| Recensioni
|
Scienza, Arma e Amore
I titoli di testa "cellulari" creano un link
ideale con LA TEMPESTA DI GHIACCIO, dove I Fantastici Quattro
sacrificavano la vita del figlio: il Padre (Nolte) invade l’embrione, ne
reclama il dominio e perpetua il mito di FRANKENSTEIN. Antica ossessione
di Lee e del suo sceneggiatore James Schamus, il tema dell’opprimente ed
insieme necessario rapporto familiare incrocia i destini e gioca un set
doppio fra Amore (Connelly), Trauma freudiano (Bana), Megalomania (Nolte)
e Violenza istituzionale (Elliott). Lee piega il fumetto originale di Stan
Lee e Jack Kirby alla propria logica d’autore, indugia sulla lettura
introspettiva in modo schizofrenico (il precipitoso prologo del 1966, il
rilassato amore perduto a seguire), la infarcisce di gratuiti ghiribizzi
(raccordi verticali, split screen, foto animate) e spazientisce lo
spettatore che vuole l’effetto speciale Hulk (i sogni di rabbia, potere
e libertà), IL DOTTOR JEKYLL E MR. HYDE (si rimpiange il Bill Bixby mesto
e ramingo della serie tv con il culturista Lou Ferrigno, che ha un cameo).
Nondimeno, è intrigante la lettura tragica: personaggio di Talbott a
parte (un grossolano villain), si sfumano le posizioni nella dialettica
fra ricerca della Verità dentro se stessi e attraverso gli altri, fra
assenza affettiva e abuso di presenza, fra causa ed effetto della
mostruosità (più delle radiazioni possono nuocere le colpe dei padri).
Scienza (presunzione) e Arma (paura) sono sconfitte dal colore verde
dell’Amore, quello degli occhi di Jennifer Connelly (il più
bell’effetto speciale), dello spasimante KING KONG e di una madre che,
sacrificandosi per lei, annichilisce la mostruosità. Arriva il gigante
verde e si rimpiange che il film non l’abbia girato un qualsiasi
professionista dell’azione: quando sbaraglia cani, carri armati,
elicotteri, e asfalto di San Francisco, l’eccitazione salta più in alto
di qualsiasi penetrante riflessione. L’epica edipica lotta finale con il
genitore camaleontico è preceduta da un confuso entr’acte teatrale
(illuminati come su di un palcoscenico) e si chiude nel ricordo di un
bacio ricevuto tanti anni prima, perché nessun uomo è geneticamente
malvagio. L’epilogo prevede un seguito.
Niccolò Rangoni Machiavelli
Ad Hulk manca, semplicemente, un’anima.
Sospeso tra il MarvelMovie alla X-Men [a sua volta sospeso tra
l’azione pura e semplice e la riflessione sui tormenti da (super)eroe] e
l’ulteriore ambizione di dire qualcosa in più e di più adulto, il film
di Ang Lee non trova mai una sua identità e si barcamena spaesato
bisbigliando “vorrei ma non posso, non so, non riesco”. Le componenti
tragiche, psicologiche e filosofiche, alla quali Lee sembrava tenere
molto, sono talmente scontate da risultare ben presto tediose e
pretenziose: il tormentato rapporto (ovviamente) edipico padre/figlio non
avvince mai ed è tirato così per le lunghe (e in maniera così
farraginosa) che il climax, con annesso scontro presunto epico, arriva
come una liberazione condita da sbadigli di sufficienza; la parte
sentimentale-amorosa è parimenti appiccicata alla bell’e meglio, con
ovvii rimandi all’archetipo Bella e Bestia, ed è
appena riscattata dalla grazia di Jennifer Connelly, che comunque poco può
contro la fossilizzata inespressività di Eric Bana, nettamente più
disumano del suo alter ego algoritmico; si salva, invece, la componente
“classica” dell’operazione, ossia il risaputo scheletro narrativo
“militari ottusi vs. mostro buono” che funge da molla per le scene
d’azione le quali, senza far gridare al miracolo, sono più che
dignitosamente divertenti e danno convincente forma alla Rabbia del
gigante verde. Gli effetti speciali sono complessivamente all’altezza
anche se, in alcuni punti, all’animazione della creatura sembra mancare
qualche frame di troppo, mentre azzeccata (ma fin troppo insistita)
risulta la scelta di fare dello split-screen multiplo la cifra
stilistica del film, trasformando così lo schermo in una pagina di
fumetto sezionata in vignette di forme e dimensioni diverse. Alla fine,
dunque, rimane netta la convinzione che Ang Lee meglio avrebbe fatto a
concentrarsi sul (più riuscito) aspetto puramente entertainig
dell’operazione confinando decisamente in secondo piano Freud,
Shakespeare e i tragici greci...
