BIG
FISH
(Big Fish)
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Un giovane giornalista rientra in patria richiamato dalla malattia di suo padre. Il capezzale sarà l’occasione per riscoprire e comprendere la natura apparentemente sfuggente dell’uomo... |
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Happy
People Have no Stories
[1] Tratto dall’omonimo romanzo di Daniel Wallace, Big Fish sembra essere la migliore opera che Tim Burton abbia mai realizzato con attori in carne e ossa. Il film porta a compimento numerose tematiche che caratterizzano la poetica del regista statunitense e che mai prima d’ora aveva saputo integrare, miscelare, e proporre con tanta delicatezza e dolcezza. Big Fish è più che un’epopea familiare che va a sistemarsi nella culla del folclore americano: è un saggio sulla pratica dello storytelling, sulla tradizione orale delle favole raccontate prima di dormire allo scopo di tranquillizzare o intorno ad un fuoco per terrorizzare. La dicotomia dei due ambienti, life e larger-than-life, è tracciata con decisione fin dalle prime battute della pellicola. Ma Tim Burton ci ha abituati alla mescolanza dei due mondi, a quella zona del crepuscolo in cui sembra che la magia possa penetrare nella realtà e confonderla, arricchirla, renderla cinematica. In questo mondo le streghe, i giganti, gli spiriti possono interagire con i figli del meridione americano, fatto di paesi di case basse ed imbiancate, di giornate torride, di paesaggi paludosi, e di una lingua che scivola dai confini dell’inglese per entrare nel mondo della tradizione cinematografica delle epopee sudiste. Le invenzioni visive si sprecano ma senza mai appesantire la narrazione che, piuttosto, è leggermente penalizzata da una colonna sonora troppo demagogica. Ma anche questo è un tipico aspetto del cinema d’oltreoceano, e forse quelle note sature di retorica servono il progetto che le contiene. Un grande film, insomma, la migliore espressione di un regista che, seppur continuando a lavorare alla stesse idee, a volte si è rivelato discontinuo e forse non interamente ispirato. Big Fish suona sulle sue corde con un grande cast che offre prove impeccabili. Uno su tutti Albert Finney, che nell’immobilità del suo giaciglio fa risuonare una voce ricca di tutte le sfumature che le storie che racconta assumono. Alberto Zambenedetti [1] Therapy?, “Stories”. Dall’album Infernal Love (in)Finite parole? Tim Burton all’ennesima potenza: l’ennesimo sogno su pellicola restituisce il significato originario del cinema, la sua folleggiante essenza, il dolceamaro piacere dell’affabulazione abbandonando lo sguardo spettatore in uno stato di inarrestabile commozione. Il meccanismo del narrato si incontra incredibilmente con sé stesso, nella sua immagine si specchia vedendosi alterato (le due gemelle siamesi), ingrandito (il gigante gentile), stravolto (la città di Spectre): apparentemente lontano mille miglia da ogni verosimiglianza –come sempre, meravigliosamente- rappresenta in realtà la dialettica stessa della vita ordinaria. Il piacere di raccontare, il flusso scorrevole di sillabe che annega nell’acqua (Albert Finney nella vasca da bagno), il veicolo principe dell’umana manifestazione: la parola. E’ questa che dissemina l’incomunicabilità padre-figlio, sarà questa a ricongiungere gli estremi quando il secondo apprenderà –finalmente- la torrenziale arte del raccontare. Sullo schermo scorre di tutto e di tutti: nani e giganti, freaks circensi e giocherelloni, alberi protesi verso umane figure come a Sleepy Hollow (non è in fondo lo stesso universo?), licantropi in solitudine e donne che vorrebbero essere amate, se solo fosse possibile. Estatico diluvio per immagini, che comporta una nuova soluzione visiva per ogni singola scena come non se ne vedeva da anni – o forse, per farla breve, dallo scorso film di Tim Burton (tra tutti: la macchina che annega). Il regista racconta questa storia dedicata a chiunque si sia affannato a ricamare su una balla e per questo non è stato compreso; tratteggia il contorno di una vita ordinaria tinta di magnifico, che può essere l’esistenza di tutti e di nessuno. Lo fa