INTERPRETI: Justin Theroux, Naomi Watts, Laura Harring, Ann Miller,
Dan Hedaya, Mark Pellegrino, Brian Beacock, Robert Forster, Katharine
Towne, Lee Grant, Michael J. Anderson
SCENEGGIATURA: David Lynch
FOTOGRAFIA: Peter Deming
SCENOGRAFIA:
Jack Fisk - Peter Jamison
MONTAGGIO:
Mary Sweeney
COSTUMI:
Amy Stofsky
MUSICHE: Angelo
Badalamenti - David Lynch - John Neff
Trama
Un incidente sulla Mulholland Drive a Hollywood. La donna
superstite ha perso la memoria: si rifugia in un bosco e poi, penetrata
in un appartamento, conosciuta Betty, un'aspirante attrice appena giunta
nella città delle star, cercherà, insieme a lei, di risalire alla sua
identità e alla provenienza del denaro che ha con sé.
Recensioni
L'Incomprensibile
Perfezione
Comprendere, comprenderti è avvilente, non si
scopre che un disegno, persino, infine, a volte, bello, ovvero
innocuamente: come una statua senza più le braccia. Invece
incomprensibili saremo: in piena intimità. Facendo oscuramente, e con
oscuro desiderio, ossia peggioramento di un benessere, quello che di noi
vorremo, quel nostro voler di noi, senza accontentarci del primissimo
senso, quello che dà l'impressione, come sempre, che non a noi stia
capitando ma a un altro più straniero, con noi in guerra, e dei cui
messaggi intercettati noi non saremmo che i decrittatori. Pasquale Panella La corazzata
David Lynch sembra possedere la capacità di prendere le distanze dalla
reazione del pubblico verso cui la maggior parte degli artisti professano
una devozione soltanto a parole: lui fa praticamente quello che gli pare,
e sembra che non gli importi un emerito cazzo di piacere alla gente, o
anche solo di essere capito. E' capace di di una lealtà tenace e
appassionata, e la riserva quasi interamente a se stesso. David Foster Wallace David Lynch keeps his head
Silence can be a beautiful thing
But only when it can be broken with a kind word
with a soft word
with a word Laurie Anderson Broken
Benvenuti negli anni 2000. Ad aprirci le loro porte è lo stesso
Lynch che aveva spalancato gli anni 90 con WILD AT HEART, paradigma
imprescindibile per seguire correttamente l'evoluzione filmica del passato
decennio. Dopo un capolavoro come LOST HIGHWAY, dopo una prova di
maturità, delicatezza e spessore come THE STRAIGHT STORY, dopo questo
MULHOLLAND DRIVE, si può dire con serenità che il regista americano ha
pochi rivali. Uno stile inarrivabile, di rara originalità, un senso della
messinscena come nessuno, un uso della macchina da presa di suprema
espressività che esalta il cinema nelle sue peculiari caratteristiche
(finalmente qualcuno...). Lynch, rilanciatosi a corpo morto nel mistero,
piega il pilot di una serie televisiva a capolavoro di necessità.
Reticolo di spunti, indizi, filoni accennati, pronti a evolversi e a
proliferare ma anche ad avvilupparsi inestricabilmente, MULHOLLAND DRIVE,
coi suoi semplici archetipi (una bionda, una bruna, un incidente d'auto,
una borsetta piena di soldi, un'amnesia) diventa dramma di avvincente
sospensione, gabbia di fascino che lascia storditi e estaticamente
attoniti. Chi sia Rita importa al regista più o meno quanto gli
interessava conoscere l'assassino di Laura Palmer: poco o nulla; nella
serie televisiva abortita, quando fosse sorta la necessità, l'avrebbe
spiegato (se proprio doveva...): fondamentale è percorrere una strada
(diciamo vicino a Hollywood), non importa la destinazione (la fine sarebbe
comunque uguale: silencio). La deriva di una sinossi: personaggi che
raccontano e rivivono strani sogni premonitori, una riunione che culmina
nell'incubo del cineasta ("questo non è più il tuo film"), un
killer maldestro (siparietto di consueta, lynchiana brillantezza), identità
che si sovrappongono (this is the girl?), sesso oscuro (lesbico: ma non
doveva andare in tv?). Spunta persino una scatoletta blu che sembra
conservare la soluzione dei misteri e che non può non ricordarci quella
che il cliente orientale mostra alla prostituta Deneuve in BELLE DE JOUR
(e come Bunuel, che non ne aveva la minima idea, anche Lynch alla
domanda "cosa contiene quella scatoletta?" potrebbe rispondere
"quello che vuoi"). Senza il fulgore visivo di LOST HIGHWAY (ma
non dimentichiamoci la sua destinazione) M.D. è comunque un mosaico di
tessere apparentemente contraddittorie di disarmante perfezione in cui il regista,
esulando dall'urgenza della spiegazione ad ogni costo (la madre tignosa di
tutti i flagelli), è compreso nelle sue attività preferite: cesellare
atmosfere, disseminare segni e dubbi, metterne in crisi qualsiasi
tentativo decifrativo, lanciare sguardi obliqui e inquietanti, delineare
complicati labirinti nei quali dolce è il perdersi, siano essi figure in
ombra su un letto, tendaggi che delimitano la soffocante stanza
dell'inconscio o movimenti di ballerini in uno strepitoso inizio
anni 50. Disprezzo (Mépris...) per lo spettatore? No, massimo
rispetto per il proprio essere Artista, innanzi tutto, in base all'assunto
per il quale le immagini non devono necessariamente sevire a costruire un
significato altro da sé ma devono essere significative di per sé. Solo
le menti più lucide del cinema moderno si ricordano che con la celluloide
ci si esprime in tal guisa, i pochi che lo f(s)anno (li contiamo sulle
dita di una sola mano) sono gli unici che rendono l'esperienza
cinematografica degna di essere vissuta, gli unici che mi spingono ancora
a varcare la soglia di una sala cinematografica. Lynch è uno di questi.
