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Stardust Wrecks
Un regista brillante e fragile (letteralmente di
cera, strumento dell’arte che sembra sul punto di sgretolarsi
completamente) e i suoi rapporti, misti di attrazione e repulsione, col
nuovo lavoro (che potrebbe essere l’ultimo) e l’antica consorte (mai
dimenticata, nonostante tradimenti telefonati e non): le riprese
spalancheranno gli occhi (chiusi) e sposteranno verso est gli orizzonti
esistenziali dei personaggi. Difficile stabilire che cosa sia Hollywood
Ending: cerchiamo di capire che cosa non è. Non è un pamphlet
al vetriolo su, o contro, l’industria del cinema: i tocchi satirici sono
semplici schegge, e non graffiano (quasi) mai. Non è un esempio di
metacinema, un film su come si fa (o non si fa, o si potrebbe fare) un
film: le scene dedicate alle fasi della lavorazione si distinguono a
malapena le une dalle altre, sono semplici raccordi narrativi, risolti con
trovate più o meno felici, tutto sommato non indispensabili alla
struttura del racconto. Non è neppure, forse, una commedia in senso
stretto: le battute, anche le più spassose (il primo dialogo fra Val e
l’agente), sembrano incollate alla sceneggiatura, come per nascondere il
nucleo, estremamente serio e impegnat(iv)o, del film. L’opera è, fin
dal titolo, segnata da un presagio di morte, di capolinea materiale e
spirituale che ricorda il sudario di lutti e degradazioni di Crimini E
Misfatti, da cui deriva l’idea della cecità come effetto, e non
causa, dello smarrimento umano: l’incessante ricerca della gioia e
dell’amore, nella vita come nell’arte, è ancora l’unico rimedio
possibile. Le migliori risate suscitate dal film sono essenzialmente
tragiche: il divertimento nasce non (solo) dalla situazione in sé, ma
dalla situazione e dalla distanza. Che cosa c’è di buffo in un
individuo che ha perso la vista e precipita da un’impalcatura? Il comico
è tragedia più tempo, o, come in questo caso, tragedia più spazio
(dallo schermo alla sala, dagli Usa alla Francia), e ciò che a Hollywood,
patria d’elezione dei tumori cutanei, è un fiasco, nella vecchia, amata
(e amante) Europa è un trionfo. Tutto (per) bene, dunque, come sempre?
Purtroppo no, questa volta qualcosa non va, e non si tratta solo delle
risate, scarse e non di rado appesantite da un senso di déjà entendu.
Serio o buffo, il dramma alleniano è un’alchimia di elementi eterogenei
e misteriosamente affini, un puzzle dai mille tasselli perfettamente
disposti e magicamente fusi in un insieme di straordinaria coerenza. In Hollywood
Ending, a causa dell’inadeguatezza di alcuni interpreti [Leoni è
fulgida e algida, Hamilton gigioneggia senza posa, Thiessen sfiora la
blasfemia nel palese (e vano) tentativo di proporsi come erede di
Charlize Theron], dell’assenza di parte del consueto cast tecnico (la
fotografia è un po’ troppo patinata), della scelta di squadernare un
gelido catalogo di ossessioni arcinote [l’avversione per la California (Io
E Annie), le attricette svampite (La Dea dell’Amore, Pallottole
Su Broadway), il tormento artistico separato dal talento creativo (Interiors)
etc.], il gioco dà (scontata) prova di brio ed esattezza, ma risulta
tediosamente meccanico; il finale, raffazzonato e scialbo, è più un
esorcismo che un congedo. Aspettando il nuovo film di Allen (già
concluso, a quanto pare), resta il rimpianto di non avere visto neppure un
fotogramma del film di Waxman: timore di confronti poco lusinghieri?
Stefano
Selleri
Hollywood Ending si basa su tre situazioni forti. Sulla satira contro i vezzi degli autori (“I'm sure he has a vision”), sul paradosso di lavorare in un ambiente che si disprezza (“I would kill for this job, but the people I'd like to kill are offering me the job."), sulla gag del regista che potrebbe fare questo film ad occhi chiusi e diventa cieco sul serio (“He can do this material with his eyes closed”). Queste folli premesse potrebbero da sole regalarci un film irresistibile. Potrebbero ma non ci riescono. Non ci riescono perché il discorso comico si intreccia con il discorso meta-cinematografico, ed è solo quest’ultimo (purtroppo) a stare a cuore al regista. Le componenti principali di Hollywood Ending sono, infatti, due: la comicità e la citazione. Mentre la satira sul cinema (e l’auto-satira) riesce ad essere convincente grazie ad u n’ironia che non è banale nel momento in cui è ambigua, ed è ambigua nel momento in cui riesce a mescolare abilmente (ma quanto consapevolmente?) citazione e spiazzamento (la cecità diventa metafora di arte, ma a sua volta l’arte diventa una condizione estranea alla volontà dell’artista, del tutto accidentale come la manifestazione di una malattia psicosomatica, ma allora di chi fidarsi? Di un’industria incapace di gratificare un autore incapace di controllare la propria arte? O di una critica capace di riconoscere volontà artistica proprio ad una mancanza di capacità dell’autore? Il corto circuito è servito), il discorso più squisitamente comico, invece, è abbastanza deludente. Le gag e le battute (che spesso rimandano a Variety) subiscono la scansione troppo meccanica della storia, e puntano di più alla comicità dell’esagerazione (fisica e verbale) che a quella di situazione (Val è una versione esagerata di Allen e dei suoi personaggi, la cecità è contrappuntata da una messa in scena patinata e sgargiante, dove i colori e la luce giocano un ruolo primario, e dove l’accumulo parossistico di oggetti e macchinari è sottolineato da una serie di lente panoramiche unicamente descrittive), mentre la struttura narrativa risulta debole per la monotonia e la scarsa plausibilità di molte situazioni (il modo in cui la giornalista scopre il segreto di Val, il finale). La sceneggiatura, infatti, ricicla da una parte l’idea "alleniana" dell’eterno disadattato ( “Prendi i soldi e scappa”, “Provaci ancora Sam”, “Il dormiglione”), dall’altra ritorna all’idea "vitalistica" dell’arte come strumento di riconquista della vita e degli affetti (“Hannah e le sue sorelle”). Grazie più all’autocitazione che all’autoanalisi, il discorso complesso dell’arte che imita la vita o la vita che imita l’arte (“Provaci ancora Sam”, “La rosa purpurea del Cairo”), con “Hollywood Ending” diventa un perfetto congegno a scatole cinesi con cui Allen si diverte a prendere in giro il pubblico (e la critica). E se è vero, come sostiene Allen, ch e se devi rubare, è meglio rubare dai migliori, allora vedere il regista completamente cieco consigliato da un interprete cinese che non sa nulla di cinema potrebbe non essere solo imbarazzante, ma persino geniale. Difficile davvero dire a quale dei due registi de “Il cameraman”
(perché è da qui che ruba l’idea di base per il suo film) avrà reso omaggio
Allen?
Massimiliano Troni
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