attraverso pennellate decise e fantasiose, si trova davanti ad un bivio ed imbocca entrambi i sentieri ramificando sé stesso e la sua opera: avvolge figure con dedizione pittorica, come Jessica Lange che si immerge insieme al marito e finisce assorbita dall’abbraccio nell’acqua. La sequenza conclusiva del funerale è forse il vertice dell’arte burtoniana: un urlo verso il cielo che scandisce l’infinità della percezione e la docile creatività della mente umana, mentre i mostri di Edward Bloom sfilano chiamati a raccolta. Nessuno è esattamente quello che sembra(va): ognuno sottilmente ridimensionato, ogni volto restituito alla sua immagine quotidiana. Fuori dallo steccato del racconto? Niente affatto: ci siamo (ancora) dentro fino al collo, è questo il racconto del finale del racconto, all’interno di un circo dove si spengono le luci ed i fenomeni da baraccone fanno l’inchino con la maschera in mano. Nell’accezione etimologica del termine: impugnano la loro stessa “persona”, quello che (non) sono, plasmati dalle valvole della fantasia. BIG FISH è un film onnivoro che si tuffa in un campo di asfodeli, innaffiando grandiosamente l’(in)utilità del raccontare per raccontare: proprio come il protagonista, elimina saggiamente la macchia della ragione dalla cornice delle sue narrazioni. Prove recitative di rara adeguatezza (i cammei di DeVito e Buscemi), regia di cesellata perfezione (per dirne una: lo sguardo del gigante reso attraverso la m.d.p. in rialzo), scenografie puntualmente mozzafiato. Il fatto vero è che esiste nel cinema odierno un unico BIG FISH: lo stesso Tim Burton, che continua a gironzolare nei suoi luoghi chiaroscuri di invenzioni debordanti, senza mai trovare l’impossibile stagno filmico che interamente lo contenga. Emanuele Di Nicola Ricordati di Me Edward Bloom ha fatto dell'arte di raccontare il colore della vita, trasformando la sua esistenza in una serie di aneddoti avventurosi e divertenti che ripete senza sosta ad amici e familiari. A tutti risulta simpatico perche' la sua fantasia e' contagiosa, ma il figlio, ormai trentenne, ha sempre vissuto traumaticamente il rapporto con una figura paterna cosi' piena di estro ma incapace di reale comunicazione. Tim Burton ci immerge ancora una volta nel suo mondo incantato, smussa il lato dark a favore di un grottesco gentile e lascia che sul film gravi il peso di una morale un po' indigesta. Non tutto fila liscio nella sua visione. La storia alterna momenti riusciti e geniali (il colpo di fulmine capace di fermare il tempo; il doppio incontro con la strega veggente; il gigante buono; la rapina in banca; la complicita' di marito e moglie immersi nella vasca da bagno) ad altri piu' deboli (l'atterraggio in Cina; l'arrivo nella cittadina di Spectre; il domatore nano licantropo; le gag del poeta Norther Winslow; la necessita' di affidare spiegazioni alla voce-off). La struttura narrativa cerca di evitare la monotona alternanza di realta' e finzione, moltiplica le soggettive del racconto e prova a spiazzare, ma il punto di arrivo e' presto identificabile e ogni tanto il meccanismo perde fluidita'. Gli interpreti sono tutti azzeccati, a parte il protagonista Ewan McGregor che dovrebbe trasmettere un candore a meta' strada tra "Alice nel paese delle meraviglie" e "Forrest Gump", ma si limita ad esibire una faccia giuliva priva di autentica vitalita'. La musica di Danny Elfman (storico collaboratore di Burton) cadenza piacevolmente la magia, mentre il direttore della fotografia, Philippe Rousselot, esagera con il flou. Su tutto aleggia una certa superficialita', con una sceneggiatura che sceglie con cura i momenti da raccontare (un po' come l'Edward protagonista) per suffragare la sua tesi: l'unico modo per rendere la vita sopportabile e' inventarsela. I rapporti familiari sono solo abbozzati e anch'essi piegati alla lezione da impartire, tanto che il ragionevole punto di vista del figlio viene totalmente sottomesso ad un trionfo dell'immaginazione che glissa sbrigativamente su un padre egoista e assente. Un personaggio incapace di ascoltare che se la vita reale ci appioppasse in ufficio, come compagno di scrivania, farebbe