In realtà M.D. è quasi lineare, per buoni tre quarti avvince, diverte,
intriga. Nell'ultimo quarto il costrutto si annulla, la trama deraglia e
esplode, si frammenta, si sminuzza finemente, diviene polvere di puro
delirio visivo: impasse razionale, interrogativi a mille all'ora, stream
of consciounsness nel quale ci gettiamo a pesce. L'ultima scena è
tempesta sensoriale che fa accapponare la pelle, in cui il terrore del
personaggio diviene dello spettatore. Ma siamo già nell'irraccontabile,
ciascuno guardi coi propri occhi.
David Lynch: l'ultimo surrealista.
Se cinque anni fa la strada era perduta ora si la ritrova all'improvviso:
Mulholland Drive...
Un attimo...
E' persa di nuovo...
Un urlo...
Silencio...
Lo
sviamento è nelle strade della metropoli, quello stesso grumo che produce
e si ciba di cinema è il plesso da cui si diffondono, compresse, le
sminuzzate esperienze ed i puntuti riflessi esistenziali delle
protagoniste, Betty e Rita.
I fatti si avvinghiano gli uni agli altri, in vertigine d'abisso, parole,
chiavi (mutanti e ricorrenti) e spunti che si svelano per quello che sono:
accenni nell'impossibilità di direttrici percorribili in retta, tutto
s'avvolge, annoda, sfuma.
Lynch costruisce un nucleo, toccante, intimamente connesso con la vita, e
su questo pare lavorare con vigore lontano dalla sistematicità quanto,
piuttosto, vicino alla possibilità che è il (succo del) cinema di
produrre e riprodursi contemporaneamente e, nel fare ciò, fornire
brandelli dimensionali che spaziano quanto a statuto
concettuale/visivo/narrativo nelle possibilità del mondo, della sua
duplicazione nel fatto cinematografico (latamente audiovisivo),
nell'annullamento che questo subisce nel meccanismo di riproduzione
storicizzato. Il cosiddetto "metacinema" non è una possibile
attualizzazione ma, semmai, una lontana premessa: l'autocoscienza della
struttura agente /cinema/ è assodata, scontata quando non vetusta ma solo
comoda casella cui ascrivere questo o quel particolare accadimento,
superata è, pure, la fase di teorizzazione del postmoderno: l'attuazione
è uno scavalcamento silenzioso.
Lynch come Greenaway, DePalma, Zemeckis, M. Mann, hanno maturato e messo
in atto la prassi di un OltreCinema che nell'autocoscienza del fare
(meditare, costruire, far vedere, nascondere) ha le strutture per la sua
stessa esistenza.
"Mulholland Drive" è un cesello, un giocattolo di
autoreferenzialità in cui non è solo l'autore ad esaurire le possibilità
delle istanze di creazione (non certo la stantia nozione d'autore post
baziniana) ma è il fatto filmico a plasmarsi in un unico esistente,
unitario nella scomposizione vertiginosa dei piani e nel loro
mescolamento: doveva essere un pilot per una serie televisiva rifiutata
ma, improvviso, assume i connotati della chiave - assente quanto
necessariamente evidente in questa logica che si giustifica in sé - per
la storia della vita, del cinema e delle sue potenze. Su questo il
silenzio, ultima parola del film, silenzio ché qui c'è il mistero del
fascino.
Luigi Garella
(re-)lost
highway
… un
sassofonista “mutante” a bordo della sua auto, inseguito dalla
polizia, guidava nel deep black di Strade Perdute per sempre…
forse ha seminato gli sbirri, è “diventato” donna e s’è
intrufolata in un coca-party… forse ha sniffato, s’è ubriacata ed è
salita su un’auto di teenager strafatti stufi della festa… forse
l’auto s’è lanciata in una folle gara con un’altra combriccola
ubriaca di ritorno da una notte in discoteca… forse le auto hanno
sfrecciato zigzaganti fin sulla Mulholland Dr. dove…
…forse …
… dopo un
parentesi “straight” di una purezza e una bellezza quasi
ricattatorie, Lynch torna sulla sua (in)fida Lost Highway pronto a
deragliare e a deragliarci. E noi siamo pronti al derangement, again. Ma
se lo fossimo troppo? Certo la sua impalpabile ma (pre)potente e
inconfondibile qualità di sguardo, il suo kinokio che turba e inquieta
con “nulla”, il Mistero che tiranneggia silenzioso ogni sua occhiata
lanciata sul profilmico, si impongono come necessità, imperativi
categorici del (al) Cinema contemporaneo senza i quali, semplicemente,
NON. Il dubbio sta altrove: e se Lynch stesse normalizzando un’anomalia?
