| Recensioni
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“Sono io la morte e porto corona...”
Il primo Final Destination aveva il merito di
privare lo slasher/splatter del suo punto storicamente debole (gli orpelli
tramici) per concentrarsi sulla vera protagonista, la Morte violent(issim)a
e le sue dinamiche attuative (filmiche). Senza bisogno di serial killer,
strane creature o case maledette, il film inanellava infatti una serie di
“emotecniche” sequenze fatali, alcune riuscite altre meno, che
trovavano l’unica giustificazione nel fatto che il protagonista di turno
doveva morire perché così voleva la sceneggiatura. Non tutti,
all’epoca, se ne accorsero, ma Final Destination non aveva meno
implicazioni teoriche-semiologiche degli strombazzati Scream(s) e,
almeno al pari di questi ultimi, smontava di fatto la vetusta struttura di
certo horror anni ’80 [fatta di storie(lle) forzate e incongruenti con
la sola funzione di raccordare gli smembramenti] per omaggiarlo e insieme
“scherzarci su”. Final Destination 2 prosegue sulla stessa
strada e, volendo, stratifica ulteriormente la riflessione palesando il
suo status di sequel-remake e ripensando ed estremizzando stilemi e nodi
strutturali(sti) dell’archetipo. Dopo gli iniziali venti minuti
letteralmente mutuati dal primo FD (l’incidente aereo e
l’incidente automobilistico sono assolutamente omologhi), FD2
prosegue così sulla falsariga del film di James Wong mostrando però,
complessivamente, maggior fantasia nell’escogitare trapassi spettacolari
ed avvincenti (il regista David R. Ellis è un apprezzato stunt
coordinator di esperienza pluridecennale) e una progressiva e
inarrestabile (auto)ironia che culmina nel “finale col botto”, vera
doccia fredda per chi ancora continuava a prendere la pellicola vagamente
sul serio. Al di là, comunque, della (a mio avviso) sacrosanta e
fondamentale lettura al secondo grado, al “primo grado” FD2 è
un film semplicemente divertente, durante il quale si sghignazza coi
brividi sulla schiena, intriso di un fatalismo ingenuo ma gustoso e
beffardamente inquietante: confesso che, una volta uscito dal cinema, non
solo ho ripensato a tutte le volte in cui “me la sono vista brutta” ma
mi guardavo intorno in cerca di signs premonitori, stando bene
attento a dove mettevo i piedi.
Gianluca
Pelleschi
Non siamo altro che Destino 2
Nel 2000 la "Triste Mietitrice" sembrava aver compiuto il suo ineluttabile compito, ma il successo del primo episodio ha vivamente consigliato un remunerativo colpo di coda, nonostante all'originale spunto (nessun maniaco, serial-killer, creatura mascherata, mostro dentato, trauma da rimuovere o virus, ma solo la Morte all'opera) ci fosse ben poco da aggiungere. Ecco quindi Jeffrey Reddick ancora al lavoro, affiancato da due nuovi co-sceneggiatori (J.Mackey Gruber e Eric Bress) per un sequel che, almeno nella prima parte, pare piu' un remake. Cambia infatti il mezzo (l'automobile al posto dell'aereo) ma non la sostanza, con ancora un gruppo di persone sopravvissute a un disastroso incidente e costrette a fronteggiare nientepopodimenoche la Morte, nuovamente ostacolata nel suo originario disegno di sterminio. Se la lista dei passeggeri dell'aereo forniva nel primo episodio un circoscritto memorandum per il faccia a faccia con il tragico destino, lo stesso principio trova piu' difficolta' a concretizzarsi in questa seconda parte, dove gli scampati al crash automobilistico sono in teoria centinaia e a fare da filo conduttore e' solo la preveggenza della protagonista, che ha visto l'ordine in cui si sarebbero dovuti succedere i decessi. Piu' slabbrata, quindi, l'idea di partenza, con, in aggiunta, ulteriori visioni ad annacquare la plausibilita' e confondere le idee (avvengono solo quando lo script non sa piu' dove andare). I personaggi non escono dal "tipo" (la carrierista, la mamma, il fumato) e sono interpretati con moine da sit-com, mentre le sfumature psicologiche sono sostituite dalla meccanicita' degli eventi che si susseguono a ritmo frenetico, prediligendo l'accumulo a scapito della logicita'. L'obiettivo primario sembra essere, sempre e comunque, il temibile "Dio Teen-ager": come non annoiarlo dandogli una sensazione di inesauribilita' dei pop-corn. Nonostante una certa gratuita' (piu' evidente rispetto al capostipite) ha pero' modo di divertirsi anche la parte bambina dello spettatore piu' scafato. Il "countdown", infatti, funziona a dovere e, pur sapendo chi morira', si resta il piu' delle volte spiazzati dal come ("Scream 2" docet: in un sequel le uccisioni devono essere piu' elaborate). Molti i depistaggi presenti nello script, assecondati da una regia funzionale al racconto e da un montaggio serrato ed efficace. Alta, rispetto all'anestetizzata media soprattutto americana, la dose di splatter, con sangue in abbondanza e amputazioni varie goliardicamente esibite. L'ironia beffarda del primo episodio si trasforma (nel passaggio di regia da James Wong all'ex stuntman David R. Ellis) in comicita'. Ne risente un po' la tensione, ma non il divertimento: l'immedesimazione scatta con i possibili segnali di avvertimento piuttosto che con gli scipiti personaggi e il gioco funziona. Dura il soffio della visione e non lascia alcun sotterraneo retrogusto, ma nell'immediato sortisce il non disprezzabile effetto di intrattenere.
Luca Baroncini
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