INTERPRETI: Daniel Auteuil, Geraldine Pailhas, François Cluzet,
Emmanuelle Devos, Bernard Fresson, François Berleand, Alice Fauvet
SCENEGGIATURA: Frederic Bélier-Garcia - Jacques Fieschi - N. Garcia (dal romanzo di Emmanuel Carrère)
FOTOGRAFIA: Jean-Marc Fabre
SCENOGRAFIA: Veronique Barneoud
MONTAGGIO: Emmanuelle Castro
COSTUMI: Nathalie du Roscoat
MUSICHE: Angelo
Badalamenti
Trama
Nel 1993 Jean-Claude Romand trucida la sua famiglia e
tenta il suicidio. Vuole evitare che si scopra che la sua vita è una
menzogna da diciotto lunghi anni.
Recensioni
L’avversario è la
storia di una assenza, di un vuoto. Un vuoto che si ingrandisce sempre di
più, fino a diventare una voragine che immancabilmente inghiotte il suo
mondo, fa collassare il sistema di equilibri sul quale si era retto fino
ad allora. Un vuoto che parte da un episodio piccolo, microscopico,
apparentemente insignificante ma che non cessa mai di crescere lentamente,
di nutrirsi e di inglobare persone e cose. Daniel Auteuil dà volto ad un
nuovo personaggio tragicamente reale, ispirato a un fatto di cronaca già
portato sullo schermo da Cantet con il suo A tempo pieno. Un lungo
flashback ci conduce al misterioso e inquietante inizio, un procedimento
circolare che continua alla fine con l’epilogo che lascia in vita il
game-maker, il carnefice stesso. L’apparente amoralità del personaggio
è in realtà acuta inettitudine, ovvero incapacità di vivere gestita con
arguzia. Ma la finzione non può durare per sempre. L’equilibrio crolla
a causa di piccoli errori, di imprecisioni che viziano il meccanismo. La grandeur
è nemica della bugia, e la bugia è spesso tentata dalla grandeur.
Il vuoto è interiorizzato dal protagonista che lo metabolizza e ne fa uno
stile di vita alternativo, come lui stesso sottolinea, anche se la sua
vita è segnata dalla tensione verso la normalità. Tutto ciò che mette
in piedi è caratterizzato dall’ossessione, dalla ricerca di una
comprensione che lui stesso si nega. I sonni di Jean-Marc Fau
(significativa alterazione del nome biografico) sono comatosi, indotti dal
ritmo sonno-veglia ma non riposanti. Lo stato di durevole stanchezza è
vegetativo, il personaggio è perennemente sveglio e sta perennemente
dormendo. O meglio, sta perpetuamente sognando. Sta sognando la vita
ideale, la carriera ideale, la famiglia ideale, l’amante ideale. Ma il
suo è un sogno costoso, che lo porterà all’inevitabile sgretolamento.
E nella sua visione paranoica, tutto ciò che ama, tutto ciò che ha
creato e che dipende da lui, deve sgretolarsi insieme a lui. I suoi sonni
sono oblii, dimenticanze nelle quali perdersi. Zone d’ombra in cui non
viene controllato dalle banche, dalle società finanziarie, dai suoi
viaggi di lavoro passati a nascondersi. L’affascinante mistero di una
mente atipica, divenuta criminale per la pressione endemica, è
brillantemente commentato da Angelo Badalamenti, veterano delle note
sospese, con toni grevi e cupi, che passano dai timpani per fermarsi allo
stomaco e depositarvi tutta la loro tensione e il loro carico emotivo
latente. In sostanza un film bello e giustamente asettico, diretto dalla
Garcia con pochissima retorica appena sfiorata da piccolissimi particolari
(vedi il feticcio della tazza rotta sul pavimento) che forse si sarebbero
potuti evitare. Nel complesso il tono distaccato e non judgemental
è particolarmente indicato: la vicenda parla da sé, e qualsiasi commento
sarebbe sinceramente di troppo.