Gianluca
Pelleschi
Non vi piacerà vederlo arrabbiato ma, forse, non
vi piacerà in ogni caso!
Comincia a razzo l'Hulk cinematografico di Ang Lee. Fin dai titoli di testa, ideati da Garson Yu, le sofisticate immagini che scorrono sullo schermo hanno l'effetto di un bombardamento visivo, con continui split-screen, fantasiosi raccordi da una scena all'altra, dettagli digitali in ogni sequenza e, in parallelo, una narrazione concitata che lascia intendere senza arrivare al dunque e riesce a catturare l'attenzione dando consistenza ai tanti perche'. Purtroppo l'effetto meraviglia dura giusto il tempo del prologo: non appena la storia si concentra sui personaggi e la contemporaneita' degli eventi, infatti, il film inizia progressivamente a sgonfiarsi. Sono tanti gli elementi che concorrono al calo del souffle' tecnologico imbastito dal regista taiwanese, ma l'aspetto che piu' salta agli occhi e' l'assenza di anima: gli avvenimenti si rincorrono per blocchi, senza una visione di insieme capace di fondere la tecnica con il racconto. I personaggi sono simulacri vuoti che richiamano nell'esteriorita' il fumetto, ma non ne trasmettono la vitalita' e le motivazioni. In fondo, del protagonista non sappiamo quasi nulla: ha avuto un trauma, e' facilmente irritabile ed e' sempre serio. E quel poco che sappiamo non basta per giustificare tutti i certami che seguono. Interessante l'inquinato rapporto con il padre, ma tutte le possibili implicazioni trovano sfogo in un confronto posticipato allo sfinimento che nella resa dei conti finale diventa davvero ridicolo: un faccia a faccia privo di tensione e con lo spessore di un talk-show televisivo; ci si aspetta di vedere spuntare da un momento all'altro Maria de Filippi. Eric Bana ha fisico e faccia giusti per Bruce Banner, l'alter-ego "umano" di Hulk, mentre Jennifer Connelly e' tanto bella quanto monocorde e nell'immobilita' trasmette soprattutto sbadigli. Nick Nolte gioca su una forte presenza scenica, ma e' vittima di un papa' da fumetto che, nella elementarita' richiesta dai comic-strip probabilmente funziona, mentre sul grande schermo diventa piu' che altro gigione. La sceneggiatura, al riguardo, non lo aiuta. Come non aiuta il protagonista liquidando con una battuta l'aspetto piu' viscerale della sua alterazione genetica: il piacere distruttivo provato da Bruce nel trasformarsi in Hulk. Per il resto calma piatta, con un'accennata storia sentimentale di nulla consistenza e una conflittualita' tra genitori e figli di grana grossissima. Come tutti i blockbuster che si rispettino, il film ha al suo attivo la tecnica piu' sofisticata per l'elaborazione dei difficili effetti speciali: l'Hulk di sintesi e' perfettamento integrato con gli ambienti con cui interagisce, ma la combinazione di pixel tradisce l'artifizio nei movimenti (sempre gli stessi: braccia in alto, in basso, urlo; risibili salti tipo Tiramolla) e nell'espressivita' (l'occhio e' vitreo e la potenza del personaggio non arriva mai allo spettatore nonostante le devastazioni compiute). Le scene d'azione, pur cercando strade alternative alle soporifere esplosioni digitali, sono dilatate all'eccesso e non colgono mai alla sprovvista (il combattimento con i cani geneticamente modificati e' confuso e inutilmente ripetitivo). Ma e' tutto il film a soffrire di una lunghezza eccessiva e di troppi finali, l'ultimo dei quali si apre la strada maldestramente per un sequel. Che, visti gli esiti buoni ma non eccezionali dell'archetipo e i notevoli costi dell'operazione, non e' detto
arrivera'!
Luca Baroncini
|