INTERPRETI: Keanu Reeves, Carrie-Ann Moss, Laurence Fishburne,
Hugo Weaving, Matt McColm, Jada Pinkett-Smith, Daniel Bernhardt, Monica
Bellucci
SCENEGGIATURA: Andy Wachowski - Larry Wachowski
FOTOGRAFIA: Bill Pope
SCENOGRAFIA:
Owen Paterson
MONTAGGIO:
Zach Staenberg
EFFETTI VISIVI: John Gaeta
COSTUMI:
Kym Barrett
SUONO: Don Davis
MUSICHE: DJ
Paul Oakenfold - Don Davis
Trama
Zion si prepara ad affrontare un massiccio
attacco da parte delle macchine, ma i suoi guerrieri sono divisi. Sarà
l’Eletto in grado di salvare il genere umano dalla distruzione totale?
Recensioni
Second
Best
Lontano dalla solidità e dal fascino del primo
capitolo, The Matrix Reloaded trattiene e forse migliora tutte le
caratteristiche di spettacolarità e di intrattenimento del suo
predecessore, senza tuttavia riuscire a mantenerne la coesione fra azione
e narrazione. Con un flash-forward al cardiopalma i Wachowski guardano
compiaciuti all’incipit del loro originale capolavoro, assegnando ancora
una volta al personaggio di Trinity gli onori di casa, e facendole
nuovamente affrontare un temibile agente. Ma il film perde subito il suo
ritmo e si smarrisce nei vagheggiamenti New Age di un Morpheus più
avventato che saggio, coraggioso ma meno illuminato. La fede nella
profezia, e quindi in Neo, non è condivisa da tutta Zion. Nonostante la
abile retorica di Morpheus riesca a darle una speranza, i contrasti in
essa sono forti e rischiano di spezzare la sua resistenza alle macchine.
La roccaforte umana si abbandona ad una notte di baccanale e il giovane ed
insonne Neo – tormentato da previsioni nefaste – si ritrova a
colloquio con la matura guida di Zion, in un parallelo che evoca
inevitabilmente Luke Skywalker e Obi Wan Kenobi. Dopo questo arresto
piuttosto imbarazzante, il film si riprende alla prima scena d’azione,
consegnando allo spettatore un nuovo gioiello di Kung-fu ed effetti
speciali, moltiplicando Hugo Weaver all’infinito in un lungo,
estenuante, irrisolvibile combattimento corpo-a-corpi. L’Oracolo
consegna a Neo un nuovo Quest, quello di trovare il Key-Maker, e il
novello Superman si lancia alla sua ricerca accompagnato dai soliti
Trinity e Morpheus. Sulla sua strada troverà un nuovo cattivo dallo
spiccato accento francese (singolare coincidenza, visto il rinnovato
sodalizio franco-americano) e una tanto bella quanto inutile ed
imbarazzante Monica Bellucci. Una volta trovato e liberato, il Key-Maker
va anche difeso, il che fornisce il pretesto per un’altra rocambolesca
scena tradizionale nel cinema d’azione: l’inseguimento. Smaltito
l’adrenalinico Fast and Furious combattuto a colpi di pubblicità poco
occulta, la squadra si prepara al tradizionale ok-corral. Il Key-Maker
ovviamente è indispensabile per il compimento dell’impresa finale,
accatastata sulla grandiosità dell’azione con poca perizia e molta
fretta, con il risultato di far perdere allo spettatore il desiderio di
seguirla. Il vecchio collaudato meccanismo del break-in, dell’irruzione
nel luogo dove tutti i segreti sono custoditi, finisce col risolversi
troppo velocemente e con scarsa convinzione, quasi sottostimando le
potenzialità del nucleo narrativo. Le rivelazioni che aspettano Neo
dietro la porta del Mainframe di Matrix sono tutt’altro che
sbalorditive, e nonostante ostentino echi di staticità Kubrikiane, sono
quasi offuscate dalla frenetica azione che fa loro da contrappunto. Il
finale è inevitabilmente aperto per fare spazio al capitolo che seguirà,
e che probabilmente – come accade in quasi tutte le trilogie – tornerà
ad alzare il tono in vista di una chiusura degna delle aspettative che il
progetto reloaded ha sollevato.