Alberto
Zambenedetti
Vivere nella Menzogna
E' quanto decide di fare il distinto Jean-Marc Faure per rispettare aspettative sociali che ha abbracciato senza mai mettere in discussione: laurearsi a pieni voti, trovare una professione prestigiosa, sposare una bella donna, avere dei figli, comperare una villa, un auto di lusso, insomma essere invidiato, rispettato e, chissa', forse amato. Un affetto vincolato alla dimostrazione. Che tutto cio' sia solo una bella immagine, poco importa a Jean-Marc, che sceglie di imitare una vita non sua per ben quindici anni. La cosa curiosa e' che, potere della "comunicazione", nessuno si accorge di nulla e, soprattutto, che la storia e' tratta da un fatto di cronaca realmente accaduto. Gli stessi eventi avevano gia' ispirato il lungometraggio "A tempo pieno", premiato al Festival di Venezia nel 2001, ma Laurent Cantet aveva costruito un film soprattutto politico, in cui metteva in discussione un sistema di non-valori basati sull'apparenza. Tant'e' che la cosa piu' tragica del film era la conclusione "positiva", in cui il protagonista confessava le sue bugie alla famiglia, veniva perdonato e trovava un lavoro. Nicole Garcia, invece, segue con piu' fedelta' il caso di cronaca, non giudica il personaggio e il contesto sociale in cui si muove, e lascia allo spettatore il compito di trarre conclusioni.
Non facile costruire un percorso psicologico ed emotivo partendo da una vicenda gia' nota, ma il regista riesce a creare una sintonia tra le inafferrabili motivazioni del protagonista e il pubblico. E' una disturbante empatia quella che si sviluppa con Jean-Marc, un itinerario che, seguendo passo dopo passo le sue gesta, finisce con illuminare la parte piu' buia dei suoi pensieri. Gran parte del merito e' della strepitosa prova interpretativa offerta da Daniel Auteuil, ormai icona della recitazione contratta e davvero efficace nel tratteggiare nel silenzio un disagio quanto mai forte e urlante. La messa in scena opta per la sobrieta' e riesce, tra le pieghe del quotidiano, a creare una tensione quasi insostenibile. E' impercettibilmente crescente, infatti, il contrasto tra la quiete formale di giorni che si trascinano nella iterazione di gesti ormai dati per scontati (aprire porte, svegliarsi, salutare, uscire per andare al lavoro, telefonare, mangiare) e l'ansia senza sosta di una mente incapace di trovare e cercare soluzioni non distruttive. La razionalita' non offre appigli, cio' che si vede non e' cio' che viene vissuto e la discesa agli inferi non consente scappatoie. La sceneggiatura frammenta il racconto partendo dalla fine, che viene solo accennata per essere poi sviscerata nei flashback che costituiscono il fulcro del film. Scelta non originale, ma necessaria per suscitare una progressiva curiosita' sui dettagli della storia e per movimentare una narrazione altrimenti prevedibile. Il film, compatto e senza tempi morti nonostante il piglio pacato della regia, diventa ridondante solo nello scioglimento finale. Nessun effetto grandguignolesco, ma un indugiare che lascia trasparire un certo compiacimento.
Luca Baroncini
Commenti
Spazio
lettori
La giacca e la cravatta, la neve e la foresta
Il giardino ben curato, l'onorevole dimora, la cordial
conversazione, l'etichetta e il buon lavoro. Le regole della veneranda
operar. La compitezza, il costume, la giacca, la cravatta e il vecchio
galateo di Monsignor Giovanni della Casa. Mentre avvolge gli inganni
stupefacenti di Jean-Marc Fau, L'Avversario diffonde un pulviscolo
infinito di convenevoli e salamelecchi. Costruisce la rappresentazione
totale di una vita borghesissima che si dispiega attorno alle regole
irrinunciabili della buona creanza: una girandola di strette di mano,
ossequi, salotti buoni e formalità pesudo-burocratiche. Azioni ridotte a
meccanici cerimoniali. Dialoghi inutilmente cortesi che ballonzolano su
preoccupazioni futili. "Un'altra bottiglia di champagne?",
"Si è messo in testa di comprarsi una Mercedes", "Vado a
farvi il caffè", "E'carina, sua moglie", "Che ne
pensi del pranzo?", "Abbiamo già parlato dell'anello domenica
scorsa". La sovranità delle apparenze si manifesta
solennemente e ricopre il film con i suoi valori sacrosanti: gli abiti
eleganti, gli arredamenti raffinati, i regali, i gioielli. La giacca e la
cravatta non abbandonano mai Jean-Marc, sono le vere protagoniste della
storia e il simbolo di un culto dell'esteriorità che alla fine straripa
dalle cene di gala ed invade l'intera esistenza umana. L'apparenza fine a
se stessa delle formule sociali smette di essere solo la materia per i
ricevimenti e il the delle cinque, diventa fondamento assoluto anche del
lavoro e della famiglia. Non conta ciò che si fa ma solo poterne parlare,
poterlo esibire, poter mostrarsene fieri. Fino ad ammettere persino che
dietro l'esibizione e la fierezza non ci sia proprio nulla: nessun lavoro,
nessuna laurea. Non importa, perché la forma è l'unica vera sostanza.
