| Recensioni
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Tutti dicono Fuck you Victoria!
Match contro
Vittoria (e i suoi soldati) nel cuore dell’Impero britannico: un
manipolo di disperati si oppone alla tirannia dell’invasore… con il
cricket. La giustificata ostilità nei confronti degli inglesi (un branco
di fannulloni da operetta, ma provvisti di una cattiveria clamorosa e non
solo potenziale) fa superare i pregiudizi di casta e le rivalità
tradizionali e personali (un risultato che gli europei non riescono a
ottenere, e per questo perderanno tasse e terre), il principio
dell’autodeterminazione dei popoli si fa strada fra un fuoricampo e
l’altro, e i colonizzatori sono infine costretti a filarsela
all’inglese.
Superficiale,
prevedibile, improbabile, sontuoso, spassoso, travolgente: Lagaan
ha molti pregi e non pochi difetti del grande cinema indiano che in Europa
continua a essere meno visibile delle produzioni d’autore (che pure
spesso tengono conto degli stilemi bollywoodiani, vedi Monsoon Wedding di
Mira Nair). Cinema commerciale, è vero, ma realizzato con professionalità
impeccabile e portatore di un incanto che le produzioni occidentali
sembrano avere smarrito da almeno trent’anni, per tacere dei film
“commerciali” italiani, asserviti alla meschinità televisiva.
In Lagaan, invece, tutto è grande, anzi fuori misura: durata
ciclopica, una ventina di personaggi di primo piano e uno stuolo infinito
di comprimari e comparse, canzoni e balletti di complessità inaudita
(almeno per i nostri standard), nessuna incertezza nel mescolare storia e
favola, dramma e commedia brillante, musical e action, amore e sport (con
tanto di passione interculturale, convenientemente troncata in boccio),
uno stile di ripresa che concilia abbaglianti piani sequenza e montaggio
irrefrenabile, primissimi piani carichi di tensioni di varia natura e
campi lunghissimi magniloquenti e terribili.
Gowariker
esalta le magnifiche coreografie (in senso lato) e le faraoniche
scenografie (naturali e non), dimostra buone idee visive (il prologo) e
concede alle star lo spazio per rifulgere (senza diventare il loro
cameriere personale): Aamir Khan ha carisma ed espressività (quanti divi
occidentali possono dire altrettanto? e quanti sanno cantare e ballare a
livello professionistico?), le rivali Gracy Singh e Rachel Shelley sono un
balsamo per lo spirito (grande scontro di guardaroba, i sari fulgidi della
prima contro i completi bianchissimi dell’altra), Paul Blackthorne
disegna un villain capriccioso come un dandy (o un direttore
naturale del personale).
Certo, qualche taglio (specie nell’ultima parte, dedicata alle astruse
regole del cricket) avrebbe giovato, l’umorismo è abbastanza rozzo, le
inverosimiglianze (con la miseria che le opprime, come fanno le signore a
cambiare toilette a ogni scena?) non aiutano ad abbandonarsi al
flusso della narrazione, ma una sequenza come quella conclusiva, o un
balletto notturno carico di erotismo (la danza circolare), invita a
trascurare gran parte delle riserve.
Che
cosa avranno fumato i curatori del doppiaggio prima di occuparsi del film?
La versione italiana fa piazza pulita del bilinguismo, confonde con troppa
disinvoltura i diversi piani espressivi (un crimine, vista l’importanza
del linguaggio nei rapporti fra i personaggi), modifica arbitrariamente
(sospettiamo) gli interventi del narratore, non inserisce la traduzione
dei testi delle canzoni (tanto per stimolare l’attenzione di chi
guarda). Insomma, un eccellente spot in favore dei sottotitoli
(regolarmente presenti, come indicano i titoli di coda, nell’edizione
originale).
Stefano
Selleri
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