INTERPRETI: Ian Holm,
Iben Hjejle, Tim McInnerny, Hugh Bonneville, Eddie Marsan, Murray Melvin,
Niall O'Brien, Clive Russell, Nigel Terry, Tom Watson
SCENEGGIATURA: Kevin Molony - Alan Taylor - Herbie Wave (dal racconto The Death of Napoleon di Simon Leys)
FOTOGRAFIA: Alessio Gelsini Torresi
SCENOGRAFIA: Andrea Crisanti
MONTAGGIO: Masahiro Hirakubo
COSTUMI: Sergio Ballo
MUSICHE: Rachel
Portman
Trama
Dopo sei anni di esilio sull’isola di S.Elena, L’
Empereur Napoléonriesce
ad eludere la sorveglianza inglese rimpiazzandosi con un sosia e a
rientrare in Francia in incognito, dove cerca di ritornare al potere.
Recensioni
Sosia per sosia, Ian Holm ci offre
una doppia interpretazione talmente perfetta da essere manieristica, tanto
impeccabile da risultare macchiettistica. Certo la maschera è efficace,
specialmente nella scena notturna dell’incontro fra L’Imperatore (che
finge di essere un mozzo di terza, che afferma di essere Napoleone, che
viene ritenuto pazzo) e i rinchiusi nella casa di cura (che sono pazzi,
che affermano d’essere Napoleone, che sono sinistramente simmetrici al
protagonista), ma la parte scivola a volte in una staticità che non
permette al personaggio di compiere l’evoluzione – o involuzione –
da Imperatore a uomo comune che il copione prevede. Se Napoleone è
ritratto fra eccessi di Grandeur e manifestazioni d’umanità, il
suo sosia, che ovviamente si gode la reclusione dorata e che ovviamente
non vorrà più lasciarla, ostacolando quindi i piani del complotto
imperialistico, è confinato in gag da avanspettacolo, talmente lacere e
consunte, da risultare spassose.
Nel complesso il film risulta comunque vedibile (senza eccessi di
entusiasmo) e nulla toglie e nulla aggiunge a ciò che sapevamo sul
cinema. Tantomeno sembra intenzionato a risolvere l’annosa questione
linguistica. Napoleone (francese) è interpretato in inglese da un attore
inglese, il quale comunica con i suoi ufficiali (francesi) in inglese.
Napoleone (sempre francese) comunica in inglese con gli ufficiali
dell’esercito inglese (evidentemente inglesi), i quali (da buoni inglesi
ritratti da un regista inglese) sono degli idioti. Napoleone (molto
francese, si dice) comunica in inglese con i suoi compatrioti (i
francesi), i quali comunicano fra di loro nella lingua della loro terra,
l’inglese. Inoltre, i francesi stampano i giornali in francese (!?), ma
scrivono i cartelli in inglese. Eppure Barry Lyndon non è poi così distante…
Alberto
Zambenedetti
Commenti
Spazio
lettori
E se...
Forse Napoleone Bonaparte non morì a Sant'Elena. Un presupposto semplice quanto originale: da qui si sviluppa l'idea del regista Alan Taylor, demiurgo di un'opera sostanzialmente ibrida. Mentre il gomitolo si dipana, l'ago della bilancia danza impazzito fra un medley di generi cinematografici: si passa dal comico vero e proprio (il sosia napoleonico si rifiuta di abbandonare la prigione dorata), all'eroicomico (l'empereur studia un piano infallibile per... il commercio dei meloni!) fino a sfiorare il sentimentale, acquisendo nel finale un accento epico (Bonaparte sfodera la sua orgogliosa camminata tra i fiocchi di neve). Se questa alternanza sia un pregio o un difetto, è chiaramente soggettivo: mi limito a far piacevolmente notare che il piglio stesso di questa pellicola stabilisce la sua alterità rispetto all'ordinaria corrida filmica. Uscire dalle convenzioni: se non altro Taylor va premiato per questa sua forma di coraggio. Non che si spinga troppo oltre, cadendo anzi pericolosamente nel feulleton; insopportabile l'uscita finale di Pumpkin quando balbetta candidamente: "Tu sei il mio Napoleone"...
Tra alti e bassi, la bella idea di fondo prende consistenza: deprecabile l'abusatissima tecnica di iniziare dalla fine, che ovviamente svela un bel pezzo della narrazione. Fa da contrappasso la scena della casa di cura, in cui Napoleone si fonde e confonde con i suoi "omonimi"... inserita in un contesto drammatico, avrebbe avuto addirittura un maggior risalto.
Questo è soprattutto un film d'attori: sicuramente è il film di Sir Ian Holm, che si rivela un prodigio scenico recando disinvoltamente il fardello dell'intera pellicola, fino ad arrivare ad un doppio ruolo di ustinoviana memoria. Credo che il cinema inglese del momento non possa fare a meno di riconoscersi in quest'uomo, formalmente perfetto in ogni piega del viso.
Come sosteneva Brecht, nessuno si ricorda del cuoco di Alessandro Magno; nelle pieghe della storia, il re contadino dimostra che non bisogna chiamarsi necessariamente Napoleone per essere un uomo memorabile. Certe volte vendere qualche melone in più può valere quanto la conquista della Russia: resuscita un intero quartiere, senza riempire la Francia di orfani
e vedove.