| Recensioni
|
Spike Jonze is fucking in Heaven
ovvero
Being Charlie Kaufman
Che qualcosa fosse accaduto nel cinema americano con
ESSERE JOHN MALKOVICH lo abbiamo sostenuto da subito: la generazione dei
registi più geniali di MTV passava al potere e questo, lo diciamo senza
imbarazzi, ci entusiasmava, entusiasmo che oggi sappiamo del tutto ben
riposto. Spike Jonze e il suo partner Kaufman (complice di uno dei film più
sottovalutati della scorsa stagione, HUMAN
NATURE dell'altro genietto Gondry) servono in tavola
uno dei piatti più appetitosi dell'annata. Che il regista fosse un
talento vero, di quelli per i quali è lecito spellarsi le mani, ce lo
avevano detto i suoi splendidi video. Pochi cenni ai più famosi: Sabotage
degli adrenalinici e fighissimi Beastie Boys ("Whyyy Our Backs Are
Now Against The Wall Listen All Of Y'all It's A Sabotage"),
costruito come una sigla di una serie poliziesca degli anni 70, sintesi
ultima e bignami completo di un'intera era televisiva, 4 minuti e passa di
divertimento e inventiva purissimi (per la redazione italiana di MTV il più
bel video di sempre); Praise You di Fat Boy Slim ("I
have to celebrate you, baby. I have to praise you like I should"),
clip fatto con due soldi, un paio di handycam e il Torrance Community
Dance Group in un happening improvvisato all'ingresso di un teatro; detto
così sembra una cazzata ma il risultato ha dell'ipnotico, non ci si
stanca di riguardarlo e sfido chiunque, una volta vistolo, a ballare su
quelle note senza tentare le stesse mosse demenziali del Group; Weapon
of choice, ancora Fat Boy Slim ("You can go with this, Or you
can go with that"), in cui un
grande e autoironico Christopher Walken (grande tap dancer e in questo
caso anche autore della coreografia) mima l'improbabile cantato, danza e
vola. Accanto a questi tanti altri, tutti imperdibili: da Tainted Love
dei Soft Cell e Elektrobank dei Chemical Brothers a Electrolite
dei REM. Dopo il successo del precedente film, Jonze torna con un nuovo
sofisticato meccanismo in cui, ancora una volta, finzione e referenti
reali si mischiano creando vertigine. Alla base della pellicola un
romanzo\reportage della giornalista del New Yorker Susan Orlean che
Kaufman (su richiesta di Jonathan Demme) doveva sceneggiare per il grande
schermo. Di fronte alla difficoltà del compito, lo screenplayer decide di
scrivere della sua tormentata attività di adattamento del libro: i
livelli narrativi cominciano allora ad inseguirsi e a sovrapporsi; sì,
perché questo racconto autoreferenziale è già il film: Kaufman è un
uomo sfigato, pieno di complessi, ma artista di talento che, dopo aver
penato sulle pagine del romanzo, decide di entrare di forza nel suo
scritto; in quel momento il protagonista ha l'idea, un'idea che è il film
che stiamo guardando, un film che viene riproposto in termini solo
schematici e strutturali (lo svolgimento lo abbiamo già visto). Ma
ADAPTATION [1] non si limita a
questa eccitante mise en abyme e, ponendosi come acutissima
riflessione teorica sui meccanismi del racconto filmico, diventa
esposizione e analisi\rovesciamento degli stessi (la figura del fratello
gemello che intanto scrive una sceneggiatura sul solito serial killer in
cui - grande! - il protagonista, che ha, si badi bene, una doppia
personalità, riduce i suoi cadaveri in piccoli pezzi e viene chiamato
"il decostruzionista" e ancora, la figura - reale! - dello
sceneggiatore McKee che denigra, nei suoi seminari, l'uso della voce over,
che, ovviamente, domina incontrastata in questo film), sorta di paranoico
formulario narratologico in forma di opera brillante (si prendano i
flashback, parodici e totalmente assurdi, oscillando tra i miliardi, le
centinaia e i pochi anni prima). Reso edotto che un finale imprevedibile
riscatta qualsiasi film, Kaufman (Cage che ne interpreta il personaggio e
l'effettivo sceneggiatore) dà al plot una svolta finale imprevista, fuori
registro, di studiato e cosciente eccesso: il teorema a questo punto si
chiude, i conti tornano e i livelli del film si riallineano sulla
splendida sequenza finale. Nuova stramberia per Jonze, dunque, ma
tutt'altro che un semplice giochino: IL LADRO DI ORCHIDEE è quanto di più
originale e intelligente ci abbia proposto il cinema americano negli
ultimi tempi, nuovo trionfo della strategia metacinematografica in cui i
rischi di autocompiacimento, pateticità, autoindulgenza, narcisismo etc.
sono tutti calcolati, esposti (lo sceneggiatore protagonista non si
masturba mica casualmente...) e discussi nel film stesso che, in questo
senso, si para il culo, certo, ma per propria necessità intrinseca prima
ancora che per una controffensiva all'eventuale, prevedibile critica. Nuda
e morbosa esposizione di un processo di creazione che diventa parabola
oscillante tra i temi del desiderio, della passione ("tu sei ciò che
ami, non ciò che ama te") e della delusione, il film non rimane
impigliato nelle sue complicate evoluzioni grazie allo stile e alla
leggerezza di Jonze, un brio e un occhio che conosciamo, e si affida a
interpreti efficaci: da Nicholas Cage, decisamente in parte nel ruolo dei
due gemelli, a una magnifica Meryl Streep nella parte della scrittrice
(ovviamente Susan Orlean esiste e così il suo romanzo che è reperibile
per i tipi Mondadori). Tutt'altro che scontato il successo di questa
pellicola, troppo bizzarra per poter piacere a tutti, troppo ricercata per
non indurre qualche spettatore addomesticato dalla tv a sbuffare
spazientito.
Restate in sala fino alla fine del film, titoli compresi.
Spike Jonze is fucking in heaven.
Fucking in heaven.
Fucking in heaven.
Luca Pacilio
[1] Il film,
già ricoperto di allori, è candidato all'Oscar (che probabilmente vincerà)
per la migliore sceneggiatura non originale (a firma Charlie & Donald
Kaufman: quest'ultimo, per la cronaca, è pura invenzione); sul concetto
di sceneggiatura originale o non originale il film apre squarci
inquietanti: è quello di ADAPTATION un effettivo adattamento? Non è, per
caso, la cosa più lontana da un adattamento de IL LADRO DI ORCHIDEE della
Orlean, visto come riduce quest'ultimo a mero pretesto? Non è invece
proprio l'opposto, una sagace e particolarissima sceneggiatura originale?
Ci interessa sul serio questo mero problema academyco?
|