BUONGIORNO, NOTTE
 

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REGIA:    
Marco BELLOCCHIO

PRODUZIONE:  Italia   -   2003   -   Dramm./Stor.

DURATA:  105'

INTERPRETI:
Luigi Lo Cascio, Maya Sansa, Roberto Herlitzka, Paolo Briguglia, Pier Giorgio Bellocchio, Giovanni Calcagno, Giulio Bosetti

SCENEGGIATURA:
Marco Bellocchio

FOTOGRAFIA:
Pasquale Mari

SCENOGRAFIA: 
Marco Dentici

MONTAGGIO: 
Francesca Calvelli

COSTUMI: 
Sergio Ballo

SUONO:
Gaetano Carito - Fabio Cerretti - Emanuela Di Giunta

MUSICHE: 
Riccardo Giagni - Pink Floyd - Franz Schubert

Trama

Chiara, giovane terrorista, è coinvolta nel rapimento di Moro. Attraverso il suo sguardo vengono rivissuti i giorni più tragici degli anni di piombo in Italia.

Recensioni

 

 

 

Moro "Revisited"

Bellocchio reimmagina il caso Moro: rinvenuta una chiave, il misurato dividersi tra un approccio realistico - alla base del film il libro Il Prigioniero della brigatista Braghetti - e uno più libero e fantasioso(\fantasmatico), il regista si addentra nella vicenda percorrendola a modo suo, reinterpretandola, arricchendo il dato cronachistico di inventivi chiaroscuri. Poco politico e più psicologico, moderatamente storico e molto immaginoso, il film è un gesto creativo infedele che Bellocchio compie nei confronti di una tragedia sfogliata in questi anni fino all'estenuazione. Nelle sue mani la vicenda diventa oggetto ingiudicato e ingiudicabile che il cineasta pone in una dimensione alternativa impossibile, nell'intento di contraddirre la nota fatalità storica del rapimento e dell'esecuzione dello statista, di rifiutare utopisticamente di subirla. In questa coraggiosa scelta di una visione personale, quasi romantica e a tratti irreale, l'autore riesce a riproblematizzare l'esausta questione rioberandola di domande, molto più di quanto una qualsiasi, asettica ricostruzione storica riuscirebbe a fare. Bellocchio, partendo dalla cronaca (il film gli è stato commissionato dalla RAI) anziché ossequiarla, la piega alla sua poetica, ne fa "suo" cinema, imponendole il suo stile e il suo gusto per certe, cariche atmosfere (e in realtà se una cosa può essergli rimproverata è di non aver completamente affondato il colpo, di non aver optato radicalmente, come ha scritto giustamente Sesti, per "una scelta pericolosa"); costruisce a dovere un personaggio che resta - quello della terrorista Chiara, scissa tra l'ideale della rivoluzione armata e l'istinto umano e pietistico -; concentra claustrofobicamente gran parte del dramma tra le mura dell'appartamento dei terroristi, restituendone i momenti quotidiani  (i pasti, il sonno, le parole) e disegnando il ritratto di un'inquietante famiglia clandestina; spia il rapito, lo svela pian piano, facendo di quel buco praticato sulla porta della sua prigione, l'occhio privilegiato non solo della protagonista ma anche di uno spettatore che più di una volta resterà attonito (le scene oniriche in cui Moro passeggia per la casa e in cui, a detta dello stesso cineasta, si manifesta il fantasma di suo padre, cui il film è peraltro dedicato); si concede un sipario metafisico (l'ironico quadretto della seduta spiritica in cui lo spirito Bernardo - Bertolucci, ha ammesso il regista - sbeffeggia gli astanti); dissemina il film di segni traditori e contraddittori (i terroristi che si fanno il segno della croce). E nel finale, quando le evocatrici note di Shine on you crazy diamond e The Great Gig in the Sky dei Pink Floyd (Wish you were here è del 1975, The Dark Side of the Moon del 1973) raggiungono l'acme, la sequenza di Moro libero per le strade seguita da quella in cui si approssima la sua esecuzione sanciscono icasticamente la commistione che ha nutrito l'intero film, ne sintetizzano mirabilmente gli assunti, espongono con semplicità ammirevole la scomoda convivenza delle due anime dell'opera.

