| Recensioni
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Samira
elementare
Il cinema iraniano in questi ultimi anni ha regalato
autori e film di grandissimo rilievo dimostrando originalità e carattere
oltre ad una poetica peculiare. Negli ultimi tempi però lo smalto sembra
mancare un po' a tutti: Kiarostami cade nella pornografia del dolore (ABC
AFRICA, brutto sul serio), Panahi toppa al terzo film (IL CERCHIO,
mediocre leone veneziano di pochi anni fa), Makhmalbaf padre si è
ammosciato da un bel po' e la sua figliola Samira, elevata frettolosamente
all'altare autoriale dopo LA MELA e l'incensato (ma perché?) LAVAGNE, da
ammosciare non può vantare davvero molto (della seconda rampolla, solo
quindicenne, non so nulla: a Venezia il suo film non ho voluto vederlo,
con buona pace della neonata factory). ALLE CINQUE DELLA SERA, che
esce in Italia sulla scorta del Gran premio della Giuria all'ultimo
Festival di Cannes, non aggiunge dati confortanti al quadro attuale. La
semplicità degli assunti, dato di un'intera cinematografia che un tempo
ci incantava, oramai è piegata alle ragioni di una tesi, dell'esposizione
di un fatto: la regista ci vuole dire di una situazione e lo fa attraverso
la voce di queste donne che, tutte, sanno parlare e sanno cosa dire (e lo
dicono, madonna se lo dicono: non fanno altro che dirlo); di qui
sciorinate a valanga sulla condizione della donna in Afghanistan, il
regime dei talebani, la storia di un paese, e poi la religione, la poesia
(Garcia Lorca, richiamato pretestuosamente), un po' di educazione civica e
un po' di geografia: nel sussidiario di Samira non manca davvero nulla,
quante cose che riesce a raccontarci, quante informazioni riesce a darci.
In un film che sembra andare chissà dove per approdare a nulla, si tenta
anche il risvolto brillante (con tanto di retrogusto amarognolo di
prammatica: la scena, pessima, del soldato francese), si sottolinea fino
alla nausea qualche dettaglio (le scarpe col tacco: la marca emancipatoria
della protagonista) e si gonfia di retorica e di elegia dolciastra il
resto. Di puro questo cinema non ha davvero nulla: il candore che paventa
questo compitino edificante è falso come Giuda e la sua didascalia
cosciente e controllatissima. Il burka è una cosa orribile e non vogliamo
vederlo indossato dalle donne di quella parte del globo ma se andasse a
coprire qualche macchina da presa non scrivetemi per aggiungere la mia
firma a qualche appello.
Luca Pacilio
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