INTERPRETI: Luigi Lo Cascio, Maya Sansa, Roberto Herlitzka, Paolo
Briguglia, Pier Giorgio Bellocchio, Giovanni Calcagno, Giulio Bosetti
SCENEGGIATURA: Marco Bellocchio
FOTOGRAFIA: Pasquale Mari
SCENOGRAFIA:
Marco Dentici
MONTAGGIO:
Francesca Calvelli
COSTUMI:
Sergio Ballo
SUONO: Gaetano Carito - Fabio Cerretti - Emanuela Di Giunta
MUSICHE: Riccardo
Giagni - Pink Floyd - Franz Schubert
Trama
Chiara, giovane terrorista, è coinvolta nel rapimento di
Moro. Attraverso il suo sguardo vengono rivissuti i giorni più tragici
degli anni di piombo in Italia.
Recensioni
Moro
"Revisited"
Bellocchio reimmagina il caso Moro: rinvenuta una
chiave, il misurato dividersi tra un approccio realistico - alla base del
film il libro Il Prigioniero della brigatista Braghetti - e uno più
libero e fantasioso(\fantasmatico), il regista si addentra nella vicenda
percorrendola a modo suo, reinterpretandola, arricchendo il dato
cronachistico di inventivi chiaroscuri. Poco politico e più psicologico,
moderatamente storico e molto immaginoso, il film è un gesto creativo
infedele che Bellocchio compie nei confronti di una tragedia sfogliata in
questi anni fino all'estenuazione. Nelle sue mani la vicenda diventa
oggetto ingiudicato e ingiudicabile che il cineasta pone in una dimensione
alternativa impossibile, nell'intento di contraddirre la nota fatalità
storica del rapimento e dell'esecuzione dello statista, di rifiutare
utopisticamente di subirla. In questa coraggiosa scelta di una visione
personale, quasi romantica e a tratti irreale, l'autore riesce a
riproblematizzare l'esausta questione rioberandola di domande, molto più
di quanto una qualsiasi, asettica ricostruzione storica riuscirebbe a
fare. Bellocchio, partendo dalla cronaca (il film gli è stato
commissionato dalla RAI) anziché ossequiarla, la piega alla sua poetica,
ne fa "suo" cinema, imponendole il suo stile e il suo gusto per
certe, cariche atmosfere (e in realtà se una cosa può essergli
rimproverata è di non aver completamente affondato il colpo, di non aver
optato radicalmente, come ha scritto giustamente Sesti, per "una
scelta pericolosa"); costruisce a dovere un personaggio che resta -
quello della terrorista Chiara, scissa tra l'ideale della rivoluzione
armata e l'istinto umano e pietistico -; concentra claustrofobicamente
gran parte del dramma tra le mura dell'appartamento dei terroristi,
restituendone i momenti quotidiani (i pasti, il sonno, le parole) e
disegnando il ritratto di un'inquietante famiglia clandestina; spia il
rapito, lo svela pian piano, facendo di quel buco praticato sulla porta
della sua prigione, l'occhio privilegiato non solo della protagonista ma
anche di uno spettatore che più di una volta resterà attonito (le scene
oniriche in cui Moro passeggia per la casa e in cui, a detta dello stesso
cineasta, si manifesta il fantasma di suo padre, cui il film è peraltro
dedicato); si concede un sipario metafisico (l'ironico quadretto della
seduta spiritica in cui lo spirito Bernardo - Bertolucci, ha ammesso il
regista - sbeffeggia gli astanti); dissemina il film di segni traditori e
contraddittori (i terroristi che si fanno il segno della croce). E
nel finale, quando le evocatrici note di Shine on you crazy diamond e
The Great Gig in the Sky dei Pink Floyd (Wish you were here
è del 1975, The Dark Side of the Moon del 1973) raggiungono
l'acme, la sequenza di Moro libero per le strade seguita da quella in cui
si approssima la sua esecuzione sanciscono icasticamente la commistione
che ha nutrito l'intero film, ne sintetizzano mirabilmente gli assunti,
espongono con semplicità ammirevole la scomoda convivenza delle due anime
dell'opera.
Luca Pacilio
(da Venezia)
Lo Sguardo Altrove
Sembra impossibile poter aggiungere ancora qualche cosa sugli "Anni di Piombo" senza cadere nel gia' visto, detto o sentito e, soprattutto, non dimenticando il cinema. Eppure Marco Bellocchio riesce nel miracolo e costruisce un racconto cinematografico intriso di bellezza e novita'. Non sceglie la strada del film inchiesta, ma mette in scena la banalita' del crimine attraverso il rapporto tra Aldo Moro e i suoi rapitori. Un confronto di cui viene evidenziata principalmente la quotidianita', il succedersi di giorni in apparenza uguali ad altri e invece determinanti per la futura storia d'Italia. Il punto di vista adottato e' quello della giovane brigatista Chiara, combattente rivoluzionaria in nome di un'utopia che viene gradualmente smascherata fino a perdere spessore e credibilita'. Nei suoi occhi troviamo smarrimento, paura, determinazione ed e' in quelli che ci specchiamo per cercare di capire. A Bellocchio non interessa la verita' degli accadimenti, la precisa ricostruzione dei fatti, ma un'interpretazione personale senza tesi ideologiche da esporre, con bastonate sia per chi il potere ce l'ha, sia per chi quel potere cerca di distruggerlo. Un approccio piu' vicino alla psicanalasi (sempre cara al regista) che al documento storico, piu' vicino al sogno che alla realta', piu' vicino all'uomo che al politico e per questo anche piu' diretto. In tutto cio' il cinema viene utilizzato con competenza e sensibilita', grazie a un montaggio fluido, a una sceneggiatura che rischia piu' volte di impaludarsi nel didascalico ma che riesce sempre ad evitarlo, a una fotografia di grande intensita' e a un commento sonoro perfetto per amplificare la resa emotiva delle immagini. Difficile non caracollare quando le lettere di Moro vengono affiancate a quelle dei condannati a morte della Resistenza, tra le note struggenti e potenti dei Pink Floyd con "The great gig in the sky". Molto espressiva, nei suoi silenzi, la giovane protagonista Maya Sansa e davvero in parte Roberto Herlitzka, nel non facile ruolo di Moro.