La fuga nel paradosso spazio-temporale, nell’inestricabile labirinto di
infinite trame narrative, nell’incubo surrealista, non rischia (per la
prima volta) di diventare un cliché? Nel serial Twin Peaks la
progressiva scomparsa di coordinate razionali fu un espediente
assolutamente geniale nel suo intento “terrorista”: destabilizzare il
circuito televisivo cortocircuitandolo dall’interno, trascinare
nell’abisso uno stuolo di (tele)spettatori della domenica anestetizzati
dalla curiosità e disposti a tutto pur di sapere “chi ha ucciso
Laura Palmer?”. La cinica (ma non gratuita) derisione del pubblico
proseguì al cinema con il prequel Fire Walk With Me, perdonabile
corollario di un magistrale scherzo tirato per le lunghe. Lost Highway,
4 anni dopo, riproponeva la medesima “convivenza dicotomica” tra
razionale e irrazionale, con un film di genere che de-generava generando
un caos inintelligibile ma affascinante e soprattutto sorretto da
un’inattaccabile coerenza interna: “Dick Laurent è morto” apriva e
chiudeva il cerchio, innescando un ipotetico loop perfettamente lucido,
ipnotico, perfetto. Questa “coerenza”, che giungeva in extremis e
costringeva a un ri-montaggio fulmineo di tutta la pellicola, è quello
che forse manca all’ultimo Lynch. Mulholland Drive è infatti una
sorta di “gemello diverso” di Lost Highway, del quale ripropone
la manipolazione degli stereotipi, la svolta destabilizzante ma non la
chiosa “chiarificatrice”, preferendole invece una deriva onirica
sempre più visionaria, non lontana dalle angosce antinarrative di Eraserhead
(che però giocava a carte scoperte fin dall’inizio). In Mulholland
Drive, dunque, Lynch sembra voler beffardamente accontentare i suoi
(superficiali) detrattori di sempre, i razionalisti che gli rimproveravano
“facili fughe nel nonsense” senza interrogarsi sul sense del non,
che invece fino ad ora c’è sempre stato, racchiuso nell’elogio della
follia onirico-visiva tout court (Eraserhead), nella
destabilizzazione rivoluzionaria del “sistema” televisivo (Twin
Peaks) o nella tetragona compostezza formale di un’architettura (Lost
Highway). Per la prima volta, in Mulholland Drive, Lynch finalmente
bluffa, illude, fugge e si prende (davvero) gioco dello spettatore, non
senza sublimare magistralmente il blackout (il)logico del suo film (e
forse di “tutto” il suo cinema più suo) nella forza dello
Stile e, soprattutto, consegnando ai posteri almeno due sequenze di Cinema
che da sole valgono intere, blasonate filmografie contemporanee; la prima
è il provino di Diane–Naomi Watts (straordinaria), momento altissimo
che reinquadra da nuove prospettive l’abusato (e spesso banalizzato)
concetto di “metafilmico”, una mise en abyme che spalanca le porte
sull’abisso del (per)turbamento emozionale e sui meccanismi che (se ci
sono) lo regolano; la seconda è, ovviamente, la “suspension’s
suspension of disbelief” (o “this” belief?) al Club Silencio,
possibile, forse unica chiave di lettura “classica”, benché
autoreferenziale, di Mulholland Drive: “diventiamo” Diane e
Camilla, ci guardiamo guardare, ci ascoltiamo ascoltare una splendida
cover spagnola di Crying di Roy Orbison. E piangiamo… poi
il canto continua a incantare ma la cantante perde i sensi, noi il senso
delle nostre emozioni e delle nostre lacrime… erano “vere”?
“illusioni”? o forse “vere illusioni”?…
… forse…
Gianluca
Pelleschi
Il linguaggio dell'inconscio
David Lynch e' uno dei pochi registi contemporanei capace di parlare direttamente all'inconscio. I suoi film fuggono con determinazione la razionalita' e conducono in un universo onirico dove l'immagine diventa illusione e la concretezza sfuma nella percezione.
Solo cosi' si puo' spiegare il fascino magnetico esercitato da "Mulholland Drive". La prima parte (circa tre quarti del film) si snoda attraverso atmosfere noir con una sceneggiatura tutto sommato tradizionale: due donne, il mondo dorato di Hollywood, un mistero da svelare. La seconda parte, invece, proprio quando si spera in una soluzione in grado di far combaciare tutti i tasselli, porta ad un altrove che sconcerta. Netta linea di demarcazione tra realta' e sogno, la sequenza in cui le due protagoniste si recano, nel pieno della notte, in un teatro nel cuore di Hollywood. E' proprio in questo punto che il regista suggerisce allo spettatore di abbandonare la razionalita' e di lasciarsi andare all'intuito.
Se si sta al gioco e' possibile entrare in un mondo dove i ruoli sono etichette attaccate dal caso, dove l'apparenza non corrisponde mai alla verita', dove la finzione diventa un modo per interpretare (ma non rappresentare) i conflitti. Se invece non si cede al gioco sottile costruito da Lynch e si resta al livello primario della narrazione, si rimane affascinati dall'abilita' della messa in scena, ma delusi dall'assoluta incoerenza del racconto. Davvero impossibile, infatti, far tornare i conti e molteplici e contradditorie le ipotesi che la visione suggerisce. Ma David Lynch sembra proprio voler spingere lo spettatore a uscire da una logica predefinita dove azione e reazione, pur se imprevedibili, finiscono con il sottostare a regole precise. Del resto, proviamo a pensare ad una chiusa soddisfacente, secondo i canoni tradizionali del racconto cinematografico, con risposte a tutte le domande disseminate nel corso della narrazione. Si uscirebbe dalla sala soddisfatti o delusi, ma la parola FINE chiuderebbe comunque la parentesi aperta ad inizio proiezione. Con la scelta precisa di rimescolare tutte le carte e di rendere impossibile l'identificazione di una verita' univoca, invece, il film si imprime per sempre nella memoria dello spettatore, con immagini e suoni che potranno essere ricordati con la stessa intensita' di un sogno da cui ci si e' svegliati nel cuore della notte. Non un semplice film, quindi, ma un'esperienza visiva e sensoriale, in grado di parlare a quella parte indefinita della natura umana in cui le pulsioni indossano i vestiti del sonno. Puo' non piacere, necessita di una certa predisposizione per essere gustato, alcune forzature possono sembrare esagerate, ma non lascia certo indifferenti. Molto brave le due protagoniste, in particolare la camaleontica Naomi Watts, e fondamentale il commento sonoro di Angelo Badalamenti.