Jean-Marc Fou ha scorto il vuoto che si annida dietro ogni azione umana,
lo ha accettato con tranquillità, ha lucidamente scelto la strada più
breve per raggiungere l'unico obiettivo fondamentale: l'immagine. Qui è
l'origine dei suoi inganni, qui ci si accorge come essi non siano davvero
tali. Un ammasso di garbo e lustrini ha preso possesso dell'intero mondo
dove il protagonista vive, una marea di formalità tutte uguali ha coperto
la speranza di accarezzare altri valori. E' come la neve che si accumula
su tutto il film. Su una distesa di neve cammina il giovane Jean-Marc
durante i titoli di testa, una distesa di neve assorbe il suono delle
campane nell'inquadratura conclusiva. Tutto sommerso, confuso dal bianco,
nascosto da una patina candida di riti senza fantasia. Questa neve è
l'emblema di un'esteriorità monotona che trionfa sempre e che il
protagonista ha saputo far sua meglio di chiunque altro. Lui cosparge di
forme senza contenuto ogni suo rapporto sociale. Dopo una notte di sesso
con l'amante Mariane, sdraiato sul letto d'amore, Jean-Marc è ancora in
giacca e cravatta. E' la personificazione dell'universo in cui vive,
conduce agli estremi l'essenza delle abitudini di tutti coloro che gli
stanno intorno. L'amico fraterno non ha mai sospettato nulla perché in
fondo è uguale a lui: "Pur standole vicino non si è accorto di
niente? - gli chiedono - Mai una domanda? Mai un dubbio? Non ha visto
niente?". "Forse non sono stato capace di ascoltarlo",
ammette. No, non si ascolta più, ormai si è deciso che non è importante
farlo.
Ma, nei silenzi e nella solitudine, quel vuoto che Jean-Marc Fau ha
compreso alla perfezione torna a inquietare e interrogare. Nascosto nella
sua auto, mentre tutti lo credono al lavoro, l'uomo toglie la giacca e la
sistema su un appendino. Dimentica il galateo, mangia biscotti senza usare
le maniere educate, si perde nel silenzio e nel senso dell'assenza
totale. In quegli istanti egli fluttua dentro le apparenze che ha creato,
osserva il significato dietro il significante e vi trova solo il nulla.
Non contano più le belle superfici, conta il vuoto. E nella solitudine
sono inutili anche le formule dell'etichetta e dello stile: l'enciclopedia
della buona creanza dice che non si deve portare troppo disordine negli
hotel in cui si alloggia eppure Jean-Marc getta nel caos la camera
d'albergo dove si è rifugiato per simulare un viaggio di lavoro. Nella
confusione di oggetti gettati qua e là, rimane seduto immobile dentro le
sue bugie. L'assenza del contenuto è pesante ma inevitabile. Niente ha
valore assoluto, ogni gesto umano rimanda a qualcos'altro che non si sa più
nemmeno cos'è. Tutto è immagine, simbolo, forma assunta a cuore della
vita.
La sola possibilità per entrare ancora in contatto con qualcosa di solido
e autentico, forse, è il ritorno alle origini. Alla natura. Il padre di
Jean-Marc faceva il forestiere. La foresta si oppone alla neve. Gli alberi
fitti formano uno scudo contro i fiocchi che cadono, impediscono al manto
bianco di coprire il suolo. A metà del film il protagonista celebra
questa possibilità di regresso a uno stato primitivo come unica via per
aggrapparsi a qualcosa che non sia solo vano linguaggio, qualcosa che
trovi in sé un valore profondo: solo nella foresta Jean-Marc si toglie la
cravatta, liberandosi simbolicamente dalle convenzioni sociali, e urlando
si lascia rotolare giù per una discesa, fra gli alberi e le piante. Il
profumo intenso della natura contro l'artificiosità delle formule umane,
il verde degli abeti contro il bianco della neve. Oltre l'argenteria e i
tappeti persiani si scorge sempre la vegetazione che resiste nel suo
vigore. L'Avversario è un collage di porte e finestre aperte che, dagli
interni eleganti, lasciano intravedere il colore brillante dei
sempreverdi. I personaggi, spersi fra i loro mobili borghesi, guardano
fuori e vedono gli alberi, ma non li toccano quasi mai. Gli aghi dei pini
sono lontani e sfuggenti. Jean-Marc si appoggia ai davanzali, scosta le
tende, si affianca agli stipiti, ma solo in rari momenti di liberazione
esce dalla dimora per sentire il bosco sul suo corpo. Eppure la foresta
lotta, lotta con la neve, dà l'impressione a volte di prevalere e a volte
di soccombere, sommersa. Un oscillare continuo di bianco e verde che si
combattono. La panoramica finale pare suggerirci il trionfo della neve, ma
la resistenza della clorofilla è stata eroica e forse anche la vita di
Mariane è salvata dalla foresta: ci si trova fra gli alberi quando l'uomo
l'aggredisce e ci si trova fra gli alberi quando, lui sopra lei a terra in
una posizione che allude al rapporto sessuale, decide di risparmiarla. Il
sesso è il volto più forte della natura, di ciò che è realtà
corporale e non esteriorità. E il sesso sembra rendere il rapporto con
l'amante segreta leggermente più vero rispetto alle altre relazioni
sociali di Fau: in questo caso i gioielli regalati e le cene nei
ristoranti chic, anziché celebrare il semplice culto della formalità,
trovano almeno nel puro atto sessuale uno scopo e un significato.