Luca Pacilio
(da Venezia)


Lo Sguardo Altrove

Sembra impossibile poter aggiungere ancora qualche cosa sugli "Anni di Piombo" senza cadere nel gia' visto, detto o sentito e, soprattutto, non dimenticando il cinema. Eppure Marco Bellocchio riesce nel miracolo e costruisce un racconto cinematografico intriso di bellezza e novita'. Non sceglie la strada del film inchiesta, ma mette in scena la banalita' del crimine attraverso il rapporto tra Aldo Moro e i suoi rapitori. Un confronto di cui viene evidenziata principalmente la quotidianita', il succedersi di giorni in apparenza uguali ad altri e invece determinanti per la futura storia d'Italia. Il punto di vista adottato e' quello della giovane brigatista Chiara, combattente rivoluzionaria in nome di un'utopia che viene gradualmente smascherata fino a perdere spessore e credibilita'. Nei suoi occhi troviamo smarrimento, paura, determinazione ed e' in quelli che ci specchiamo per cercare di capire. A Bellocchio non interessa la verita' degli accadimenti, la precisa ricostruzione dei fatti, ma un'interpretazione personale senza tesi ideologiche da esporre, con bastonate sia per chi il potere ce l'ha, sia per chi quel potere cerca di distruggerlo. Un approccio piu' vicino alla psicanalasi (sempre cara al regista) che al documento storico, piu' vicino al sogno che alla realta', piu' vicino all'uomo che al politico e per questo anche piu' diretto. In tutto cio' il cinema viene utilizzato con competenza e sensibilita', grazie a un montaggio fluido, a una sceneggiatura che rischia piu' volte di impaludarsi nel didascalico ma che riesce sempre ad evitarlo, a una fotografia di grande intensita' e a un commento sonoro perfetto per amplificare la resa emotiva delle immagini. Difficile non caracollare quando le lettere di Moro vengono affiancate a quelle dei condannati a morte della Resistenza, tra le note struggenti e potenti dei Pink Floyd con "The great gig in the sky". Molto espressiva, nei suoi silenzi, la giovane protagonista Maya Sansa e davvero in parte Roberto Herlitzka, nel non facile ruolo di Moro.
E' vero, il film aveva tutte le carte in regola per vincere il Leone d'Oro al Festival di Venezia, ma e' comprensibile il distacco di una giuria internazionale nei confronti di una pagina cosi' prettamente italiana, con nomi e luoghi difficilmente riconoscibili da chi quegli anni non li ha vissuti in prima persona, seppur da spettatore. In ogni caso, inutili le polemiche da Sagra del Cotechino di chi pretendeva ad ogni costo un riconoscimento. Grazie al cielo la giuria, presieduta da Mario Monicelli, ha deciso in autonomia, fuori dai condizionamenti di media, produttori e distributori, anche se probabilmente tante chiacchiere aiuteranno il 
successo commerciale del film. Ed e' comunque un bene!

Luca Baroncini

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Lettera aperta a Marco Bellocchio