L'intervento del sempre decisivo
Pelleschi, la coscienza critica di questa rivista, l'inestinguibile acqua
fredda sul fuoco degli entusiasmi "spietati", mi induce a
ritornare sul film e a fare delle puntualizzazioni. Nell'ultimo Lynch non
è il risultato ad essere surrealista quanto piuttosto l'approccio: come
cercherò di dimostrare più avanti, in M.D. non vi è nulla di
ingiustificato, nulla di arbitrario (anzi) e la seconda visione del film
si fa, in questo senso, chiarificatrice. Al contrario in LOST HIGHWAY la
coerenza, se c'è, è solo ed esclusivamente nell'illogicità. Non inganni
l'ottimo Pelleschi la struttura circolare di quel film: le strade si
perdono e i piani si mischiano e contaminano a vicenda e nessuno di esso
è autonomo, conclusivo o lineare in sé, tutto rimane ineluttabilmente
inspiegabile, non riconducibile ad alcuna razionale soluzione. E non
vengono in aiuto, per questo scopo, né la revisione del film né
tantomeno la lettura della sceneggiatura. Per M.D. il discorso è
sensibilmente diverso: nessuna fuga nel nonsense, nessuna facile
chiusura nel calcio d'angolo del vaneggiamento ma perfetta resa di un
disegno tramico tutt'altro che libero, in cui la dimensione reale e quella
visionaria sono debitamente sorvegliate e distinte.
Il piano reale è quello dell'ultima parte del film, la prima parte
attiene soprattutto al piano onirico. Facendo una becera esposizione
tramica (cosa davvero detestabile ma necessaria al ragionamento) potremmo
metterla in questi termini: Diane e Camille hanno una relazione; la
seconda, la bruna, è un'attrice di successo che riesce a far ottenere
qualche particina all'altra. Camille tradisce Diane con un'altra donna (la
bionda con cui si bacia alla festa) e lascia Diane per sposare il regista.
Delusa, Diane assolda un killer perché uccida Camille. Il killer le dice
che non appena lei troverà una chiave blu sul tavolo di casa sua saprà
che lui ha compiuto la sua missione, che Camille è stata ammazzata. Diane
va a dormire (e qui scatta il sogno della prima parte); al risveglio trova
la chiave blu e capisce che Camille è morta: presa dalla disperazione si
uccide. La prima parte è il sogno che fa Diane, una sorta di visione
edulcorata del suo rapporto con l'altra donna: in esso Diane è più
bella, è brava attrice di ottime speranze, si chiama Betty e incontra,
con le dinamiche che constatiamo, Rita (una donna in pericolo di morte,
non dimentichiamolo) con la quale ha un rapporto idilliaco e di grande
solidarietà. Come in tutti i sogni, elementi reali appaiono deformati e
con nuove connotazioni: così Coco, la madre del regista, nel sogno di
Diane diviene la manager del residence; Diane diventa Betty (il nome che
Diane legge sul badge della cameriera del bar in cui si incontra con il
killer, laddove la cameriera che le due ragazze incontrano nel sogno si
chiama Diane); l'amante della bruna diventa la ragazza imposta al regista
(e ne prende il nome, Camilla Rhodes); il cowboy che Diane intravede alla
festa si trasforma nell'uomo misterioso che consiglia\minaccia il regista;
la chiave blu del killer, con altra forma, si farà chiave della
misteriosa scatoletta blu che è nelle mani dell'uomo terrificante, che
potrebbe rappresentare il mostruoso rimorso per l'omicidio commissionato e
la morte in arrivo (qui le interpretazioni possono essere molteplici). In
detta prospettiva (quasi tutti gli elementi della prima parte sono
fantasie di un sogno e distorsioni di fatti reali) i piani sogno\realtà
sono ben separati e incasellare ciò che vediamo (altri fattori vi sono)
nel primo o nel secondo, appare, a quel punto, facile, rendendo tutto il
film clamorosamente chiaro (rimane da decidere che ruolo far assumere alla
sequenza finale dei vecchietti, ma mi pare che si possa risolvere il tutto
con una bella allucinazione da senso di colpa che conduce Diane al
suicidio). Quindi, come si può constatare, siamo ben lontani
dall'incoerenza e dalla gratuità: tutte le componenti si legittimano
all'interno di questa architettura in cui, genialmente, se è vero che la
storia deraglia, è altrettanto vero che il detour è nella Realtà,
dal Sogno da cui proveniva. E' proprio questo a stupire, a confondere le
acque e a rendere inintellegibile, soprattutto la prima volta, il film.
Ma adesso, dato per risolto il puzzle, chiediamoci: comprendere ciò cosa
aggiunge e cosa toglie all'emozione che MULHOLLAND DRIVE suscita nello
spettatore? Assolutamente nulla. Si ritorna alla citazione di Pasquale
Panella fatta all'inizio della mia recensione: alla fine non scopriamo
che un disegno persino, infine, a volte, bello, ovvero innocuamente.
Lynch costruisce uno splendido edificio e lo ricopre con un sottile velo,
chi vorrà potrà rimuoverlo, lui non ci dice nemmeno che quel velo c'è.
Nove persone su dieci vedranno M.D. senza capire di cosa realmente narra
il film e Lynch si guarda bene dal metterli in guardia o dal fornire
qualche indizio. Ha un gioiello in mano e si guarda bene dal mostrarlo, lo
ha fatto per lui, non gli interessa dimostrare di possederlo. Invece
incomprensibili saremo, in piena intimità. Appunto.
Capire è un po' abbrutire.
