INTERPRETI: Tom Cruise, Penelope Cruz, Cameron Diaz, Kurt Russell,
Jason Lee, Noah Taylor, Tilda Swinton, Alicia Witt, Steven Spielberg
SCENEGGIATURA: Cameron Crowe (Alejandro Amenabar e Mateo Gil per Apri gli
Occhi)
FOTOGRAFIA: John Toll
SCENOGRAFIA:
Catherine Hardwicke
MONTAGGIO:
Joe Hutshing
COSTUMI:
Batsy Heimann
EFFETTI SPECIALI: Gary D'Amico - Philip Bartko
EFFETTI VISIVI: Jeffrey Caruso
MUSICHE: Nancy
Wilson - Bob Dylan - Paul McCartney
Trama
Ricco e bello, David Aames conosce Sofia e l'amore che
diceva di non cercare. Ma il destino e una donna del suo passato
prossimo lo condurranno in un vortice di vicende misteriose in cui realtà
e sogno sembrano mischiarsi.
Recensioni
Monkey See, Monkey Do
Hollywood fagocita la giovane Europa del cinema ed
espelle un ibrido mostruoso che potrà apparire diverso e intrigante solo
a chi non abbia visto il (non eccezionale ma interessante) film di
Amenabar APRI GLI OCCHI di cui VANILLA SKY costituisce il remake. La Mecca
del cinema, dunque, continua ad arraffare idee dove può, guardandosi bene
dal mantenerne integro il potenziale eversivo, piegandole ai suoi vetusti
canoni grossolanamente spettacolari, alla rassicurante convenzione, alla
triste magniloquenza da blockbuster. Se Amenabar nel suo film, pur nella
banalità dei dialoghi e con l'ingenuità di un armamentario simbolico
piuttosto raffazzonato riusciva, in virtù di una stringatezza e di una
capacità di dipingere atmosfere (abilità confermata nell'ultimo THE
OTHERS), ad avvincere ed intrigare, si sente lontano un miglio l'odore
della paura di Crowe che, intuendo le possibilità di successo di un
remake, ma giudicando l'astrusità dell'intreccio troppo rischiosa per un
pubblico tutto popcorn come quello statunitense, smussa gli angoli, cerca
di fare luce chiarissima su tutti gli snodi narrativi, inserisce le
consuete ammiccanti soluzioni (personaggi, situazioni, battutine stravisti
strasentiti strazianti) che denunciano chiaramente la necessità di
archiviare il film sotto "Operazione Volgare" . Del resto cosa
ci si poteva attendere da un regista mediocre, mediocre sceneggiatore, che
dirige un mediocre attore di enorme successo (qui anche nelle vesti di
produttore) se non una pappa standardizzata pronta per essere ingoiata con
gusto da uno spettatore onnivoro e svogliato? Non sorprende dunque che le
cose migliori siano quelle fotocopiate dall'originale (la serata al
locale) e che tutto il resto sia gonfio e dilatato all'inverosimile da
luoghi comuni, citazioni patetiche (la nouvelle vague al muro), comparsate
che dovrebbero fare simpatia (Spielberg tra gli invitati alla festa),
condito con musica di serie A (Radiohead, Chemical Brothers, persino
l'ipnotica INDRA dei francesi Thievery Corporation etc.), con la Cruz a
ricoprire lo stesso ruolo che aveva nell'originale e la Diaz a fare la
guastafeste (la più antipatica e la migliore del terzetto). Lascia di
stucco (non ci arrendiamo, continuiamo a stupirci nonostante ormai non ci
si attenda nulla di diverso) la disinvoltura con la quale le major
americane riescano a svilire qualunque opera del Vecchio Continente
riprendano in mano, la sottovalutazione di un pubblico che non "può"
andare a vedere il film originale, che "deve" esserne informato
a mezzo di una rozza traduzione dello stesso in un linguaggio semplificato
che sia in grado di comprendere; lascia di stucco e avvilisce, avvilisce e
fa rabbia. Fa rabbia perchè non si sente alcuno sforzo di realizzare
qualcosa di nuovo, diverso o anche semplicemente degno, solo quello di
creare un prodotto che soddisfi un basso istinto (dello spettatore e del
produttore). Ecco che il film, dunque, oscilla perplesso tra thriller,
fantasy, love story senza fare di questa confusione un pregio come
nell'originale, che viveva bene proprio di questa indecisione, ma solo una
