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Dietro
le porte socchiuse
Tutti da fanciulli abbiamo provato un senso di terrore sentendo cigolare
la porta della cameretta, vedendo strani riflessi, misteriose ombre
disegnarsi sulle pareti, udendo inquietanti rumori d’origine
sconosciuta. Tutti abbiamo “visto” mostri, costruiti dalla nostra
fertile immaginazione, creature alle quali tutto sommato eravamo legati e
che abbiamo perduto insieme alla nostra innocenza. Il delizioso film
targato Pixar ci conduce là dove la nostra creatività si fermava e ci
descrive il mondo, doppio somigliantissimo del nostro, in cui si
fabbricano le paure. Non a caso ho utilizzato il verbo fabbricare: quella
del terrore è una vera e propria industria, in tutto e per tutto simile
al modello capitalistico americano con gli operai al livello più basso ed
il solito, moralmente ambiguo, “padrone” al vertice della piramide.
Come per noi l’acqua o il petrolio sono fonti imprescindibili di
energia, così nel paese dei mostri sono le urla dei bambini ad essere
riserva energetica in grado di garantire il perfetto funzionamento
dell’intera città. Dunque, non si può fare a meno di terrorizzare i
bambini. Ovviamente è la porta (o meglio tutte le porte che danno accesso
alle migliaia di camerette di tutti gli infanti sul pianeta) a connettere
la realtà alla fantasia, il nostro mondo a quello dei mostri. Da sempre
la porta, elemento diegetico che permette al cinema di mettere in scena o
rimandare a se stesso e alla propria “essenza”, è tramite verso
l’ignoto, apertura verso luoghi sconosciuti svuotati di ogni logica e
riempiti dalla nostra fantasia infantile non sottoposta alle censure e
alle regole della coscienza critica. E con porte fluttuanti si apre e si
chiude questo piccolo gioiello. Ciò che meraviglia di questa tenera ed
irresistibile favola è la capacità di giocare con i luoghi comuni
trasformandoli in potenti strumenti di divertimento. Le frequenti risate
nascono, nello spettatore fanciullo, dall’immedesimazione con
un’eroina loro coetanea che riesce a fare ciò che noi tutti avremmo
voluto fare da piccoli c’est à dire superare con il sorriso le proprie
paure; nello spettatore adulto (che ride e con gusto) nel riconoscere, nel
mondo parallelo di Mostropoli, tutti i difetti, le ipocrisie, le menzogne,
le rivalità, le discriminazioni proprie del nostro triste universo
travolti dalla purezza e dalla “naïveté” di una fanciulla e dalla
buona volontà di una coppia di comici mostri che (ri)scoprono il valore e
la forza di un sorriso, anche se pregno di amarezza. Si ride nel vedere il
proprio capo/padrone trasformato, come Aracnee, in ciò in cui
abitualmente lo identifichiamo (un ragno…) e soprattutto nel vederlo
punito per le proprie malefatte (cosa che sembra sempre meno frequente da
noi…); si ride nello scoprire che anche lo spaventare è un mestiere
come un altro e che fa nascere rivalità e invidia. Tuttavia, accanto al
divertimento, non si può che provare un senso di tristezza quando la
bimba e il mostro si dicono addio perché leggiamo in esso la fine dei
sogni dell’infanzia. Gag a ripetizione, battute fulminanti, momenti di
straordinaria visionarietà (basti pensare alla porta tra le nevi o lo
strepitoso finale sulle “montagne russe”). Divertimento intelligente
che dimostra quanto si sia evoluta la tecnica digitale e soprattutto di
come permangano a casa Disney, nonostante il passare degli anni, lo
spirito e l’intelligenza (magari politicamente più liberal) del
vecchio Walt. Da segnalare il corto che precede il film, un irresistibile divertissement
premiato con l’Oscar.
Manuel
Billi
Dietro la porta chiusa
La Pixar colpisce nuovamente nel segno, con un lungometraggio che abbina la tecnologia piu' sofisticata al piacere della narrazione.
Grazie alle innumerevoli possibilita' offerte dalla creazione di un mondo di sintesi, "Monsters & Co." racconta cosa potrebbe nascondersi dietro al buio notturno di armadi e porte cigolanti. Si entra cosi' a contatto con un mondo fatto di mostri, la cui sopravvivenza dipende dall'energia ottenuta dalle urla di spavento procurate ai bambini. L'universo inventato dai creativi della Pixar ribalta quindi il punto di vista ed immette lo spettatore in una dimensione parallela, dove fare paura diventa un lavoro che richiede costanza, attitudine e determinazione. Regole analoghe, quindi, al mondo umano, a partire dall'organizzazione fino alle dinamiche sociali del successo e della competizione. Grazie ai sempre piu' elevati standard di animazione digitale, l'impatto visivo e' sorprendente. Basta pensare allo spettacolare inseguimento finale, ma anche alla grande espressivita' dei singoli personaggi. Si fa fatica a credere che le creature che si agitano sullo schermo siano il risultato di un elaborato calcolo matematico. Il peloso Sullivan, il mono-occhio Mike, la minuscola bambina, infatti, diventano personaggi con cui si riesce ad instaurare un rapporto di complicita'. Il divertimento e' quindi assicurato, anche se la sceneggiatura, pur oliata, ha qualche forzatura, dovuta probabilmente al tentativo di piacere al maggior numero possibile di spettatori. Ogni situazione, infatti, si risolve sfumando i lati oscuri: tutti i personaggi, sono in fondo simpatici e buoni di cuore e per creare un contrasto c'e' bisogno di un super-cattivo da destinare ad adeguata punizione. Il ripetersi di questo cliche' smorza un po' la partecipazione, banalizzando l'evolversi degli eventi che, nonostante il forte ritmo, assumono i connotati di una innaturale perfezione. Malgrado questo taglio, forse meno presente nelle prime produzioni Pixar, la capacita' di concretizzare la fantasia, la maniacale cura del dettaglio e la forza delle gag, permettono di godere appieno delle avventure di Sullivan e dei suoi mostruosi amici.
Ghiotta occasione anche per gustare il corto "For the birds", vincitore quest'anno dell'Oscar come miglior cortometraggio di animazione. In pochi minuti la Pixar riesce a concentrare il meglio della sua ricetta: una storia semplice, una travolgente ironia e un grande talento visivo.
Luca Baroncini
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