E' vero, il film aveva tutte le carte in regola per vincere il Leone d'Oro al Festival di Venezia, ma e' comprensibile il distacco di una giuria internazionale nei confronti di una pagina cosi' prettamente italiana, con nomi e luoghi difficilmente riconoscibili da chi quegli anni non li ha vissuti in prima persona, seppur da spettatore. In ogni caso, inutili le polemiche da Sagra del Cotechino di chi pretendeva ad ogni costo un riconoscimento. Grazie al cielo la giuria, presieduta da Mario Monicelli, ha deciso in autonomia, fuori dai condizionamenti di media, produttori e distributori, anche se probabilmente tante chiacchiere aiuteranno il
successo commerciale del film. Ed e' comunque un bene!
Luca Baroncini
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lettori
Lettera aperta a Marco Bellocchio
Caro Marco,
chi ti parla è un tuo vecchio estimatore, che ti ha sempre seguito con
entusiasmo a partire dai tuoi primi cavalli di battaglia (da "I pugni
in tasca" a "Nel nome del padre") fino a "L'ora di
religione", che reputo uno dei capolavori assoluti del cinema
italiano degli ultimi decenni. Per questo, dopo gli osanna gridati a Venezia
a favore del tuo ultimo film, mi sono precipitato a vedere "Buongiorno,
notte". Non so se a causa del fatto che nella multisala dov'ero stavano
proiettando lì vicino "L'incredibile Hulk", ma dopo i primi
minuti mi è cresciuta dentro una rabbia incontenibile. Un'occasione come
quella di ripescare la tragica storia del caso Moro per costruire un'opera
aggressiva alla Bellocchio era un'idea così intrigante. Invece, allo
scorrere delle immagini cresceva un senso di frustrazione e delusione
profonda. Non me lo dovevi fare! "Buongiorno notte" è un film
mediocre (alla faccia dei tuoi ammiratori veneziani), banale e ai limiti
dello sceneggiato rai (marchio di cui si fregia nei titoli di testa). Non so
se abbia giocato a sfavore la produzione della RAI berlusconiana e
della SKY dello squalo mangia-democrazie Rupert Murdoch, fatto sta che
questo film non ha niente della grinta e del coraggio che ti riconosciamo da
sempre. I fatti sono rappresentati secondo una quotidianità che svilisce la
drammaticità dell'episodio storico. Che i brigatisti siano stati degli
assassini dalle menti piene di conflitti e dubbi lo sanno ormai anche i
sassi, e che gli amici di Moro lo abbiano ripudiato nei suoi ultimi giorni,
confidando nell'azione delle BR per togliersi uno scomodo esponente è merce
trita. I tratti agiografici poi con cui è delineato il personaggio di Moro
penso stiano facendo rivoltare nella tomba Giorgio Gaber, che con la sua
bellissima "Io se fossi Dio" denunciava l'azione perversa delle BR
per aver fatto crescere nella gente lo "stupido pietismo" nei
confronti di una classe politica corrotta e malvagia. Con Gaber voglio
ripetere ancora oggi che "Aldo Moro, insieme a tutta la Democrazia
Cristiana, resta ancora quella faccia che era!". Con tutto il rispetto
per i familiari delle vittime di quel triste periodo, non ci facciamo noi
stessi carico di santificazioni precoci e poco opportune nella realtà
attuale.
Caro Marco, questa profonda delusione non mi impedirà di
continuare a seguire la tua opera, sperando in un tuo veloce superamento di
questo scarabocchio filmico "alla Sergio Zavoli", in questa
"Notte della Repubblica" che ha bisogno oggi più che mai di
cantori fuori dal coro che ne denuncino le atrocità e i conflitti profondi
(come tu sei sempre riuscito a fare mirabilmente).
Con affetto
Alberto Facchini
Locandina eloquente, se si vuole. Un po' della stella che terrorizza gli impiegati del Ministero, quando appare dipinta di fresco su un ascensore. Un po' della testa del Prigioniero, scrutato, osservato, visto da occhi celati, rivisto, sognato, reinventato. La parzialità che si offre a chi guarda la locandina è la non integrabile parzialità della visione di Bellocchio, infedele, fantasmatica, commossa. L'anti-mimesi, anti-cronaca che riesce a non piegarsi ai canoni poveri del resoconto, poveri perchè ambiziosi di tracciare la visibilità, integrabile e riproducibile. Eppure, l'infedeltà dell'autore manca di tanto coraggio, più volte sembra vacillare, sembra tradire l'inciucio riequilibrante con le esigenze del report. Eppure, più volte si avverte una certa frettolosità, i tempi si contraggono, si strappano e sono ricuciti un po' maldestramente. E quella mancanza di coraggio - tolta la tensione che viene dalla Storia e dal Fatto, fuori e prima del film - rischia di lasciare soltanto il ricordo di una piccola e graziosa elegia e di annullare l'importanza della Storia provata come linguaggio privato. Una prova di grande interesse e stile, ma che non usa neppure il quinto
della sua potenzialità (per citare il rimprovero lanciato agli Umani da un personaggio).