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Sogno (ma forse no)
–
“Vedi Napoli e poi muori”. – “Vedi Venezia e poi discorri”.
Ma
chi discorre, in questo caso, è una bambina veracemente
napoletana, che, dalla culla, si esprime in dialetto milanese e,
crescendo, assume atteggiamenti strani, quasi provocatori, dimostrando
preferenze di stampo nettamente “altro”.
La diversità congenita, che neppure il tempo (e figuriamoci la
fantomatica gente) ha corretto (o corrotto), è il tema di questo
garbato dramma da camera, che soltanto una campagna promozionale quanto
meno sconsiderata può spacciare per commedia.
Che c’è da ridere, nella vicenda di un essere condannato al mutismo,
alla solitudine, all’esilio per il timore di quello che la vox populi
potrebbe sentenziare sul suo conto? La “colpa” di Assuntina,
inspiegabile quanto incancellabile, finirà per rivelarsi, in modi
tortuosi, buffi nella loro imperscrutabilità, fonte di riconciliazione,
ma neppure la lieta fine è in grado di offuscare la precisa, mai
compiaciuta, crudezza del teorema.
Al di là dello spunto fantasioso e quasi fantascientifico (o fatato), il
film non concede vie di fuga: ritrae con dolente rispetto i conflitti
familiari, schernisce con acredine ma senza volgarità i parenti
terribili, mostra come la risata sia, spesso, il segno rivelatore di un
disagio inconfessabile, quello con “l’alieno”, qualsiasi nome gli si
voglia dare.
Attorniati da un coro tragicomico quasi sempre muto, fatto di maschere
fisse, come congelate dall’ossessione e dal conformismo (i cognati che
sognano d’avere un figlio, gli zii di Torre Annunziata, gli impassibili
vicini di casa), i personaggi principali sono indagati con pudica capacità
di scavo, immersi in un sogno ad occhi aperti in cui si dissolvono tempo e
spazio, mentre i ricordi si sommano alla vita reale, come ombre cinesi sul
muro di una camera da letto.
Il finale, costruito, come il resto del film, su due livelli (il vissuto e
il rievocato), è aperto: l’illusione del padre di operare nuovamente
“l’incantesimo napoletano” è una dichiarazione di fallimento e di
un’insopprimibile voglia di riscatto, o indica piuttosto un pentimento
tardivo, che non ha bisogno di essere espresso a parole?
Per nulla indulgente al folklore (una Napoli cupa, quasi medievale, forse
più adatta al palcoscenico), il film soffre di una certa riluttanza a
sviluppare il bellissimo spunto da cui prende le mosse. Ben presto, si ha
l’impressione che i registi non vogliano (non sappiano) andare oltre
l’incipit, riproponendo senza troppa fantasia una stessa
contrapposizione in molti modi, neppure troppo diversi fra loro. Inoltre,
il contrasto fra le parti “comiche” e quelle “serie” non sempre è
ben armonizzato, e il ritmo presenta più di una battuta d’arresto.
In
un cast di limpida efficacia, spicca sovrano il talento di Marina
Confalone.
Stefano
Selleri
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