INTERPRETI: Morgan Freeman, Thomas Jane, Jason Lee, Damian Lewis,
Timothy Olyphant, Tom Sizemore, Donnie Wahlberg
SCENEGGIATURA: William Goldman - L. Kasdan (dal romanzo omonimo di Stephen King)
FOTOGRAFIA: John Seale
SCENOGRAFIA: Jon Hutman
MONTAGGIO: Carol Littleton - Raul Davalos
COSTUMI: Molly Maginnis
MUSICHE: James
Newton Howard
Trama
Un minorato mentale, vent’anni prima, ha donato loro la facoltà di leggere il pensiero: ora devono affrontare gli alieni.
Recensioni
Stesso Schifo Diversa Data
L’INVASIONE DEGLI ULTRACORPI non risparmia Kasdan, un
biscione alieno (Stephen King) s’insinua fra le sue pareti rettali e
mira alla materia grigia. Per la prima mezz’ora è ancora cosciente: IL
GRANDE FREDDO ghiaccia anche i loghi della Castle Rock Pictures (sette
film tratti da King), la macchina da presa introduce i quattro amici
protagonisti e li riunisce nella baita sperduta fra le conifere innevate.
Ci sono mistero, pathos, magia e tensione, all’insegna della verità che
strabilia e ferisce. Chiudono l’intrigante prologo la comparsa lynchiana
di un essere "altro", la bizzarra allegoria di una biblioteca
dei file della memoria e il flashback da STAND BY ME, dove l’infanzia
incontra il folletto dei desideri. L’acchiappasogni indiano, però, non
trattiene l’incubo peggiore di ogni pellicola tratta dai romanzi dello
scrittore (Stesso Schifo Diversa Data, ripetono i protagonisti), uso a
gettare nel cesso le accattivanti premesse: L’ALIENO prende possesso di
Kasdan che, a differenza di uno dei protagonisti, non conserva nemmeno un
cantuccio di neuroni "terrestri" e imbratta il set di un
imbarazzante ridicolo involontario. Dalla scena del bagno in poi, il
timone di regia è nelle mani di qualcuno che si è bevuto il cervello e
lo espelle dall’ano, confezionando una stronzata (così si riproducono
gli extraterrestri!). Fra tensione e spazzatura non si crede ai propri
occhi: peti, rutti, scene splatter, "Cose" carpenteriane e
ALIENe fermate con la spazzola del water, personaggi fuori controllo (la
scena dello stuzzicadenti!) che parodiano se stessi mentre continuano a
prendersi sul serio, dinanzi al passo incantato della paura (gli animali
in fuga, LA CITTA’ VERRA’ DISTRUTTA ALL’ALBA). I superstiti da
infettare col fungo dell’idiozia cadono uno dopo l’altro, fra colpi
bassi (al pene!), espedienti figurativi ammuffiti (il Dr. JEKYLL E Mr.
HYDE con l’alieno deficiente e il professore che lo osserva dalla
finestra) o subnormali (la telefonata con la pistola!). Freeman e Sizemore
sono i MEN IN BLACK che negano la solidarietà spielberghiana agli alieni,
si passano la pistola di John Wayne (stiamo scherzando, vero?) e si
massacrano a vicenda, mentre ha luogo la lotta finale fra il serpente
biblico, FORREST GUMP e I GOONIES. Kasdan e lo sceneggiatore William
Goldman sono evacuati. Che qualcuno tiri l’acqua sul King che ancora
galleggia.
Niccolò Rangoni
Commenti
L’indifendibile film di Kasdan vede nella propria
indifendibilità la sua miglior difesa. Paurosamente sbilanciato e
diseguale, Dreamcatcher inizia ben(on)e come un racconto corale e
intrecciato à la Gran Canyon in chiave Mistery, prosegue come un Grande
Freddo poco convinto e convincente, appalesa la propria “king-ianità”
riecheggiando Stan By Me prima e It (purtroppo) poi, infine
deraglia irrimediabilmente e rovinosamente. Senza appello. In modo quasi
coraggioso. Se infatti tutta la sequenza dell’alieno-anguilla-stronzo
intrappolato nel water impone al film una u-turncomico-grottesca curiosa e a suo modo intrigante, da lì in poi
Kasdan sembra mollare bussola e redini per lasciarsi andare a una serie di
svarioni che portano Dreamcatcher alla fine dei suoi fotogrammi,
senza che allo spettatore sia dato sapere se Kasdan (e il suo film) ci è
o ci fa... quanto (non) va preso sul serio il personaggio di Morgan
Freeman? e le citazioni di Signs? e la prevedibilità della
risoluzione dell’intreccio? e che dire/pensare del tripudio di effett(acc)i
più degni di M.I.B. o di Evolutionche di un “normale” film di fantascienza? Uno di quei casi in
cui l’(auto)ironia strisciante ma onni(?)presente mette le mani avanti e
impone una benevola sospensione del giudizio.
Gianluca
Pelleschi
Spazio
lettori
Galeotto fu il titolo
Sarà capitato a tutti una volta o l'altra di vedere
uno di quei bizzarri oggetti indiani chiamato acchiappasogni e sono sicuro
che non tutti sanno come esso funziona. Se cercate la risposta nel film
potete anche restarvene a casa poichè l'unica cosa che ci rimanda all'acchiappasogni
è il titolo..
Un titolo sicuramente intrigante, come il suo efficace trailer, ma che
dietro di se nasconde un film di un livello storicamente basso.
Va detto che complice è anche l'affidabile Morgan Freeman, che ci fa
interrogare sui motivi che lo hanno spinto ad accettare la parte.
Fatto sta che l'ignaro spettatore si siede pieno di buoni propositi, che
trovano conferma nella prima mezz'ora del film quando la situazione che ci
si presenta stimola la nostra piu latente perversione mentale trovando
l'apice nel magazzino dei ricordi dove i nostri protagonisti sensitivi
cestinano quello che vogliono dimenticare.
Poi succede quello che tutti noi speriamo non accada mai: Arrivano gli
alieni, e il film precipita per due ore sotto le ascisse.. un susseguirsi
di scopiazzature e soluzioni di sceneggiatura sempre peggiori che mettono
in imbarazzo anche il pubblico (la domanda che tutti si fanno è che cosa
stanno facendo in quella sala).
Il caotico splatter si risolve in uno scotro finale tra Godzilla e Gamera
che come unico vincitore trova la pubblicità, se solo per un istante ci
avessero detto che andavamo a vedere Men in Black tre la delusione sarebbe
stata minore.
Pessimo.
L'unica nota positiva la troviamo nel fatto che il film collaborando con
la Warner Bros è preceduto dal primo dei nove Animatrix, film in computer
grafica che narra ciò che è successo prima del fortunato film.
Ai Wachowsky bastano 5 minuti per farci dimenticare di Final Fantasy