Alberto
Zambenedetti
L'anomalia che salva il sistema
Il prete Shaolin, il Neo-superman, la Marvel-meraviglia
entra subito in azione, secondo il Vangelo di Morpheus. Le danze cinesi
dei fili invisibili si congelano nel grande magazzino occidentale che le
rivende a 2X3, con un seguito diviso in due tempi. La ricarica è lenta,
temporeggia (il gioco delle coppie Link/Morpheus, le arti marziali
all’arma bianca, la ri-creazione di gelosia di Persephone) e illude con
i segni grossolani di una profezia sempre uguale a se stessa (la fede nel
Neo-cristo, la grotta/cattedrale paleocristiana e Morpheus che dice
messa). I Wachowski si scuotono dal torpore con un rave di massa e il
verde fosforescente si squaglia nel colore della carne eccitata dai ritmi
tribali. Il burocrate (Smith) della violenza istituzionale moltiplica gli
effetti speciali e cerca di soffocare il portatore della buona novella (e
di una buona sceneggiatura): quantità contro qualità, fascino della
matrice disubbidiente (che coreografie, che inquadrature impossibili!).
Neo se lo scrolla di dosso, chiama a raccolta qualche riflessione
intrigante (il controllo e l’interdipendenza uomo-macchina, la causalità
contro il libero arbitrio…la vagina?) e inizia ad iniettare l’anomalia
(l’Oracolo) in un programma troppo tranquillizzante, fino a ribaltarne
il senso con un Architetto che, pur povero d’immaginazione (la sua
scenografia…), svela l’incredibile. Se le apparenze ingannano la
superficialità è complessa o viceversa. Il cinema virtuale di MATRIX non
poteva avere (non)conclusione più metatestuale (il sesto seguito che si
crede originale: coincidenza o provvidenza?). La religione, oppio dei
popoli, veste i panni di un magnifico inseguimento in autostrada, nel
segno dei gemelli fantasmi, dal vero, dal finto, contromano, in
camion-scontro. Il testo illuminato si sottovaluta ancora,
rimpicciolendosi nella scelta fra due porte: l’uomo nuovo esce da tutte
e due, massaggia il cuore dello spettatore e riesce a rianimarlo, con la
promessa di un futuro migliore (a breve: MATRIX REVOLUTIONS).
Niccolò Rangoni Machiavelli
Syntax
Error
Tutto
quello che avreste sempre voluto criticare riguardo a Matrix ma non avete
mai osato dire.
Ora potete. Ora potete perché la fortunata alchimia matrixiana, che aveva
decretato il successo dell’archetipo, stavolta è solo un vago ricordo. Matrix
Reloaded è una palla di 140’ che alterna imbarazzanti sproloqui
filosofeggianti a storie(lle) d’amore appiccicate alla bell’e meglio a
scene d’azione “à la Matrix” che sanno di deja-vu lontano
un miglio. Là dove il primo Matrix riusciva a suscitare
riflessioni niente affatto banali sulla vita “imposta” e sulla realtà
come percezione, come volontà e come rappresentazione
della stessa, il Reloaded si avvita e si smarrisce in una vicenda
senza capo né coda, largamente incoerente e sostanzialmente
incomprensibile (ma forse il Revolutions ci chiarirà le idee: c’è
un matrix in matrix?) che, cosa ben più grave e sostanziale,
smarrisce per strada il sostrato metaforico che salvava in corner gli
svarioni new age e le incongruenze e forzature già presenti nel
predecessore. Quel che emerge ora, e che tristemente (solo) rimane, è lo
scheletro narrativo vecchio come il cucco (futuro: le macchine si
ribellano all’uomo... wow), il citazionismo cinefilo e non solo (c’è
anche molto hi/low tech video-rp-g-iochesco alla Final Fantasy
nella rappresentazione della città di Zion), la fotografia virata al
verdognolo (che fa molto ZX-Spectrum), gli effetti speciali ora
obsoleti (il “metallo liquido” di T-1000iana memoria) ora
abusati (i ralenties e i fin troppo tipici stop frame multiangolo),
le scene d’azione con poco o nulla di nuovo (l’inseguimento a bordo
della Ducati998 avrebbe potuto girarlo un qualunque Rob Cohen) e una
sommaria caratterizzazione dei personaggi che sembra privarli anche
dell’esile fascino che alcuni di loro erano riusciti a esercitare. E
dire che l’incipit, letto al secondo grado, prometteva anche bene: i
Wachowski Bros. che danno in pasto al pubblico quello che il pubblico
vuole e si aspetta da loro, per rivelare subito che era tutto un sogno
indotto da... Matrix e che ci attende invece qualcosa di
“realmente” nuovo (come no...). Ciliegina sulla torta:
l’interpretazione della Bellucci, che scava a mani nude oltre il fondo
del suo abyme interpretativo. Semplicemente imbarazzante. Chi ha
voglia di sorbirsi gli interminabili titoli di coda, accompagnati dal
peggior rock(ettone) reperibile su MatchMusic et similia, si può infine
“gustare” il trailer di Matrix Revolutions che riesce, in una
manciata di secondi, a strappare l’ultimo epitaffico sbadiglio.
