ABOUT A BOY - UN RAGAZZO
(About a Boy)

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REGIA:    
Chris & Paul WEITZ

PRODUZIONE:  U.S.A./Gb/Fra   -   2002   -   Comm./Dramm.

DURATA:  105'

INTERPRETI:
Hugh Grant, Rachel Weisz, Toni Collette, Nicholas Hoult, Isabel Brook, Victoria Smurfit, Sharon Small

SCENEGGIATURA:
Chris Weitz - Paul Weitz - Peter Hedges
(dal romanzo omonimo di Nick Hornby)

FOTOGRAFIA:
Remi Adefarasin

SCENOGRAFIA: 
Jim Clay

MONTAGGIO: 
Nick Moore

COSTUMI: 
Joanna Johnston

MUSICHE: 
Damon Gough - Badly Drawn Boy

Trama

I diritti d'autore di una canzone natalizia scritta dal padre permettono a Will di dedicarsi interamente alle sue piu' grandi passioni: le donne e se stesso. Finche' un giorno, in cerca di avventure sempre piu' ardimentose, si infila in un circolo per genitori single. E incontra Marcus, ragazzino brillante ed emarginato...

Recensioni

 

 

 

Prendiamo uno scrittore fresco, brillante e di successo – anche se non del tutto originale e un po’ ripetitivo – che ci aiuti a sentirci capiti nelle nostre insicurezze e nella nostra ricorrente immaturita’. Insomma, qualcuno con cui vorremmo berci volentieri una  birra per condividere la nostra visione sulla vita, sui rapporti interpersonali, sulla musica pop. Poi cerchiamo di dare immagini alle sue parole. Siamo veramente sulla strada giusta? Non sarebbe meglio conservare la semplice magia delle sue parole, la sua innata capacita’ di capire e di rappresentare senza forzare mai? Forse i precedenti – Febbre a 90 e High Fidelity – avevano creato delle aspettative troppo alte. Forse la presenza di Hugh Grant faceva sperare in una commedia molto british, frizzante ed elegante al tempo stesso. About a Boy non e’, purtroppo, niente di tutto questo. A parte qualche risata strappata a colpi di meccanismi un po’ vecchiotti, ma comunque efficaci, la pellicola si trascina dietro una fiera delle banalita’, fatta di yuppie stereotipati, di hippie d’oltremanica, di outcast inchiodati allo schermo piuttosto che dipintici sopra e, ovviamente, di una sapiente mescolanza di cinismo e buonismo. In altre parole, il vuoto, riempito vacuamente dalla bella faccia di Hugh Grant che indubbiamente migliora con le sue rughe, le sue imperfazioni e la sua aria da “fu” bravo ragazzo. A tutti i costi. Giudizio? Invisibile...

Alberto Zambenedetti


Le isole e la zattera

Le isole, inconsce della lontana terraferma, (s)campano beate. Mosche bianche nel mare magnum hollywoodiano, anche quei due (finto) decerebrati autori di AMERICAN PIE, approcciando con nonchalance uno scrittore di culto come Nick Hornby ("Un Ragazzo"), speziano e spezzano felicemente il sapore di quella che aveva tutte le carte per essere la solita (non gradita) commedia sentimentale "alla" Hugh Grant: ne esce un moderato TUTTI PAZZI PER MARY dove il KRAMER vs. KRAMER riscrive IL DIARIO DI BRIDGET JONES per i più recidivi single al maschile. Senza rinunciare alla commedia dell'assurdo (l'anatra "seccata", il piccolo che incede con lo sguardo di Damien gasato dagli U2, la camminata controcorrente di "Owner of a lonely heart" degli Yes, la "lagna" de LA MOGLIE DI FRANKENSTEIN), i due enfant-demenziali traggono il massimo giovamento dallo humour "sociologico" di Hornby e le sue toccanti malinconie, giocando in casa con un sano cinismo che fa di tutto per renderci simpatico un Gran(t) figlio di puttana. Con l'espediente dell'Io narrante simultaneo alle tattiche di seduzione, fanno ridere a crepapelle di (con) uno stronzo e affrontano, senza edulcorarlo e renderlo artificioso, il percorso di formazione di un irresponsabile scansafatiche che si specchia nella solitudine di un bambino emarginato: uno scoprirà il piacere del dare senza ricevere, l'altro imparerà i vantaggi dell'omologazione. Il messaggio edificante (come in AMERICAN PIE) è pilotato, ma la commozione è sincera nella scena in cui Grant confessa il proprio vuoto interiore e l'imbarazzo è catartico nel concerto finale stile RITORNO AL FUTURO (alieni sul palco), dove "Killing me softly" uccide veramente le isole che faticano a colmare le distanze: i fratelli Weitz hanno trovato una zattera (Hornby).

Niccolò Rangoni

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