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Lontano
(dal cinema)
Vorremmo
proprio capire quale sia il problema. Téchiné è un ottimo regista (lo
ha dimostrato ad esempio con quel saggio d’introspezione psicologica e
analisi sociale che è "L'età acerba"), dotato di uno sguardo
limpido e con la propensione ad affrontare temi impegnativi, generalmente
con buoni risultati.
Allora
perché “Loin” fa letteralmente dormire? Sono almeno tre i motivi, in
ordine crescente d'importanza (o di colpevolezza, a secondo del punto di
vista): i dialoghi (d’imperdonabile superficialità), gli attori (o
supposti tali), l’intreccio. Recitato con vezzi filodrammatici, al grado
zero d’intensità drammatica (mai un’espressione che sia una
attraversa, anche solo per un istante, i volti dei protagonisti),
l'insipido copione mescola senza pudore i più ovvi elementi del caso:
l'antieroe solitario, la bella (insomma…) ritrosa, il giovane marocchino
querulo (meritevole di fucilazione immediata, e senza benda), l'altro
ragazzino che non c'entra nulla ma fa numero, ed il capolavoro, ovvero
l’anziano pederasta che cita La Fontaine (ma allora è un chiodo
fisso!). Con un equipaggio simile (comprendente, spiace ammetterlo, uno
degli interpreti de “L’età acerba”, Stéphane Rideau), sarebbe
affondato chiunque.
Stefano
Selleri
Un Viaggio di natura intima
Serge
è un giovane marocchino che vive tra la Francia e il Marocco trasportando
vestiti con un grosso camion. Ha un amore a Tangeri, Sarah, ma non riesce
e forse non vuole mantenerlo. Ha un giovane amico, Said, che sogna la
Spagna e la fuga dalla sua patria come un miraggio di inarrivabile felicità.
Il film di Andrè Techinè ha il pregio di inserire lo spettatore
occidentale in una cultura e in un paese generalmente dipinti attraverso
stereotipi di rapporti sociali senza speranza.
In "Lontano" la violenza pervade il film in modo latente e
sotterraneo, ma non viene mai spettacolarizzata.
Il regista, invece, riesce a raccontare con semplicità una storia
sottilmente politica, mostrando sia il Marocco disperato e urgente
vincolato a leggi arcaiche, sia personaggi che possono aiutare a conoscere
e a non schematizzare una cultura senza conoscerla. Ecco quindi la Tangeri
che riunisce gli africani che vogliono espatriare e la Tangeri di Farida,
laureata in medicina e farmacista, che sceglie di restare e di avere un
figlio senza un marito al suo fianco.
Techinè
mostra senza dimostrare, anche se il taglio visivo scelto e il ritmo della
storia mantengono sempre una certa distanza tra ciò che accade sullo
schermo e lo spettatore, rischiando una controproducente sensazione di
indifferenza.
Luca
Baroncini
La disgrazia di Loin (Lontano) è
evidente: essere un enorme sacco vuoto. Due ore di durata sono
spropositate per la storiellina che Techiné rincorre senza nemmeno molto
affanno. "Poteva essere un ottimo corto/medio metraggio" è
l'aforisma più vero per racchiudere quel poco di stima che accompagnava
l'autore de "Le roseaux Sauvages" ma che svanisce ben presto
perché il film non ha respiro, l'ampio affresco che si delinea
all'orizzonte rimane un miraggio: il regista procede affastellando
personaggi - molti in potenza affascinanti - per abbandonarli come vuote
figurine, allo sbando in un cotesto scialbo. Ben poco avviene, non che sia
un male in altre occasioni ma pure questo poco è trasandato e incline,
tremenda parola, all'inutile, allo spreco, alla noia, al disinteresse.
Luigi Garella
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