tela bucherellata nella quale inserire domande esiziali quali "Cos'è
la felicità?", "Credere nell'amore?", "La vita è un
sogno o i sogni aiutano a vivere meglio?", rimanendo dalle parti di
Marzullo, mezzanotte e dintorni della ragione, tutto quello che molti
amerebbero ascoltare o vedere in una sala cinematografica, immagino... A
suggello un finale di lampante chiarezza che dissipa quel tanto di dubbio
di un'ulteriore messa in abisso che nell'originale riscattava
l'artificiosità dell'epilogo. Operazioni di cinico mercato perchè
vorrebbero passare per trasversali tentativi di intrattenimento
intellettuale e si traducono in campionari del ridicolo, perchè prive di
coraggio, prive di una vera passione per quello che si sta mettendo in
scena, pronte a essere modificate non appena un'arditezza o la possibilità
di perdere un biglietto venga a fare capolino. Monkey see, monkey do:
cinema da primati alla faccia dell'evoluzione, cinema che svende pattume
sotto forma di sogni. Aprite gli occhi.
Luca Pacilio
Commenti
Quasi un remake. Praticamente un clone. Crowe
assimila l’esperienza Kubrickiana e la ripropone in un film che perde la
consistenza formale e il rigore di Eyes Wide Shut, e viceversa
concede facili strizzatine d’occhio al pubblico e si adagia sulla
presunta irresistibilità degli interpreti. Gli elementi ci sono tutti:
Tom Cruise, la gelosia, la maschera, il benessere economico, l’evento
mondano foriero di incontri e cambiamenti, la grande mela. Kubrick, con i
suoi esterni girati in teatri di posa, la sua assoluta e imperturbabile
compattezza nel montaggio, la sua visione di New York “like you would
see it in a dream” (Scorsese) ci aveva portati a passeggio nei
medioconscio Schnitzleriano senza mai abbandonarsi a spettacolarizzazioni,
ma mantenendo quel distacco e quell’obiettività propria di tutto il suo
cinema. Crowe cerca invece di investigare l’inconscio Freudiano
(programma quantomeno ambizioso), regalandoci una personale
interpretazione della Traumdeutung e operando i doverosi
aggiustamenti: infatti, rimpiazza il valzer di Shostakovich con una
colonna sonora pop sicuramente ricercata ma decisamente troppo invadente,
e che soprattutto non svolge alcuna funzione narrativa, ma si limita a
sottolineare ciò che il film già esibisce; mescola indistintamente il
materiale onirico a quello “reale”, confondendo e intrecciando le due
dimensioni – operazione che implica nella sua stessa essenza una visione
soggettiva della realtà, e che quindi perde automaticamente ogni valenza
assoluta – fino a renderle indistinguibili; chiude il film con il
“ritorno alla realtà fisica” (Kracauer) pur cercando l’ambiguità
del finale aperto. In sostanza, il film è appesantito dall’eccessiva
concessione alla mercificazione dell’immagine dei protagonisti, anche se
conserva alcune sequenze di mirabile fattura. Se però l’espediente
della criogenizzazione del corpo di David (eredità di tanta letteratura
fantascientifica e probabile proiezione del sonno comatoso post-trauma)
risulta in qualche modo affascinante senza disambiguare l’intreccio
realtà-sogno (e quindi conferendo maggior potere immaginifico alla
pellicola), viceversa il suo accorato appello al “supporto
tecnologico” (laica versione della divina provvidenza Manzoniana)
trascina il film in un momento di stasi narrativa di scuola tipicamente
americana. In altre parole, Crowe sente il bisogno di ricapitolare le 2
ore di film appena viste e di fornire una pronta chiave di lettura, con
tanto di flash-back esplicativi che invece di ridirezionare lo spettatore
sembrano volergli metter sotto gli occhi una inequivocabile spiegazione al
tutto. Di fronte alla possibilità di essere male interpretato, Crowe
cancella la lezione dell’ambiguità che Hitchcock prima e Kubrick poi
avevano tanto faticosamente (ma altrettanto brillantemente) impartito.