Gianluca
Pelleschi
Pensavo fosse amore invece era un calesse
Il primo "Matrix" ha rivoluzionato il modo di fare cinema d'azione, introducendo sofisticati effetti speciali poi imitati ovunque. Il merito, oltre che dei fratelli Larry e Andy Wachowski e dei tanti supervisori tecnici, e' stato anche del maestro d'arti marziali Yuen Wo Ping, che ha coreografato i combattimenti permettendo ai personaggi di superare qualsiasi legge fisica, librandosi in aria con forza e leggerezza. Ma il primo episodio della trilogia riusciva anche a raccontare una storia capace di intrigare e appassionare, un punto di vista attuale, venato di bagliori crepuscolari e carico di suggestione.
Nel nuovo "Reloaded", di tutta quasta fascinazione d'insieme resta soltanto il forte impatto delle immagini. Comincia scimmiottando "Guerre Stellari", con una Resistenza, un Consiglio, i buoni e i cattivi chiaramente distinti e, soprattutto, descrivendo questi ribelli come una sorta di "new barbarians", con un look tribal-chic di irritante banalita'. La noia fa subito capolino, tra dialoghi pretenziosi e sibillini e personaggi poco interessanti. Poi, gradualmente, si arriva a capire che e' meglio accantonare gli sviluppi previsti dalla debole sceneggiatura e concentrarsi sulla potenza delle immagini. Una volta preso atto del nonsense narrativo, si riesce anche a godere un po'. Certo, gli elaborati combattimenti sortirebbero un coinvolgimento assai diverso se supportati da un rapporto meno elementare di causa ed effetto, ma per gli occhi e' comunque un vero piacere restare intrappolati nella rete di "Matrix".
Peccato per le tante, troppe parole che intervallano l'azione, pesanti come macigni e di inconcludente ingenuita'. In un contesto cosi' tecnologico, gli attori sono pedine al servizio del videogioco, con un'espressivita' limitata al minimo. Tra i patiti e mai cosi' sciupati Keanu Reeves e Carrie-Ann Mosse e la bolsaggine di Laurence Fishburne, non sfigura nemmeno l'immobilita' di Monica Bellucci, ancora una volta icona di mediterranea bellezza che potrebbe almeno decidersi a fare un serio corso di dizione per snellire il fraseggio, come al solito (unica eccezione "Ricordati di me" di Muccino) di stridente stonatura. Di tutto il rutilante immaginario riciclato, masticato e vomitato dai fratelli Wachowski, restano in mente alcune sequenze: il combattimento che anticipa l'incontro con l'oracolo, una sorta di danza di estrema eleganza e bellezza; la prima rissa tra Neo e gli Smith clonati, realizzata attraverso la nuova tecnica denominata "cinematografia virtuale" che, nonostante tradisca piu' volte la sua natura di sintesi, e' davvero "bigger and bigger" e lo spettacolare inseguimento in autostrada, con incredibili movimenti della macchina da presa e duelli tanto sopra le righe quanto divertenti. Tra i personaggi, una certa simpatia e' suscitata unicamente dall'incredulo fabbricante di chiavi, gli altri si prendono troppo sul serio. Determinante, nella costruzione delle sequenze, il commento sonoro, con scelte musicali quanto mai azzeccate e trascinanti, che diventano parte integrante della narrazione. Piu' che un film, alla fine, un fenomeno di costume, un rito collettivo a cui
abbandonarsi senza cercare uno spessore che sembrava ci fosse, ma non c'e'.