sorgere istinti omicidi piu' che giustificati. Se puo' essere vero che ognuno ha la vita che si racconta, Tim Burton estremizza lo sguardo e sceglie un registro fantastico per narrare episodi gia' di per se' straordinari (un nano domatore, due gemelle cinesi, un uomo alto piu' di due metri, non sono certo personaggi comuni) e perde di vista la straordinarieta' dell'ordinario. Lo diceva anche Zeno Cosini nel romanzo di Italo Svevo "La coscienza di Zeno": "La vita non e' ne bella, ne brutta, ma originale". E questa originalita', Burton la confina alla sola iperbole onirico-fiabesca. Comunque sia, ci si trova con gli occhi lucidi a leggere i titoli di coda. Merito di una commovente e riuscita sequenza conclusiva che trasforma la morte in un rito gioioso e riconcilia con il tentativo, sincero ma forzato, dell'eclettico regista di giustificare il suo bisogno di vivere (per sempre) attraverso il suo cinema. Luca Baroncini |
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Vivere una favola Forse è vero che con IL PIANETA
DELLE SCIMMIE (unanimemente detestato) Burton aveva venduto la sua anima
di Pierrot al diavolo, ma il suo ritorno a casa, per quanto auspicato e
tutto sommato gradito, sembra esattamente quello che è (o è esattamente
quello che sembra): la prevedibile riduzione di un romanzo che si attaglia
molto bene alle sue corde e allo scopo di una fine ripulitura per una
neoverginità autoriale. Peccato: al di là dei soliti, spudorati
browninghismi (soprattutto quello circense di FREAKS e THE UNKNOWN) e di
alcune concessioni a una maniera solida sì, ma che di magico ha oramai
soltanto il nome , BIG FISH è solo corretto, strategico (ri)burtonismo
(anche le autocitazioni, numerosissime, vanno lette come una dichiarazione
di intenti), pianificato a tavolino sottoforma di furbetta scommessa e
mischiato a un po’ di inedita melassa. Le favole condiscono ancora la
realtà (la vita è un sogno o i sogni aiutano a vivere meglio?) ma
stavolta anche le puntate sul gotico risultano al servizio di un buonismo
che rimane tale pur sotto la patina di (studiata) stravaganza, il gioco
della rappresentazione nella rappresentazione è pura meccanica, quella
della verità come risvolto della bugia (e viceversa) è teoria che non va
oltre la pura enunciazione, limitandosi il regista alla sua esposizione
consapevole. BIG FISH mi sembra la compiaciuta applicazione di un
paradigma che oramai
conosciamo a menadito, che mostra la corda e che (non solo per questo)
annoia anche un pochetto; un film opaco, spaccato (in)decisamente a metà,
e, nonostante il fondo mortuario, mediamente
rassicurante (ben lontane sono le inquietudini dei due BATMAN – la
strana ibridazione Tim&mainstream
- e i sottotesti sulla
diversità di un BEETLEJUICE o EDWARD MANI DI FORBICE, opere imperfette
quanto si vuole ma vibranti, in cui la fantasia di Burton
azzardava viaggi in una terra di mezzo dell’anima, scomoda e
inospitale). I tempi d’oro di MARS ATTACKS! (in cui l’armamentario già
più volte sfoderato - il camp,
il B-movie, i classici del fantastico, la pop art etc - trovava
finalmente sublime collocazione), poi, sembrano definitivamente finiti:
Burton, dopo la marchetta scimmiesca, vuole salvare capra e cavoli e si
guarda bene dal correre rischi, preferendo scarpinare dalle parti di
FORREST GUMP. Luca Pacilio Big Fish è la storia di una vita. Una vita magnifica e immaginifica, che prende il suo sostentamento dalla forza del suo protagonista, Edward Bloom, che con le sue storie sospese tra realtà e fantasia, rende la sua esistenza, e quella degli altri, “diversa” se non migliore. L’immaginazione che può tutto, la forza della narrazione che è in grado di scardinare ogni porta, che può accedere in ogni mente, che può farci vivere una vita che in realtà non abbiamo. La chiave di lettura della storia sta proprio in una battuta del vecchio dottore, che narra al figlio di Bloom la vera storia della sua nascita, ripulita da ogni fantasia e aggiunta che il padre aveva inserito. Alla fine del racconto il dottore chiede quali delle due storie il giovane preferisca. Il dilemma è proprio questo: vivere un’esistenza sul sottile e splendido