Alberto
Zambenedetti
Apri gli occhi su Vanilla Sky
Apri
gli occhi!, apri gli occhi!, apri gli occhi! Se con questo monito, la
ripetizione del titolo della pellicola di Amenabar, sì apre, oltre
all’occhio, anche l’omonimo film del ’97, lo stesso avviene in
“Vanilla Sky” creando immediatamente uno scompenso. Se nella pellicola
spagnola la ripetizione della frase si colloca in un contesto
autoreferenziale, nel film di Cameron Crowe la medesima proposizione si fa
carico di collegare entrambi i vissuti filmici. Apri gli occhi non è
solamente una frase registrata in una radiosveglia, è anche
l’avvertimento del registache
ci induce a fare attenzione ai particolari e alle differenze comuniai due film.“Vanilla sky” non ambisce ad essere un pedissequo e
filologico rifacimento ma piuttosto cerca di istaurare una messinscena che
si esplichi semmai, attraverso il rivissuto. Un rivissuto
onirico-cinematografico dentro il quale si muovono segni di diversa natura
e contaminazione. Dal cinema (“Jules e Jim”, “Fino all’ultimo
respiro”, quasi subliminalmente Spielberg, la stessa Penelope Cruz e
naturalmente lo stesso “Apri gli occhi”), alla musica (Radiohead, Jeff
Bukley, Chemical Brothers, Paul Mc Cartney, Bob Dylan), alla tecnologia
(televisori a scomparsa, telecamere nuova generazione, il virtuale John
Coltrane, la criogenesi). Se il canonico remake è una pratica fedelmente
postmoderna, il rivissuto di Crowe lo è ancora di più. La corsa
videoclippata di Tom Cruise in una New York deserta è già di per sé la
summa e il prologo di una corsa sfrenata nella piazza dei tempi
post-postmoderni,
Times Square per
l’appunto. Da un regista pop come Crowe non ci si aspettava un
ispessimento delle psicologie, anzi, è evidente l’intento di aggirare
certi probabili ostacoli narrativi, come quello incarnato dallo psicologo
che, nel film di Amenabar, avvicendava il suo personaggio con un sotteso
richiamo al padre del protagonista. E’ interessante oltremodo notare
come “Vanilla sky” da una parte sottragga un possibile risvolto
edipico per poi aggiungere tutta la parte che ruota attorno al tavolo del
consiglio d’amministrazione. Crowe gioca furbescamente ad attingere
materia destabilizzante sui volti ambigui degli azionisti richiamando
lontanamente il “The game” di Fincher e la setta scientologista di
cui, per altro, Cruise fa parte. E se pensiamo che uno dei traguardi
ricercati da scientology è la produzione di immortalità, si fanno largo
strane e sicuramente futili (?) congetture. Crowe personalizza
ulteriormente la sua pellicola relegando alla musica un ruolo da
deuteragonista. E’ in questa sede che la pop-song tanto amata sfuma,
miscela, accelera, impenna e si stoppa all’interno della medesima
inquadratura e prende per l’udito lo spettatore come nemmeno con
“Quasi famosi” riesce a fare. Il regista usa quella musica come
espressione del disordine emotivo del protagonista e sottolinea che quello
stesso disordine è la cassa acustica dei nostri tempi. Sull’altro
versante, quello spagnolo, la ragnatela onirica era certamente più
avvolgente,e
conseguentemente il riferimento temporale si perdeva nel registro di una
dimensione avulsa, dove la partizione musicale non cercava riferimenti
sociali come la popular di Crowe ma, probabilmente, dato che la colonna
sonora è dello stesso Amenabar, lambiva i territori inconsci del regista
stesso. “Apri gli occhi”, alla sua uscita, passò quasi inosservato.
Con facilità la critica gli assegnò l’antipatico giudizio di opera
virtuosistica e superficiale. Ora, a cinque anni di distanza, un autore
integrato e affermato come Cameron Crowe, premio Oscar per la
sceneggiatura di “Quasi famosi”, è costretto a tenere le distanze
poiché il giochino da virtuosi dell’allora venticinquenne Amenabar
scotta le dita come poche opere seconde sanno fare.