All'accendersi delle luci in sala, dopo i lunghi titoli di coda e il poco promettente trailer del successivo "Revolutions", la sensazione che si prova trova appigli nelle parole di Merovingio. E' un po' come "essersi
puliti il culo con la seta". Effimero piacere che spreca gratuitamente indiscutibili talenti.
Vedere (o provare, a seconda dei gusti) per credere!
Luca Baroncini
Commenti
Virus e Virtù
La matrice è l'utero materno, più ancora è la disposizione su m righe e n colonne dei necessari numeri di campo: insomma, Matrix è matrix è la Regola, il germe che permea il Tutto. Scopo del sistema è quello di perpetuarsi ma non è autosufficiente, a tal fine esso include ed ha necessità dell'alterità, l'umano in quanto elemento biologico energetico e come radicale opposizione.
Il Tao al pari dei presocratici, Eraclito (Parmenide "paradossalmente" avrebbe da dire sulla virtualità) per dire, le dinamiche dualistiche come motori del fluire, del divenire, del futuro: un sistema di sceneggiatura resistente a tutto.
La matrice ha vaghi connotati di estensione e presenza, viene raggiunta da alcuni uomini (si suppone siano tali) con un cablaggio cerebrospinale, raggiunta come estasi virata tecnologicamente è poi il travaso da un simulacro ad un altro i cui caratteri di azione nel mondo(2) soddisfano i desideri di rivincita delle disgrazie del mondo(1).
L'umano ed il numerico sono reciprocamente virali e parassitari, il Male risiede nel mezzo ambiguo che si tinge coi tratti della scelta: se l'opposizione binaria domina il Sistema, le sfumature affettive possono modificare e definire l'arbitrio umano, sulla cui libertà scioccamente si discetta (Agostino fa capolino). La Matrice possiede il mondo(1 & 2) al punto da esserlo, al punto da aver codificato la presenza del male, nella forma della distruzione palingenetica, è divenuto fondante costitutivo dell'evoluzione del Sistema: chi-sceglie-cosa-dove in una struttura bipartita (due parti che si compenetrano) che reca ovunque tracce di
continuità?
Problemi ed interrogativi mistici ben più antichi delle parole che li descrivono, tanto da rendere lecito domandarsi quanto rientri nel calcolo dei Wachowski bros. (prodotti W.bros.) ed in che forma.
Il sincretismo frullatorio che facilmente si identifica parte dall'avvento cristologico -fino a che punto?- di Neo (M. Reloaded aggiunge anche puerili complicanze freudiane) in un universo governato da ferree Regole (una matrice veterotestamentaria?) che non mettono però a tacere la serpeggiante ribellione, Morpheus capo-popolo sopra tutti: la risposta tramica è lontana dall'essere organica con gli assunti taciuti, è una replica meccanica basata sull'esasperata (e supposta soddisfacente) iterazione dei percorsi già proppiani di avvicinamento e separazione dal desiderato, con relativa assunzione di tratti personali -per l'eroe- variamente magici.
Il sistema Matrix (tripartito e unitario!) è in sé una struttura basilare, autogiustificante che lascia intravedere possibilità ed aspirazioni fascinanti al modo delle stampe di M.C. Escher, di P.K. Dick, ma si lascia facile preda dello spessore d'una carta da parati stampata con visualizzazioni di frattali di Mandellbrot.
Iscatolata la trama in una tale cassaforte - fortuita?- i fratelli hanno dato libertà alle citazioni culturali, modaiole e tecnologiche, dal kung fu al Tao alla romanità (abiti, struttura sociale, la Matrice imperiale) al fumetto, questo in gran abbondanza, al cinema (la lunga sequenza di ballo rimanda immediatamente al muoversi sfrenato degli Unni nella Saal der Knechte della seconda parte dei Nibelunghi langhiani, anche loro in lotta contro il rigore geometrico dei Burgundi). Il tutto abilmente (spesso efficacemente) potenziato, accelerato da facile epica, CG e, perché no?, belle donne (e uomo).
I fratelli W. dopo "Bound - Torbido inganno " (dimenticabile ma mostra curiose pecche semplificatorie) hanno azzeccato una formula che possono ciecamente seguire, un'apparecchiatura pronta a divenire chiara, cristallina, nel suo chiudersi, comunque avvenga, perché autoregolata: un programma teleologico pronto a far dimenticare le pochezze del dialogo, le cure non continue alle textures visive e sonore, al pari dei fantasmatici riferimenti che qui abbiamo sparpagliato.
