INTERPRETI: Jacques
Gamblin, Denis Podalydes, Marie Gillain, Marie Desgranges, Charlotte
Kady, Maria Pitarresi, Philippe Morier-Genoud, Laurent Schilling, Ged
Marlon, Christian Berkel, Richard Sammel, Christophe Odent, Daniel
Delabesse, Lara Guirao
SCENEGGIATURA: Jean
Cosmos - B. Tavernier
FOTOGRAFIA:
Alain
Choquart
SCENOGRAFIA: émile
Ghigo
MONTAGGIO: Sophie
Brunet
COSTUMI: Valérie
Pozzo di Borgo
MUSICHE: Antoine
Duhamel
Trama
Nella Parigi occupata dalle truppe naziste, alcuni
artisti cinematografici lavorano alla Continental, casa di
produzione controllata dai tedeschi.
Recensioni
Vogliamo vivere, facendo cinema
Un fremito di maliziosa curiosità
e spazientita accondiscendenza percorre il corridoio di una piccola
pensione parigina: gli ospiti si celano (o no) dietro le porte (soc)chiuse,
in attesa della fulminea comparsa della celebre attrice che tenta di
sgattaiolare in tutta segretezza nella camera del proprio amante. È il
momento dell’amore, ma ecco che le bombe iniziano a cadere sulla città:
bisogna correre al rifugio, ma può la giovane diva mettere a repentaglio
l’invisibilità? È tutto qui, in questo prologo di squisito nitore, lo
spirito e il significato del nuovo film di Bertrand Tavernier:
l’inestricabile gioco delle apparenze, il peso di vivere e l’amara spensieratezza
dell’essere, la tetra magia delle immagini in movimento (Parigi brucia,
e i fotogrammi brillano di funebre splendore) sono il vero soggetto di un
film “storico” che parla (anche) del presente.
Frettolosamente bollato, in patria e altrove, come opera d’infame
revisionismo, il film non ha compiti didattici da espletare o apoteosi da
celebrare a tutti i costi. I ricordi dei protagonisti (il regista Devaivre
e lo sceneggiatore Aurenche), citati nei credits e nel finale, sono
per il regista il punto di partenza (il pretesto?) di un omaggio al mondo
del cinema francese degli anni Quaranta (e non solo), e ancor più
l’accidente a partire dal quale costruire una polifonia in cui la Storia
si riflette per caso, non per azzardo. Il racconto, condotto con ritmo
spigliato e mirabile inventiva, porta con sé (come le comparse e i
tecnici muniti di volantini antinazisti) il germe di una riflessione
lucida e priva di rancore su conflitti e contraddizioni che, piaccia o no,
sono una costante della natura umana.
Il tratto distintivo dei personaggi che animano l’intreccio sembra
essere la menzogna, l’ambiguità: artisti (quindi bugiardi di
professione) pagati dagli occupanti per girare film di successo, forzati a
lavorare in condizioni precarie e sotto sorveglianza, capaci di
rivendicare una sorta di autonomia nella vita (il contratto perennemente
in bianco, le maldestre azioni di controspionaggio) e soprattutto
nell’arte (il senso nascosto nella tirata di Baudu in Al Paradiso
Delle Signore di Cayatte, che l’attore recita ignorando
ostentatamente la presenza dell’amministratore tedesco). La stessa
Parigi, coi cannoni della contraerea nazista che fioriscono dalle linee
liberty degli stabili, è complice di una bugia (im)pietosa, e cela con un
frivolo sorriso ferite che emergono, come bombe nella notte gelida e
serena, in un istante (la stella di David, il passaggio dell’autobus).
È possibile “resistere” anche attraverso le storie private
(l’attivismo di Devaivre, le amorose menzogne di Aurenche) e pubbliche
(i film), illuminando la vita attraverso un’arte che nasce dal
quotidiano, opponendo alla devastazione operata dal nemico la
consapevolezza di lavorare per il proprio Paese, senza parlare della forza
insospettata che può nascere dalle umiliazioni subite (il pasto in casa
dell’antiquario, l’epilogo): l’origine letteraria di gran parte dei
film citati o rappresentati permette un riferimento alle novelle di
Maupassant, nelle quali i veri eroi di guerra sono le puttane (il bordello
in cui trova rifugio lo sceneggiatore). Oltre ogni considerazione storiografica o nebulosamente morale, Laissez
– Passer è un esemplare perfetto (a tratti anche troppo) di quel
cinema classico che, sia di papà o di nonno, riesce a stregare per brio,
ironia, puntigliosa ricostruzione d’ambienti. Un velo di compiacimento
(le presentazioni del gotha del cinema francese) rende ancora più
gustoso un puzzle basato sulle immagini (la frenetica macchina da presa,
un gusto hitchcockiano per la tensione) non meno che sulle parole (il
nitido script è firmato dal regista e da Jean Cosmos), un inarrestabile
fiume di celluloide che regala frammenti d’incanto (la muta disperazione
di Tourneur, attenuata dalla magia delle luci in grado di costruire una
finestra inesistente) e interpretazioni di classe inarrivabile.
Stefano
Selleri
Commenti
Spazio
lettori
Tavernier riscrive con onestà una pagina davvero significativa di storia, facendo rivivere sullo schermo il mondo del cinematografo nella Parigi occupata dai nazisti, dove riesce ambiguamente a sopravvivere grazie anche alla Continental, casa di produzione tedesca. Forse, perché più ispirato dalla nostalgia che dalla volontà di analisi, "Laissez-passer " è più che altro un racconto piacevole, nitido e ben diretto, che preferisce l'ironia e la leggerezza ,
accontentandosi solamente di alludere alla drammaticità risaputa del contesto storico. E' divertente infatti vedere Jean Aurenche, uno dei due protagonisti , correre con due pesanti valigie da un bordello alle case delle sue varie amanti, o l'altro , Jean Devaivre, fare chilometri di campagna in bici, cadere febbricitante nelle mani degli Inglesi, che gli offrono continuamente tazze di thè, mentre lo interrogano. L'uno ha accettato di collaborare con i Tedeschi della Continental, l'altro non ha voluto compromessi, ma nessuno dei due sa fare gran che, solo creare delle storie. Ma ,in tutte le epoche, non è stato proprio questo essere artista? "Cantami, o diva, l'ira funesta di Achille Pelide ,che infiniti lutti inflisse agli Achei..", così esordisce l'aedo omerico, chiedendo alla sua divinità appunto una storia, bella da raccontare e da ascoltare.