Caro Marco,
chi ti parla è un tuo vecchio estimatore, che ti ha sempre seguito con entusiasmo a partire dai tuoi primi cavalli di battaglia (da "I pugni in tasca" a "Nel nome del padre") fino a "L'ora di religione", che reputo uno dei capolavori assoluti del cinema italiano degli ultimi decenni. Per questo, dopo gli osanna gridati a Venezia a favore del tuo ultimo film, mi sono precipitato a vedere "Buongiorno, notte". Non so se a causa del fatto che nella multisala dov'ero stavano proiettando lì vicino "L'incredibile Hulk", ma dopo i primi minuti mi è cresciuta dentro una rabbia incontenibile. Un'occasione come quella di ripescare la tragica storia del caso Moro per costruire un'opera aggressiva alla Bellocchio era un'idea così intrigante. Invece, allo scorrere delle immagini cresceva un senso di frustrazione e delusione profonda. Non me lo dovevi fare! "Buongiorno notte" è un film mediocre (alla faccia dei tuoi ammiratori veneziani), banale e ai limiti dello sceneggiato rai (marchio di cui si fregia nei titoli di testa). Non so se abbia giocato a sfavore la produzione della RAI berlusconiana e della SKY dello squalo mangia-democrazie Rupert Murdoch, fatto sta che questo film non ha niente della grinta e del coraggio che ti riconosciamo da sempre. I fatti sono rappresentati secondo una quotidianità che svilisce la drammaticità dell'episodio storico. Che i brigatisti siano stati degli assassini dalle menti piene di conflitti e dubbi lo sanno ormai anche i sassi, e che gli amici di Moro lo abbiano ripudiato nei suoi ultimi giorni, confidando nell'azione delle BR per togliersi uno scomodo esponente è merce trita. I tratti agiografici poi con cui è delineato il personaggio di Moro penso stiano facendo rivoltare nella tomba Giorgio Gaber, che con la sua bellissima "Io se fossi Dio" denunciava l'azione perversa delle BR per aver fatto crescere nella gente lo "stupido pietismo" nei confronti di una classe politica corrotta e malvagia. Con Gaber voglio ripetere ancora oggi che "Aldo Moro, insieme a tutta la Democrazia Cristiana, resta ancora quella faccia che era!". Con tutto il rispetto per i familiari delle vittime di quel triste periodo, non ci facciamo noi stessi carico di santificazioni precoci e poco opportune nella realtà attuale.
Caro Marco, questa profonda delusione non mi impedirà di continuare a seguire la tua opera, sperando in un tuo veloce superamento di questo scarabocchio filmico "alla Sergio Zavoli", in questa "Notte della Repubblica" che ha bisogno oggi più che mai di cantori fuori dal coro che ne denuncino le atrocità e i conflitti profondi (come tu sei sempre riuscito a fare mirabilmente).

 

Con affetto

                                              Alberto Facchini


Locandina eloquente, se si vuole. Un po' della stella che terrorizza gli impiegati del Ministero, quando appare dipinta di fresco su un ascensore. Un po' della testa del Prigioniero, scrutato, osservato, visto da occhi celati, rivisto, sognato, reinventato. La parzialità che si offre a chi guarda la locandina è la non integrabile parzialità della visione di Bellocchio, infedele, fantasmatica, commossa. L'anti-mimesi, anti-cronaca che riesce a non piegarsi ai canoni poveri del resoconto, poveri perchè ambiziosi di tracciare la visibilità, integrabile e riproducibile. Eppure, l'infedeltà dell'autore manca di tanto coraggio, più volte sembra vacillare, sembra tradire l'inciucio riequilibrante con le esigenze del report. Eppure, più volte si avverte una certa frettolosità, i tempi si contraggono, si strappano e sono ricuciti un po' maldestramente. E quella mancanza di coraggio - tolta la tensione che viene dalla Storia e dal Fatto, fuori e prima del film - rischia di lasciare soltanto il ricordo di una piccola e graziosa elegia e di annullare l'importanza della Storia provata come linguaggio privato. Una prova di grande interesse e stile, ma che non usa neppure il quinto della sua potenzialità (per citare il rimprovero lanciato agli Umani da un personaggio).

Roberto Tallarita


Luca
Pacilio
7

Daniele
Bellucci
8

Manuel
Billi

Luca
Baroncini
8
Luigi
Garella
8
Stefano
Selleri
Stefano
Trinchero
8
         
 

 

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