| Recensioni
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Prendiamo uno
scrittore fresco, brillante e di successo – anche se non del tutto
originale e un po’ ripetitivo – che ci aiuti a sentirci capiti nelle
nostre insicurezze e nella nostra ricorrente immaturita’. Insomma,
qualcuno con cui vorremmo berci volentieri una
birra per condividere la nostra visione sulla vita, sui rapporti
interpersonali, sulla musica pop. Poi cerchiamo di dare immagini alle sue
parole. Siamo veramente sulla strada giusta? Non sarebbe meglio conservare
la semplice magia delle sue parole, la sua innata capacita’ di capire e
di rappresentare senza forzare mai? Forse i precedenti – Febbre
a 90 e High Fidelity –
avevano creato delle aspettative troppo alte. Forse la presenza di Hugh
Grant faceva sperare in una commedia molto british, frizzante ed elegante
al tempo stesso. About a Boy non
e’, purtroppo, niente di tutto questo. A parte qualche risata strappata
a colpi di meccanismi un po’ vecchiotti, ma comunque efficaci, la
pellicola si trascina dietro una fiera delle banalita’, fatta di yuppie
stereotipati, di hippie d’oltremanica, di outcast inchiodati allo
schermo piuttosto che dipintici sopra e, ovviamente, di una sapiente
mescolanza di cinismo e buonismo. In altre parole, il vuoto, riempito
vacuamente dalla bella faccia di Hugh Grant che indubbiamente migliora con
le sue rughe, le sue imperfazioni e la sua aria da “fu” bravo ragazzo.
A tutti i costi. Giudizio? Invisibile...
Alberto
Zambenedetti
Le isole e la zattera
Le isole, inconsce della lontana terraferma, (s)campano
beate. Mosche bianche nel mare magnum hollywoodiano, anche quei due
(finto) decerebrati autori di AMERICAN PIE, approcciando con nonchalance
uno scrittore di culto come Nick Hornby ("Un Ragazzo"), speziano
e spezzano felicemente il sapore di quella che aveva tutte le carte per
essere la solita (non gradita) commedia sentimentale "alla" Hugh
Grant: ne esce un moderato TUTTI PAZZI PER MARY dove il KRAMER vs. KRAMER
riscrive IL DIARIO DI BRIDGET JONES per i più recidivi single al
maschile. Senza rinunciare alla commedia dell'assurdo (l'anatra
"seccata", il piccolo che incede con lo sguardo di Damien gasato
dagli U2, la camminata controcorrente di "Owner of a lonely heart"
degli Yes, la "lagna" de LA MOGLIE DI FRANKENSTEIN), i due
enfant-demenziali traggono il massimo giovamento dallo humour
"sociologico" di Hornby e le sue toccanti malinconie, giocando
in casa con un sano cinismo che fa di tutto per renderci simpatico un
Gran(t) figlio di puttana. Con l'espediente dell'Io narrante simultaneo
alle tattiche di seduzione, fanno ridere a crepapelle di (con) uno stronzo
e affrontano, senza edulcorarlo e renderlo artificioso, il percorso di
formazione di un irresponsabile scansafatiche che si specchia nella
solitudine di un bambino emarginato: uno scoprirà il piacere del dare
senza ricevere, l'altro imparerà i vantaggi dell'omologazione. Il
messaggio edificante (come in AMERICAN PIE) è pilotato, ma la commozione
è sincera nella scena in cui Grant confessa il proprio vuoto interiore e
l'imbarazzo è catartico nel concerto finale stile RITORNO AL FUTURO
(alieni sul palco), dove "Killing me softly" uccide veramente le
isole che faticano a colmare le distanze: i fratelli Weitz hanno trovato
una zattera (Hornby).
Niccolò Rangoni
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