Luca Pacilio
Mulholland Boulevard
Mi cospargo il
capo di cenere. Richiamato (d)all’ordine sono spinto, per forza di parole, a rivedere parte delle mie (s)considerazioni: la tesi della
fuga di Lynch nel nonsense visionario era quantomeno affrettata e la
tutt’altro che becera “becera esposizione tramica”
dell’imprescindibile Pacilio lo dimostra incontrovertibilmente,
inchiodandomi alle mie (ir)responsabilità. Quello che forse vale la pena
di aggiungere è che il puzzle, in realtà, potrebbe non avere un’unica
soluzione, data la polisemia di alcuni segni che Lynch insinua sulla sua
creatura e l’intercambiabilità dei suoi elementi, ridondanti rispetto
al numero "necessario". La prima (temo/credo/[spero?] né unica
né ultima) ipotesi alternativa a quella affascinante e splendidamente
argomentata dal Pacilio, potrebbe essere suggerita da un indizio cinéphile
inaspettatamente (e sospettosamente) suggeritoci dallo stesso Lynch, il
quale sembra aver più volte chiamato in causa, parlando del suo Mullholland Dr., Sunset
Boulevard… venendo subito al dunque, dunque: e se la prima parte,
quella che il Pacilio indica come onirica, fosse non il sogno pre-suicidio
di Diane, bensì il di lei deformante ri-vissuto post mortem?Vista sotto questa nuova luce, mi pare dotarsi di maggiore
coerenza un elemento (decisivo quanto ambiguo) che diversamente rischiava
di far scricchiolare l’ipotesi onirica. Non scordiamoci, infatti, che
nel corso della rielaborazione della verità che costituisce la prima
parte della pellicola, Betty (insieme a Rita) si imbatte nel cadavere del
proprio doppio “reale”, Diane, adagiato sul letto, quello stesso letto
sul quale la cinepresa indugia subito dopo i titoli di testa e dal quale,
forse, la defunta Diane inizia a “raccontare”. L’ipotesi del sogno,
di fronte a quella sequenza, “impone” di (ri)qualificare il sogno
stesso come premonitore (Diane pre-vede con precisione “fotografica”
la sua morte non ancora avvenuta, il che mi pare forzare un po’ i limiti
fisiologici dell’ipotesi-sogno…). Più “autosufficiente” mi sembra
invece la lettura cinefila (detestabile ma sintetica definizione di
comodo) di Mullholland Dr.,
attingendo dalla quale non si fatica a rievocare quella voce narrante che
nell’incipit di Sunset Boulevard
contemplava (e commentava) il “proprio” corpo senza vita e che
esponeva di seguito una versione dei fatti (il film, per l’appunto)
“incubomorfa” e venata di mistero; possiamo a questo punto
confrontare-equiparare proprio questa voce narrante con la figura di Betty,
trapassata voce(-occhio) narrante a posteriori, parimenti capace di
“contemplarsi” e che darà una versione dei fatti (la prima parte del
film, per l’appunto) altrettanto deformata/nte e misteriosa. E’
infine, e appena, il caso di fare due ultime, grossolane (e forse
accessorie) considerazioni: entrambi i film “esplorano”, a modo loro,
the dark side of Hollywood e entrambi i film hanno per titolo delle Strade (Perdute, of course…).
La mia impressione, dunque, è che la mirabile chiave di lettura paciliana
non sia in realtà uni(vo)ca, ma si limiti (ed è, si badi, un
“limitarsi” di importanza capitale) a sollevare quel
velo e a metterci di fronte al nudo film-edificio-gioiello edificato da
Lynch, disseminato di simboli, false piste e deviazioni narrative,
finalmente radiografato ma non “clamorosamente chiaro” come lo stesso
Pacilio sostiene nella seconda parte del suo intervento… magari il
puzzle non è ancora risolto, magari abbiamo appena iniziato a capire e
non finiremo mai, magari il rischio di abbrutimento da comprensione, anche
stavolta, è scongiurato.
Più ci penso, infatti, più vedo Mulholland
Drive come un ipertesto cangiante, dove le “parole calde”
diventano “magiche” e non conducono mai nello stesso luogo, un Lost
Highway forse meno “potente” da punto di vista strettamente
visivo, ma dotato di una fabula dalla costruzione ben più diabolica e
sfuggente: contiene in nuce un nucleo narrativo “percorribile”
(assente in Lost Highway) che
l'attento Pacilio ha portato alla luce, ma nel quale si è destinati a
perdersi, benché aiutati dalla possibilità di ripetute (“infinite”?)
re-visioni. Proprio come accade nei “veri” capolavori, insomma (vedi 8
e Mezzo, altra esplicito riferimento di Lynch perché da lui stesso
citato, come Viale Del Tramonto),
parlando dei quali si è soliti decantarne l’appagante “rivedibilità”
ad libitum.
Chiudo come ho iniziato, con la cenere sulla zucca, dolendomi
dell’imperdonabile superficialità e avventatezza con la quale ho, in
precedenza, praticamente ignorato lo splendido labirinto costruito da
Lynch. Il voto, quel detestabile “7” mal consigliato dalla
scelleratezza, nel mio io ha subito le inevitabili modifiche che lascio
immaginare ma qui sotto è bene che rimanga: vero monito su monitor,
sentinella silenziosa ma ineludibile, vigilerà per sempre minacciosa
sulla mia coscienza critica, ricordandomi cosa accade quando la Ragione si
abbandona tra le braccia di Morfeo…
Capire è un po’ abbrutire. Capire di non aver capito è semplicemente brutto.
Gianluca
Pelleschi
P.S. mi si conceda, in uno
slancio d’orgoglio post-scripto perché di importanza davvero marginale
rispetto al resto, una puntualizzazione-difesa delle mie precedenti parole
riferite a Lost Highway: quando
parlavo di coerenza interna e di struttura tetragona non mi riferivo a una
logica dei fatti ricostruibile né tantomeno a ipotetiche soluzioni
razionali; volevo solo dire che la struttura circolare del film, la sua
virtualmente infinita riproiettabilità ciclica, strutturavano
inaspettatamente (e in maniera fulminea) il caos, trasformando la forza
centrifuga che tendeva a disgregare l’impianto (anti)narrativo in forza
centripeta e aggregante, imponendo una convivenza magari “forzata”, ma
non per questo disordinata, ai tanti vicoli ciechi dell’inestricabile
dedalo tramico.