Il dramma dietro le apparenze emerge quando la finzione perde la propria
forza, quando qualcuno comincia a sospettare e cercare la verità oltre la
recita. Christine si domanda se il marito abbia davvero un lavoro, scopre
lentamente la bugia e chiede spiegazioni. Lui cambia argomento, prova a
distoglierla con le solite frasi cortesi e inconsistenti, ma è tardi. La
donna ormai cerca i valori autentici dietro la bella esteriorità e a poco
vale il tentativo di Jean-Marc di convincerla che l'impressione ha valore
in se stessa: "Non vi manca nulla, ho sempre fatto in modo che non vi
mancasse nulla". E invece sua moglie, ora, vuole che tutti i
simboli significhino qualcosa. Cerca il senso dentro la convenzione e
rischia di precipitare in una presa di coscienza che non è in grado di
accettare, rischia di comprendere che nulla nella vita umana può avere
valore assoluto. Che anche un lavoro e una laurea reali sarebbero, a
loro volta, solo significanti che tentano di rimandare ad altri
significati, in una catena semiotica che non trova mai approdo a meno che
non si accetti la forma, qualsiasi forma, come sostanza. Su questa
consapevolezza Jean-Marc Fou aveva fondato la propria esistenza, convinto
che dovunque la catena si fosse arrestata, qualunque immagine simbolica si
fosse scelta, nulla sarebbe cambiato. Lui sapeva e viveva così, ma ora
Christine pretende il senso che non c'è e che non può esserci. L'unica
soluzione per evitare la sofferenza insopportabile che ne nascerebbe
è l'abbandono della stessa condizione umana. E' la morte. In questo senso
gli omicidi di Jean-Marc possono essere visti come estremo atto d'amore:
impedire che i suoi cari scoprano improvvisamente cos'è la vita dell'uomo
e vengano distrutti da un dolore straziante. "Questo - afferma nel
video-confessione - è per te, Christine, e per i bambini, perché vi amo
e siete il centro della mia vita". Assassinare per liberare, coprire
tutto con una morte silenziosa che quasi assume lo stesso aspetto dei
convenevoli gentili della quotidianità. Anche l'omicidio diviene una
raffinata cortesia borghese, eseguita con educazione e contegno: Jean-Marc
fa impacchettare con carta da regalo le armi di cui si servirà, Jean-Marc
si aggiusta la cravatta davanti allo specchio dopo aver giustiziato i
genitori. Egli non attira l'odio del pubblico perché nel suo gesto
agghiacciante si scorge la luce dell'affetto, la consapevolezza di come i
suoi cari fossero persi comunque perché non avrebbero mai potuto
accogliere la verità che egli era stato in grado di accettare:
significante e significato sono la stessa cosa. Il fatto che il truffatore
non muoia fra le fiamme forse celebra proprio la sua capacità di
sopravvivenza e adattamento alla condizione terrena, ma gli spettatori
perplessi, in uscita dalla sala, sanno solo chiedersi se Jean-Marc verrà
assolto o condannato. Senza accorgersi che questa è solo una piccola
questione di morale soggettiva e che il dramma profondo resta spostato un
po' più in là, nella possibilità di trovarsi sul letto della propria
amante con ancora addosso la giacca. E la cravatta.