UN VIAGGIO CHIAMATO AMORE
 

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REGIA:    
Michele PLACIDO

PRODUZIONE:  Italia   -   2002   -   Drammatico

DURATA:  96'

INTERPRETI:
Laura Morante, Stefano Accorsi, Alessandro Haber, Galatea Ranzi, Diego Ribon, Dario Bandiera, Consuelo Ciatti, Katy Louise Sanders

SCENEGGIATURA:
Heidrun Schleef - Diego Ribon - Michele Placido

FOTOGRAFIA: Luca Bigazzi

SCENOGRAFIA: Giuseppe Pirrotta

MONTAGGIO: Esmeralda Calabria

COSTUMI: Elena Mannini

MUSICHE: Carlo Crivelli

Trama

Tra il 1916 e il 1918 la scrittrice Sibilla Aleramo e il poeta Dino Campana vivono la loro appassionata storia d'amore

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Il cinema italiano non decolla e non decollerà se si affiderà ancora a operazioni marchianamente errate come questo UN VIAGGIO CHIAMATO AMORE che, intendendo celebrare, commemorare, romanzare, volgarizzare (in tutti i sensi) la storia d'amore tra la Aleramo e Campana, non trova di meglio che affidarsi a toni melodrammatici da romanzone televisivo e a un piattume registico che è la costante di tanto cinema nostrano. Sbaglia molto Placido, che evidentemente mira alto, regista, in altre occasioni ben più efficace ed incisivo, che non trattiene nella rappresentazione della storia tormentata dei due letterati, una tendenza al lamentoso e allo sdilinquito, rimanendo succube della flagellante voce off (ci si ispira liberamente all'epistolario dei due amanti), ricostruendo passati con flashback di vaga patina pubblicitaria e scavando nel nulla per evidenziare motivazioni alla base dei modi d'agire dei protagonisti. E' evidente che, più che la statura artistica dei personaggi, al regista interessi il loro lato umano ed è perciò chiara la scelta di Placido di ricostruzione della storia dell'amour fou tra i due nel quadro controverso dell'epoca, una ricostruzione affetta, però, da semplicismo e superficialità di tratto: nulla viene approfondito, tutto resta appena abbozzato e non basta la cura del dettaglio tecnico, un montaggio e una fotografia all'altezza, a eliminare la sensazione di polveroso e pietoso standard "italiota". Degli attori sarebbe salutare non parlare: la Morante non fa altro che frignare, costretta nelle maglie di un carattere disegnato malamente, Accorsi, che manifesta tutti i suoi limiti interpretativi, è a dir poco pietoso nei suoi tentativi di rendere la follia del poeta Campana (il ragazzo non conosce i mezzi toni e le sfumature, crede che per recitare con espressione appropriata una poesia basti sussurrarla, che per fare il pazzo sia sufficiente urlare e lanciare occhiate a destra e a manca. Il premio per la sua interpretazione, assolutamente ridicolo, è il pedaggio che la giuria deve annualmente - e poi ci si lamenta dello sciovinismo cannense - pagare all'Italia organizzatrice della Mostra). Di roba così in tv se ne vede parecchia: perché pagare 7 euro e passa per vederne altra?

Luca Pacilio


L’ultima fatica di Michele Placido, nelle vesti oramai ben sperimentate di regista, ha suscitato parecchie polemiche. Vuoi per le scene erotiche presenti nel film, vuoi per la spaccatura della critica nel giudizio, vuoi per la coppa Volpi assegnata a Stefano Accorsi al festival di Venezia come miglior attore, “un viaggio chiamato amore” é comunque riuscito a procurarsi un discreto bagaglio pubblicitario, che lo ha reso una dei film più visti dell’ultimo periodo. E’ meritato tutto quest’interesse? Cerchiamo di capirlo. Il film certamente pecca nell’equilibrio della narrazione, che a volte è estremamente e inutilmente prolissa, mentre in altri frangenti risulta frammentaria fino a divenire confusionaria. Va detto che Placido cerca di osare un po’ di più rispetto al suo solito e che in alcuni momenti la sua regia è interessante e supera quelli che sono i normali schemi narrativi del cinema italiano contemporaneo; ma purtroppo si ha l’impressione che il tutto a volte gli sfugga dalle mani, e l’opera prenda il suo corso senza che nessuno riesca a controllarla.
Altro fattore controverso sul quale poggia il film è la recitazione dei due protagonisti, che vista l’importanza ricoperta nell’economia del film risulta fondamentale. Stefano Accorsi interpreta il ruolo di Dino Campana, ed è evidente che si trova per la prima volta nella sua carriera a dover gestire un personaggio ancora al di sopra delle sue possibilità. All’inizio si ha la sensazione che qualcosa nella sua interpretazione non vada, e che il suo modo nervoso e istintivo di recitare “macchiettizzi” il personaggio eccessivamente, ma in seguito la personalità di Campana emerge più chiaramente, e la prova del giovane attore risulta sufficiente. Andava premiato a Venezia? Diciamo che giocava in casa e questo un po’ lo ha aiutato.Altro discorso invece per Laura Morante nei panni di Sibila Aleramo che risulta convincente fin da subito e che ci regala una gran bella prova (forse era lei che andava premiata?). La scelta degli attori è comunque azzeccata, e la differenza tra i due, soprattutto anagrafica, è ben resa. In definitiva un film che esce dalla classica produzione italiana e che ci regala delle belle sequenze emozionanti, ma che purtroppo soffre troppo dei difetti sopra elencati.
Un piccolo consiglio: dopo aver visto il film compratevi un libro di poesie di Campana.

Matteo Catoni


Uno sbadiglio chiamato Amore

La travolgente storia d'amore tra il poeta Dino Campana e la narratrice e poetessa Sibilla Aleramo diventa, nella trasposizione cinematografica di Michele Placido, un sontuoso sceneggiato televisivo. E' proprio la confezione a raggelare il film: la fotografia patinata di Luca Bigazzi, la musica magniloquente di Carlo Crivelli, la cura registica per l'insieme ma non per i dettagli (vedi le solite comparse poco credibili). I due protagonisti aderiscono con convinzione al progetto, ma se Laura Morante trasmette con intensita' la passionalita' e la forte personalita' del suo personaggio, Stefano Accorsi appare subito fuori parte. Si agita come un ossesso per tutto il film, ma tradisce con gli occhi un controllo che frena la sincerita' di ogni slancio. Al riguardo risulta davvero un mistero il riconoscimento ottenuto al festival di Venezia per la sua interpretazione frutto, probabilmente, di equilibri internazionali da rispettare nell'attribuzione dei premi. Anche la sceneggiatura non aiuta ad esplicitare due personaggi cosi' complessi, riducendo la loro passione ad un'esteriorita' di gesti e di azioni priva di irrazionalita' e, conseguentemente, di trasporto emotivo. Per cui le continue liti e riappacificazioni, le crisi di pazzia, i calci, le botte, finiscono con il diventare una noiosa routine. Non si sente il fuoco, la violenza, l'ossessione, la malattia, il disagio, ci si limita a contemplarli. Cosi' come i versi del poeta che, letti fuori campo o recitati dai protagonisti, arrivano sempre in modo prevedibile (come preannunciati da un "Ciak! Frase profonda!") scivolando, insieme al film, nell'indifferenza.

Luca Baroncini

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