Scambi. Un’ipotesi sulla
fabula
Vorrei
illustrare una lettura della fabula di “Mulholland Drive” che
richiama, in gran parte, la ricostruzione proposta da Pacilio, ma se ne
differenzia in almeno due aspetti. Prima di tutto,
volendo assumere che la prima parte del film sia “sogno” e la seconda
costituisca la “realtà”, proporrei di modificare l’assegnazione dei
ruoli all’interno del “sogno”: Rita, la bruna colpita da amnesia, è,
per così dire, l’equivalente onirico non della bruna Camilla, ma della
bionda Diane, la donna che ha assunto un killer per eliminare la sua ex
amante (Camilla, appunto). Come
nota Pelleschi, all’inizio del film la cinepresa indugia su un letto,
terminando la sua parabola con un movimento discensivo in direzione del
cuscino, che “doppia” il gesto di abbandono di chi stia per perdersi
nel sonno. Diane – se si tratta di lei – si addormenta. La prima
persona che vede/vediamo, nel sogno, è Rita, che, poco dopo, osserva la
città dall’alto di Mulholland Drive: ancora una soggettiva.
Due soggettive non permettono certo, da sole, l’identificazione di una
donna, ma c’è dell’altro: il sogno – tutta la prima parte del film
– è guidato da Rita, non da Betty. La bruna è non solo il primo
personaggio che vediamo, ma la fonte delle microstorie che si intrecciano
alla vicenda onirica principale (quella di Rita e Betty): le indagini
della polizia, con la fulminea apparizione dei detective, sono
“incastonate” in una sequenza che vede Rita addormentarsi in un
cortile, e lo stesso avviene per la prima parte delle vicende del regista
Adam, che hanno luogo mentre la donna è assopita in casa della zia di
Betty. È anche vero che in seguito, inspiegabilmente, questi frammenti
narrativi assumono vita propria, sviluppandosi mentre Rita è ben desta e
sfiorando il destino delle protagoniste (l’incontro di Betty e Adam, che
però – bisogna tenerlo presente – è costruito tramite campo e
controcampo, ad evitare la fusione dei due piani), ma è la giovane donna
l’origine di tutto, compresa la scena del “mostro” che si cela
dietro il ristorante (Rita, appena intrufolatasi nell’appartamento, è
nascosta in cucina e sembra sfinita, quando inizia la sequenza in
questione).
Dopo la scoperta del cadavere (di Diane), Rita, devastata dal terrore,
“si fa” bionda, come volendo riavvicinarsi alla propria identità
“reale”, dopo essersi vista morta. È lei a prendere l’iniziativa
nei confronti di Betty (è Diane che ama Camilla), lei che conduce
l’amica al Club Silencio, come intuendo la natura onirica della vicenda
che stanno vivendo, lei, soprattutto, è l’ultima a sparire dalla scena,
prima che il sogno si trasformi in realtà (Betty svanisce subito dopo
essere rientrata dal Club).
Ma perché Diane dovrebbe diventare Rita, cambiando aspetto, oltre che
nome? Una risposta “neo-neoplatonica”: Diane diventa Rita (una sosia
di Camilla) perché ama Camilla, dato che Eros rende l’amante affine
all’oggetto amato. In realtà, Rita ha ben poco in comune con Camilla:
tanto la prima è timida e indifesa, quanto la seconda è cinica e
spietata (una dark lady, anche se il nome renderebbe più adatta
l’altra). Rita, l’anello debole che senza Betty non esisterebbe, è il
doppio di Diane, che dipende in maniera totale da Camilla, come Betty è
il corrispettivo biondo di Camilla: tutte e due attrici di belle speranze,
capaci di attrarre i registi (si chiamino o no Adam), sono le figure
“(pro)positive” delle rispettive storie, quelle che giocano i ruoli più
dinamici, legati al cambiamento (Betty per i progetti nel mondo del cinema
e l’entusiasmo con cui aiuta Rita, Camilla per il desiderio di scaricare
Diane e sposare il regista). Cambia il cielo, o il corpo: non cambiano le
attitudini, le paure, i sogni.
“Sogno” e “realtà”, abbiamo detto: ma è possibile tracciare
confini?
Il film ha una struttura tripartita: il primo atto (Rita e Betty) è
separato dal secondo (Diane e Camilla) tramite l’intermezzo al Club
Silencio, ma, a loro volta, entrambi gli atti sono racchiusi in una
cornice più ampia. “Mulholland Drive” si apre con un ballo scatenato
e finisce con l’apparizione della donna dai capelli blu (blu come le
chiavi fatali) che occupa un palco di proscenio nel Club: se tutto il film
non fosse che una commedia (con musiche) messa in scena sul palcoscenico
di un teatrino dove non c’è orchestra? Una simile ipotesi
eliminerebbe il problema della ricerca di una “realtà” e di un
“sogno”: tutto diventerebbe sogno, o realtà, comunque
rappresentazione, forse simulata, di certo non fasulla.
La struttura del dramma “da camera” sarebbe in questo modo
perfettamente circolare: Diane si addormenta, sogna di essere Rita, una
donna in pericolo di morte aiutata da Betty. Insieme, le due donne trovano
il cadavere di Diane. Nella notte scoprono di amarsi, poi, dopo la visita
al Club Silencio, quando la spiegazione dell’oscuro passato di Rita
sembra a portata di mano, Betty scompare, e poco dopo anche Rita svanisce.