A tutto sfugge, però, l'umano carattere, urla lo script di Matrix Reloaded (e della trilogia tutta) con gran sprezzo del ridicolo (hollywoodiano) e ancora fornendo una spiegazione adeguata ed interna all'oscenità dei tre minuti di auto-doppiaggio di Monica Bellucci, altrimenti intollerabile in tutte le n dimensioni.
Luigi Garella
"Matrix reloaded", ovvero la proliferazione del "logos" del primo "Matrix", affascinante e curioso "mélange" culturale forse sopravvalutato. Gli ambiziosissimi Wachowski cercano di ridefinire i confini dell'immaginario contemporaneo nel segno del sincretismo filosofico: Baudrillard più filosofia zen più suggestioni new age (mai manchino.) più Dioniso più Platone più Dick più manga più psicologia cognitiva più La Mettrie più Husserl più Pascal più fideismo più Derrida. Se nel primo episodio la suggestione e il sussurro prevalevano sul didascalico e la riflessione filosofica nasceva dal racconto, in questo secondo episodio l'esigenza di arricchire il plot con rimandi culturali e l'ambizione a costruire una nuova epistemologia ammorbano la narrazione. Il racconto si ripiega su se stesso senza evolvere, la traiettoria delle linee direttive della storia subisce continue deviazioni che vorrebbero essere "esplicative" ma che finiscono, paradossalmente, col creare confusione, con lo smorzare la tensione, con l'ottundere la iattanza del soggetto. La geminazione degli "excursus" didascalici non solo nuoce al racconto ma uccide il mistero ed è fatale a quel dubbio filosofico sulla reale consistenza della realtà esperita all'origine del primo film della serie. Le scene d'azione paiono più esibizioni fini a se stesse che tappe fondamentali. La lunga e soporifera permanenza nella caverna platonica di Zion, tra festini di dubbio gusto e "prevedibilissime pre-visioni", è da dimenticare così come sono da dimenticare l'inutile Persefone bellucciana, i poco credibili perché cristallizzati tormenti del giovane eletto Neo, personaggio sempre più monolitico e ridicolo nella sua veste da prete di campagna griffato (possibile che ogni tre battute debba esclamare "Non so se sarò in grado di salvare il mondo." con la stessa espressione fintamente turbata?). Nel pirotecnico montaggio degli ultimi venti minuti, i Wachowsi utilizzano addirittura il poco "mainstream" "flash-foward" ma è solo un "clin d'oeil" ai cinefili: "Abbiamo studiano cinema, non solo filosofia" sembrano volerci "urlare" i nuovi eletti della settima arte. Rimane la lunga sequenza dell'inseguimento in autostrada, indubbiamente ben fatta.
Manuel Billi
Spazio
lettori
antiMatrix
Cari
amici, ho avuto l'opportunità di rivedere “Matrix 2” un paio di
volte, durante questi ultimi giorni. Come nel caso del primo film, più
visioni sono assolutamente necessarie per riuscire a comprendere al meglio
il complicatissimo plot. Non voglio annoiarvi con una lunghissima
discussione sugli incarti filosofici sulla trama (che tutti avete visto) e
sugli effetti speciali (che non hanno bisogno di ulteriori commenti), con
il mio intervento voglio solo esporvi con la massima chiarezza che mi
sarà possibile, quello che sono riuscito ad estrapolare, per punti
fondamentali: 1 - Tutto sembra essere rimandato al terzo episodio, quello
della Rivoluzione, dato che con la sua "scelta" innovativa
rispetto ai precedenti eletti, Neo, ha più o meno dichiarato guerra alle
macchine, dentro e fuori da Matrix. 2 - Ora infatti nel sistema Matrix,
c'è una variabile impazzita e non più prevedibile, (Neo stesso), che è
al corrente di come le macchine controllino ed abbiano sempre controllato
gli esseri umani, attraverso un sistema di false profezie e false
rivoluzioni, che in realtà permettono alle macchine stesse di
intrappolare una minoranza (che in ogni caso non accetterebbe il sistema,
1% della popolazione umana), in una sotto realtà virtuale di fittizia
libertà. 3 - Zion è dunque virtuale, ed è già stata per 5 volte