filo della fantasia o sulla terra, camminando giorno dopo giorno sempre sugli stessi passi già compiuti. La fantasia come via di fuga, come un moderno spirito esotico di sapore romantico che permette all’uomo di sopravvivere in questo grigio mondo. E poco importa se il gigante non era alto cinque metri ma due e mezzo, se le gemelle non avevano soltanto un paio di gambe ma due, etc..l’importante è raccontare la propria storia, e raccontandola diventare quella storia, e con essa guadagnare l’immortalità. Big Fish è un film che ti fa tornare bambino, e che ti fa capire che si può essere tali soltanto continuando a sognare ogni giorno della propria vita, raccontando a se stessi e agli altri la più bella delle vite possibili. Chapeau. Matteo Catoni Go (Big) Fish – Seguite il pesce (più) grosso Ci è sembrato di sentire elogi
francamente troppo squillanti nei riguardi dell’ultimo Burton,
considerazioni che, personalmente, ci risultano fuori registro di qualche
spanna, specie quelle che fanno riferimento a presunte continue invenzioni
visive. A noi Big Fish è parso invece carente proprio nella messa
in opera visiva di ciò che contenutisticamente si andava dispiegando. Ci
è sembrato in sostanza che mai come in quest’ultimo film Burton sia
stato paradossalmente avaro d’immaginazione, avaro di cinema, nella sua
pur apprezzabile sobrietà e garbatezza demandando la trattazione del tema
della mitopoiesi narrativa alla narrazione medesima. Si narra del valore e
dell’importanza della narrazione, del raccontar storie, del non poter
fare a meno da parte del genere umano di raccontare, della bellezza
dell’affabulazione, di una stirpe di uomini segnati dalla sindrome di
Sheherazade. Mauro F. Giorgio Lettura meta- di Big Fish, facile facile: Edward Bloom è Tim Burton che racconta al mondo il suo (necessario) piacere di raccontare storie incredibili e letteralmente favolose. Così, se “quando racconti troppo spesso una storia diventi quella storia”, quando giri troppo spesso un film il tuo cinema diventa (solo) quel film. Appurato questo, Tim Burton ha visto bene di girare un film su questo suo film/cinema e di darlo in pasto ai suoi esegeti. Ne ha ricavato un’opera assolutamente seria (non c’è niente di tecnicamente soprannaturale in Big Fish), autocitazionista e marginalmente presuntuosa in cui si autoassolve dall’accusa di cercare l’incanto facile e a buon mercato senza mai affrontare la realtà (di nuovo, facilissimo e immediato il parallelo protagonista-regista, costretti entrambi a fornire una “versione ricamata” di un mondo-cinema altrimenti grigio e monotono). Detto ciò, Big Fish è uno dei più riusciti film di Tim Burton, in virtù soprattutto di una funzionale architettura a episodi: la frammentazione dell’intreccio in quadretti spesso incoerenti è quanto di meglio il regista possa chiedere a una sceneggiatura: libero sfogo alla fantasia e alle singole trovate visive, scarsa attenzione alla tenuta complessiva del racconto, campo nel quale Burton è sempre stato ben più che carente; non è infatti difficile scorgere comunque segnali di cedimento strutturale, lungaggini e sprazzi di tipica noia burtoniana, riscattati però da un finale di indubbia efficacia e nobilitato da una sincerità e un trasporto che mostrano un Bloom/Burton voglioso di uscire di scena come si conviene a un inguaribile, poetico contaballe. I fans non mancheranno di esaltarsi, tutti gli altri non sposteranno di una virgola l’idea che si sono fatti del buon Tim, qualunque essa sia. Gianluca Pelleschi |
| Spazio
lettori
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“Quando racconti
una storia troppo spesso, tu diventi quella storia”. Giorgio Caracciolo |
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Alberto Zambenedetti 9 |
Daniele |
Niccolò |
Emanuele Di Nicola 9 |
Luca Pacilio 5 |
Manuel Billi 9 |
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Matteo Catoni 8 |
Mauro F. Giorgio 6½ |
Stefano Trinchero 6½ |
Gianluca Pelleschi 6½ |
Luca Baroncini 6½ |
Stefano Selleri 6 |
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Massimiliano Troni 8 |
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