Diane si sveglia e ricorda la sua relazione con Camilla, che nel frattempo
è già stata uccisa (all’inizio della seconda parte la chiave promessa
dal killer è ben visibile sul tavolino del salotto di Diane). È notte:
Diane è assalita dal rimorso ma non si suicida, semplicemente sogna di
farlo, o lo “mette in scena” per calmare il suo dolore (quando la
ragazza si spara, dal letto si solleva una nebbia nella quale la scena si
dissolve, come era già successo per il presentatore nell’intermezzo al
Club). Sfinita, Diane si addormenta, sogna di essere Rita… da capo.
La
storia si ripete all’infinito, mentre al suo interno prendono vita altre
storie, a loro volta circolari, un vero universo della narrazione
enigmatica, che, in quanto tale, non può esaurirsi in questa ipotesi di
lettura.
Stefano
Selleri
Spazio
lettori
Visto il film e
stimolato dalle acute riflessioni trovate su questo sito, mi viene di
squadernare qualche fugace impressione.
Mulholand Dr. si avverte immediatamente come complesso organismo narrativo
dove il mezzo filmico trascende le sue più diffuse convenzioni con una tenuta
drammaturgica che definire inquietante sarebbe eufemistico. Si tratta di
un'opera che si pone in modo radicale il problema della narrazione
contemporanea. Certo, se i moderni semiologi tendono a definire l'approccio
ermeneutico al testo letterario, quindi artistico - per ciò che lo distingue
da quello al testo argomentativo/filosofico - come mirante all'individuazione
della “visione”, della vibrante confluenza di concetto
ed emozione che dà origine alla “claritas” tomistica (intesa come
scopo dell'arte stessa), qui siamo in un ordine di grandezza di quei due temi
che annichilisce. Il dubbio finale è forse se non esista in qualche luogo il
senso di un limite cui attenersi
(verbo peraltro assai poco artistico e fin troppo semiologico) nella messa in
scena di tali universi senso-concettuali antropologici. D'altra parte,
l'abbandono alla esondazione di segni
di cui Linch impregna questa pellicola riesce a essere “dolce” e
travolgente anche volendosi “abbandonare” ai piani meno speculativi e più
cinematograficamente edonistici, che si mantengono sempre tra coordinate di
estrema raffinatezza e interlocutorio quanto pirotecnico magistero espressivo.
Ci sarebbe allora da intendersi su cosa dovrebbe essere oggi, a Novecento
morto ma per nulla sepolto, la “claritas”, e per qual sorta di
“visione” un'esperienza estetica dovrebbe
(altro verbo che scotta) oggi farsi viatico e occasione. E perché mai,
infine, dovremmo partire da cosa ne pensano i semiologi, per decidere se
un'opera possa avere diritto di cittadinanza nel nostro personale universo.
Per ciò che io “vo' cercando”, l'iridescenza linchiana in questo film mi
ripaga ed elettrizza, compiendo miracoli di fascinazione dal versante più
emotivo a quello più speculante, e a me premono molto le specularità, più
delle speculazioni, e il genere di “veritas” che può cogliersi
dall'esperienza estetica, rispetto all'individuazione del “vero” che si
prefigge un testo meramente logico-argomentativo. In MD c'è energia
espressiva e plasticità formale, nonché complessità drammaturgica e
intellettuale elevate all'ennesima potenza, in un trattamento dei piani
temporali, reali e onirici volutamente sfasato, quasi verso una circolarità
che tutto contiene. Dionisiaco, apollineo, eterni ritorni... un testo
nietzscheano, un cubo di Rubick che
ti scalda le mani e il cuore mentre lo risolvi. Un segno registico enigmatico
e simbolico alla Kubrick (assonanze casuali?). Dopo Carmelo Bene nessuno
altro. Dopo David Linch nessun altro?
Corrado
Sevardi
L'inizio:
L'attraversamento di MD da parte di RITA é il momento del trapasso dalla morte ad uno dei regni successivi.Tuttavia questo non accade secondo la regola, qualcosa non funziona correttamente. Diane/Betty (assodato che Betty e Diane siano la stessa persona) si trova erroneamente in paradiso; il paradiso in questione é il lifestyle di una promettente attrice, e cioé tutto quello che lei sognava di essere e di avere.In effetti Diane/Betty va ad abitare nella casa dei suoi sogni, e la via dell'abitazione si chiama credo non a caso "16-12 Heaven(Paradiso) street", o simile. Tutto ciò avviene a causa dei disordini tra i rappresentanti delle forze ultraterrene del bene e del male. Difatti il killer ruba il Libro Nero nell'ufficio del suo stesso Custode,
che é stranamente a conoscenza dell'incidente stradale e del quale ride probabilmente perché questo é solo un'espediente per permettere a Diane/Betty di generare la sua proiezione ideale: RITA.
Il libro nero é il documento dove vengono elencate le persone che debbono essere "dannate" per i loro peccati, e difatti il custode ne parla dicendo: "qui c'é la storia dell'umanità, gli indirizzi i numeri di telefono".Poi
viene ucciso dal killer.
