui film, Buongiorno,
notte è apprezzabile più per una certa “lateralità” che per la
sua centralistica visione politico-filmica d’insieme) Il ritorno continui a scorrere nella nostra memoria visiva come
ultimo fotogramma di una kermesse dall’interesse fluttuante come i
riflessi aquei nei quali incessantemente si specchia lo splendore
decadente di Venezia, uno scorrere che però, parallelamente al suo
portato filmico, continuiamo a non amare per la semplice ragione che
quello del giovane regista russo è un cinema che non riesce a convincere,
o meglio ad avvincere col susseguirsi di un flusso d’immagini sempre
estremamente schematico.
Il film pone in essere una sorta di schermaglia concettuale dialettica tra
presenza e assenza attraverso uno schema narratologico tutto sommato
semplice (assenza del padre prefilmica – presenza in virtù di un
ritorno inatteso – assenza per la sua altrettanto inattesa perdita –
presenza come indelebilità del ricordo del tempo passato insieme)
legandola ad una figura paterna (in tutti i sensi) centrale ed
inscrivendola in una circolarità strutturale.
Una delle assi semiotiche de Il ritorno si gioca decisamente intorno a questa intelaiatura
dialettica grazie alla quale il senso di una crescita interiore dei
personaggi (i figli Ivàn e Andrej) si compie e, nello stesso tempo, si
consuma in un dramma intimo e familiare.
Una seconda direttrice semiotica tende a catapultare il senso del film,
teleologicamente, verso la fine per cui tutto concorre (tutto il tempo che
i tre personaggi trascorrono insieme in un viaggio che ben presto si
tramuta in educazione esistenziale mettendone in risalto tutti i conflitti
psicologici del caso) prospetticamente a trovare un senso nel lutto del
finale che risarcisca e in qualche modo plachi l’energheia
dialettica investita (il bisogno di avere un padre e soprattutto un
rapporto con un padre che ne determini l’essenza di figli di Andrej e Ivàn,
l’atteggiamento interrogativo e inquieto del piccolo “Vania”
descritto nelle espressioni quasi sempre ingrugnate). Il film si apre con
una morte (la drammaturgia, se così si può definire, del padre-cristo
morto di Mantegna) e si chiude con una morte (quella non più iconografica
ma reale dello stesso padre, comunque ben suggellata, forse la cosa
esteticamente più dignitosa del film, dall’immagine del corpo-cadavere
calato nella barca con tutto il suo pesantore,
come direbbe Heidegger nella felice traduzione di Chiodi, anche se avremmo
preferito che l’intera
sequenza fosse accarezzata dalle note non del pur struggente e bellissimo Requiem mozartiano bensì da quelle di un epicedio funebre ortodosso
nelle cui liturgie bizantine si intonano le parole vecnaja pamjuat, eterna memoria, eterno ritorno di ciò che è
passato e non ha perso il suo valore). In questi termini Il ritorno si (im)pone, non senza concessioni didascaliche come
annuncio di una apocalisse privata, domestica, in cui però il senso della
rivelazione non ha nulla di religioso ma semmai sancisce una verità
pragmatica e umana troppo umana, un’escatologia tutta antropologica che
si configura come legge paterna (il nome-nomos del padre, questa
figura che attraversa il limine tra superuomo e uomo pazzo, simbolo di un logos
da annunciare in cui la follia si fa portatrice, dai mainòmenoi
omerici agli jurodivye della
letteratura russa, di una verità altra che fa parlare gli uomini
attraverso un linguaggio apparentemente incomprensibile) la quale è
costituita da un corredo di insegnamenti tradizionali e pratici, utili per
navigare nelle gelide e torbide acque della vita, molto più di quelle del
lago Ladoga che circonda il
metaforico isolotto nel quale il nucleo familiare concluderà il suo
percorso.
La legge del padre è implacabile nel suo permanere anche dopo la morte,
anzi proprio in virtù di questa morte così sensatamente insensata
(presenza-assenza). Una presenza quasi ingombrante che attesta un ritorno
incessante, eterno, della figura paterna nella memoria di un tempo
connotativamente forte trascorso insieme. Una forza centripeta che solo
alla fine, con la morte, è
capace davvero di imporsi riuscendo filmicamente a tenere unite le tre
figure, in una sorta di trinità profana, nella stessa immagine contro le
direttrici centrifughe rappresentate dalle due figure filiali (una anche
possibilista, Andrej, che si avvicina al modello di Alioscia Karamazov,
l’altra intransigente, “Vania”, più ivankaramazoviano, se si
volesse per forza di cose scomodare Dostoevskij, visto che qualcuno ha
azzardato un richiamo improbabile al Turgenev di Padri
e figli laddove è risaputo che il grande romanziere russo fa
funzionare lo scontro generazionale ad un secondo livello disvelandone un
sottotesto dal respiro
sociologico totalmente assente nel film di Zvyagintsev).
Ciò
che, in conclusione, rischia di avvolgere la pellicola in un amnios di
perplessità è il registro stilistico adottato da Zvyagintsev: una scelta
troppo monoplanare e scolastica nel tematizzare questa catastrofe
dell’intimità familiare, l’utilizzo frequente, quasi televisivo, di
campi e controcampi, il didascalismo degli sfocamenti, la gratuità delle
profondità di campo che in molte occasioni sembrano congelare il film
portandolo ad un grado zero della significazione (l’unico campo lungo
fecondo di un qualche senso sembra essere quello in cui il regista
volutamente esita nell’inseguire la vettura che condurrà padre e figli
verso la tragedia) rendendo alquanto supponente il suo lavorare sulla
sottrazione. E l’impressione, sconsolante, che alla fine di questo
scorrimento affastellante nella nostra memoria a permanere
fotogrammaticamente nei nostri occhi, nel nostro immaginario, non sia la
barca con la macabra presenza a bordo tirata faticosamente a riva dai
figli, bensì, indelebile, fastidiosa, la rapida sequenza di stati
d’animo del piccolo attore Ivàn Dobronravov che piange ricordando la
morte dell’amico Vladimir Garin (in quelle stesse acque in cui è stato
girato il film) che impersonificava Andrej, che ride sollevando il leone
d’oro conquistato. Ma questo fortunatamente accadeva nel più
improbabile dei fuori campo, troppo distante per poter appartenere al
cinema.
Mauro
F. Giorgio
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