distrutta dalle macchine. L'Eletto ha sempre potuto ricostruirla, dopo lo
sterminio delle sentinelle, "scegliendo" dall'interno di Matrix,
(che viene così appunto "ricaricata") 16 femmine e 7 maschi per
ricominciare la resistenza nel mondo reale - fittizio del sottosuolo di
Zion. Insomma l'Eletto ha sempre scelto di continuare a mantenere in vita
il genere umano se pur in un’esistenza di eterno ritorno. Se ben
pensate, nel primo episodio Morpheus racconta a Neo la storia delle prime
liberazioni dalla Matrice: c'era un tempo in cui un Eletto, nato
all'interno di Matrix (e quindi con la compiacenza delle macchine, già
sotto il loro controllo), poteva modificare il Programma a suo piacimento,
combattere contro gli agenti, salvarci dalle macchine; fu lui a liberare i
primi di noi, e a cominciare la resistenza. L'oracolo è stato con noi sin
dall'inizio, e ha predetto che un nuovo Eletto tornerà per salvarci. Un
Eletto c'era dunque già stato, e Morpheus lo sapeva, (dunque anche noi, a
ben vedere…) altrimenti anche in termini di plot, sarebbe stato
impossibile spiegare come i primi umani fossero riusciti a scollegarsi da
Matrix e da tutto quel sistema di "tubi" e cunicoli in cui (come
abbiamo visto nel primo, appunto) sono intrappolati. 4 - La scelta di Neo,
è quella di salvare Trinity a discapito dell'intera razza umana: le
macchine devono in ogni caso distruggere Zion, per impedire a quella
minoranza sistemica intrappolata nel sottosuolo di espandersi, capire e
crescere. Quello che Neo ha cambiato, dunque influirà non su Zion (almeno
direttamente) ma su Matrix. Ma se tutto è Matrix...
Abbiamo parlato di Trinity: proviamo ad approfondire la questione: Neo è
diverso dagli altri eletti, solo per il modo in cui ama Trinity, e non
perchè la ama (lui è realmente innamorato di lei: l'amore è l'unica
cosa “vera”, dentro e fuori da Matrix...). Ma se si riflette sul primo
film (non bisogna dimenticare che si tratta di una trilogia...), l'amore
tra Trinity e l'Eletto è stato indotto dall'oracolo stesso: ricordate che
la veggente predisse a Trinity che quando si sarebbe innamorata, avrebbe
trovato in quella stessa persona il tanto atteso Eletto? Anche il loro
incontro insomma, era previsto, dato che la scelta dei 5 precedenti, era
stata sempre tra salvare Matrix e cancellare il genere umano; come ho già
tentato di spiegare, la distruzione di Zion, non è infatti per le
macchine, mai posta in discussione. Trinity, Morpheus e Neo, compongono
una trilogia che ripercorre e rievoca la dottrina cristiana. La triade è
parte integrante del controllo, della falsa profezia dell'Oracolo, in
realtà "madre" di Matrix. Morpheus è il "Padre"
spirituale, che porta Neo, il "figlio" nel mondo degli uomini
(dei presunti veri uomini), ma non per offrirgli gloria ed ammirazione, ma
per offrirgli sofferenza e dolore, morte e resurrezione, per salvare il
genere umano dal dolore e dalla sofferenza, per riaprirgli le porte del
Paradiso. Trinity è l'amore, lo Spirito Santo, ossia la terza parte della
Triade, che non abbandona mai Neo, ma anzi ne è alla fine, quasi una
parte integrante (lo porta alla resurrezione nel primo episodio). Trittica
è anche per definizione, la Trilogia di Matrix, che riporta alla
filosofia hegeliana, di tesi, antitesi e sintesi. Nel primo episodio, Neo
è la tesi, esposta come salvazione, risveglio, profezia ed iniziazione,
ed infine tentativo di realizzazione di quella stessa profezia. Matrix
reloaded è la perfetta antitesi al primo episodio: Neo non è più
presentato come l'unico e vero salvatore (anzi, è solo il 6, l'anomalia
è sistemica), non si risveglia ma anzi cade alla fine in nuovo coma, un
sonno profondo tanto che nel finale, lo vediamo ad occhi chiusi steso in
un letto; la profezia in realtà non esiste, non era che un'altra forma di
controllo, e non può quindi essere realizzata. Il terzo, Revolution,
sarà la sintesi e noi tutti già la stiamo aspettando...