Allo stesso tempo c'é una sorta di organizzazione costituita da personaggi che si telefonano dicendosi: "la ragazza, non é stata ritrovata", il che fa pensare, successivamente, alla sparizione di Dianne/Betty durante il suo tragitto per il luogo di destinazione, o al non ritrovamento del cadavere di Diane/Betty, che a sua volta si equipara a un tipico caso di cadavere non ancora seppellito, che genera di solito uno stato di "intrappolamento" dello spirito tra il mondo dei vivi e quello dei morti(da qui la spiegazione dello stato di limbo in cui si trova Diane/Betty). Non a caso la proiezione di Diane, cioé Rita, é ricercata sia dagli agenti, che sono i buoni, sia dal killer, che chiede a una ragazza bionda se ha visto "una mora, magari con dei lividi addosso" (cioé i postumi dell'incidente di Rita). A capo della strana organizzazione c'é il Nano (il Male), che decide letteralmente di "sospendere tutto", cioé di interrompere il normale percorso del trapasso da una dimensione all'altra dopo la morte di Diane/Betty, che si trova ora in questo limbo ideale. Il Cowboy che é probabilmente il Bene, suggerisce al regista Adam di rispettare le decisioni prese nella riunione, e cioé quella di utilizzare Camilla Rhodes come attrice principale, il che si traduce nell'accettare questa nel film del regista, ovvero all'interno di un paradiso ideale dove questo può introdurre le persone che gli vengono suggerite (forse il paradiso degli attori é un grande brillante film?!!). Il Cowboy fa anche notare a Adam che "é lui a guidare la carrozza", e cioé in una posizione di comando, e suggerisce a Adam di seguire le indicazioni, in modo da poter sedere al proprio fianco: un modo di fare tipico del dio nel regno dei celi (idealmente Adam potrebbe essere un Gesù Cristo che cade in errore!:)). Tuttavia a causa dello smarrimento del libro nero, Adam non é a conoscenza che Rita e Diane/Betty siano la stessa persona, ne delle colpe di cui si é macchiata Diane/Betty,e quindi del fatto che questa non abbia diritto di essere nel suo film-paradiso. Difatti Diane/Betty fugge via quando lo sguardo di Adam nota qualcosa di forse già familiare in lei e c'é il rischio che questi la possa riconoscere. Il testo della sceneggiatura che Diane/Betty recita con Rita e con l'attore del provino, descrive chiaramente ciò che é accaduto (riporto solo approssimativamente le parti + dichiaranti): "i miei genitori sono di sopra potrebbero scoprirti"(forse per genitori si riferisce alle forze in gioco: Bene e Male), "ti metteranno in prigione quando sapranno quello che hai fatto" (é la coscienza di Diane/Betty a parlargli,e si riferisce al fatto di aver commissionato l'omicidio di CamillaRodhes), "ti ucciderò","se mi uccidi metteranno in prigione te" ("se mi uccidi": la coscienza di Diane/Betty parla con Diane/Betty stessa, e gli rende chiaro che se si uccide andrà in prigione.E' chiaro che la prigione non é altri che la SCATOLA BLU, come BLU é l'appartamento di Dianne/Betty nella seconda parte del film,e cioé del tempo trascorso nel limbo-paradiso). Quando la doppia personalità di Diane/Betty e Rita trovano il cadavere,
inizia il processo di ricongiunzione delle due identità, fino a che queste, riconoscendosi sempre più, si amano anche fisicamente. Dopodiché si recano ad assistere allo spettacolo "NO I BANDA", dove é chiaro che "si vede ciò che si vuole vedere", e si crede e ci si commuove per ciò a cui si vuole credere.
Detto questo e comprovato tramite la forte emozione provata da Diane/Betty e Rita nel teatro, che si dissolve quando la cantante appassionata era in realtà in palyback, ecco apparire la Scatola Blu nella borsa, cioé il LUOGO della VERITA'. Le due donne tornando a casa camminano perfettamente sincronizzate, fatto che, insieme alla parrucca, sta a indicare l'approssimarsi della fine della loro separazione ideale. Quando Rita/Diane apre la scatola ci finisce dentro.
Nonostante le apparenze, io credo che non si possa parlare di REALTA' nella parte finale del film, ma semplicemente di un'accettazione da parte di DIANE delle sue responsabilità e del suo processo.
Quindi: Diane si ritrova nella sua casa, che é in effetti blu come la scatola.Dentro questa prova dolore per il comportamento di Rita, che lei chiama Camilla.Tuttavia questa non sembra esistere in modo coerente, e la figura del regista Adam continua a esistere anche in questo contesto dove, Rita/Camilla, tortura Diane e cerca di liberarsene. Apparentemente sembra che la vera Camilla sia Rita, e che si tratti di una storia di gelosia e tradimento, ma ho motivo di non credere che sia tutto così semplice. Il Cowboy riappare, e dice a Diane: "é ora di svegliarsi bella ragazza", un'incitamento a PRENDERE COSCIENZA, che sia da un sogno che sia delle sue colpe. Avviene infine l'invito alla festa a casa di Adam: si ripete l'attraversamento in auto di mulholland drive che é il trasporto di Diane/Betty, da parte degli agenti, verso una DESTINAZIONE (paradiso o inferno?), ma, essendosi riequilibrate le forze del Bene e del Male (avendo Adam accettato di far scorrere di nuovo le cose secondo gli ordini superiori), tale tragitto viene interrotto anche stavolta, ma non per andare nel paradiso ideale, ma per portare Diane al suo stesso processo: infatti Diane si ritrova nella villa di Adam, dove questo contribuisce a torturarla insieme alla sua proiezione ideale Rita/Camilla. Difatti Rita/Camilla bacia la vera Camilla Rodhes,che presenzia sulla scena solo per dare adito a una conferma: Camilla Rodhes é esistita veramente, e incarnava la posizione ideale (la prima attrice), ma non l'aspetto ideale che Dianne avrebbe voluto avere(cioé quello di Rita).La sua presenza non trova spiegazioni apparenti, eppure viene rimarcata con un gesto del genere. Infine i grotteschi vecchietti si recano a "portare via" Diane al posto degli agenti.Ma la strada stavolta non é mulholland drive. Non credo che questi vecchi rappresentino solo degli emissari del barbone deforme, altrimenti Diane avrebbe cercato di difendersi sparandogli. Invece Diane usa la pistola per uccidersi, come a mettere fine ai tormenti del senso di colpa per aver ucciso Camilla
Rodhes.