Tirare in ballo la delusione vorrebbe dire vantare corpose aspettative. Per molti matrixiani ortodossi - quelli per cui il Primo Film era l'Oggetto di Culto - questa è la corruzione del Culto nel più trito scivolone hollywoodiano.
Forse il fatto è che del primo film - notevole, certo - l'intrigante succo e la suggestione rivoluzionaria è intrinsecamente irripetibile, dato che Matrix Reloaded si mostra, in modo intransigente, come un sequel assoluto, anzi come un frammento ancipite e incompiuto di un insieme tripartito, senza inizio nè fine, senza "nuovo" da battezzare agli occhi più o meno esperti del pubblico. I motivi, giàvisti, sono rispolverati e rispiattellati. La sceneggiatura si intorciglia senza accattivare (forse per la storia del senza inizio nè fine). Le botte e gli inseguimenti hanno lampi esaltanti, angolature impossibili, scelte visive che dimostrano ampiamente il mestiere dei Fratelli Registi e del fotografo Pope. Ma annoiano. Si ripetono. Quando si smettono gli orpelli da cyber-videoclip avanzatissimi (e spesso divertentissimi), c'è l'imbarazzo di una visione povera e freddina: il festino tribale, le scene d'amore, i pochi momenti intimi.
E' naturale che il fumetto, anche se cinematico e ipertecnologico, sfoggi personaggi di rilievo non troppo accentuato. Ma l'inghippo pretenzioso della Profezia, del Mainframe di Matrix, della stanza dell'Architetto (uno dei momenti più interessanti, vagamente kubrickiano) annega il tutto in una salsa dal sapore incerto e irresoluto.
Perla nera, tremenda, la bella Persefone-Bellucci, che dà il meglio del suo peggio, imbarazza con la sua recitazione, e incarna uno dei momenti più tristi di tutte le due ore e rotte di matrixiano sfrigolìo visivo.
Roberto Tallarita
La matrice in avaria
Finalmente riesco a vedere questo MR, ovvero uno dei film dell'anno dell'ultima stagione. Se il sopravvalutato Matrix è diventato in un boato fenomeno di culto, questo Reloaded getta definitivamente la maschera. Qui tutto è operazione commerciale: neanche gli effetti speciali, che furono rivoluzionari nel primo capitolo, riescono stavolta a colpire l'occhio dello spettatore (forse perché, nel frattempo, imitati in diverse salse). La platea si adagia dunque fra scontri inverosimili e calci volanti (Neo sconfigge un intero battaglione di Mr.Smith), subendo fra capo e collo alcuni affondi filosofici di dubbia sostanza: i dialoghi volutamente serrati, fra causalità e Provvidenza, suonano subito come un pretesto per inserire nel film una sorta di sottofondo culturale. Ma attenzione: personaggi, situazioni e dialoghi sono in realtà luoghi comuni, fino a scivolare in cadute di stile di bassa lega ("Causa-effetto: ho bevuto il vino, devo andare a pisciare"). L'amo è gettato con presunzione contro lo spettatore, che abbocca decretando l'immeritato successo al botteghino: i francesismi e gli "ergo" introducono parlantine fra Hegel e Platone, affogando in un minestrone del tutto impersonale, che non vanta nessuna caratteristica propria. Su tutto, a sorpresa, la noia (peccato mortale per un film d'azione, viste soprattutto le premesse): scene troppo lunghe ed insistite a coprire il vuoto d'idee, che non suscitano alcun guizzo neanche nella polvere di un inseguimento. Unica, vera occasione di parziale riscatto si presenta nella dimora del Merovingio, la sequenza più azzeccata nonostante un automa di nome Monica Bellucci (imbarazzante la sua interpretazione, di fronte ad attori veri). Verso la conclusione, però, torna l'odioso intellettualismo da quattro soldi capace di ammorbare la pellicola; il "to be concluded" finale è una delle peggiori chiusure che si siano mai viste sul grande schermo. Densa di irrisolte pretese autoriali, la seconda matrice calpesta la sensibilità di ogni spettatore - appassionati e non - trattandolo come la scimmia a cui si regala la nocciolina. D'altronde l'industria non ha mai avuto un cuore, i fratelli Wachowski smarriscono anche il cervello.