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“Vivamus,
mea mater, atque amemus”. Con
questo classico verso catulliano Carlo Giuliani si rivolge alla madre in
una delle poesie scritte nell’adolescenza. Con la lettura di questo
carme inizia il bel documentario realizzato da Francesca Comencini,
presentato prima al Torino Film Festival nel 2001, poi al recente festival
di Cannes. La regista dimostra una rara sensibilità ed evita di cadere
nelle trappole del patetico. Una madre, Heidi Giuliani, con una lucidità
fuori dal comune (vista l’immensità del dolore che ha colpito lei e
tutta la famiglia del ragazzo), ricostruisce puntualmente le ultime ore
vissute da suo figlio Carlo, ragazzo che sogna e che pensa e che, il 20
luglio del 2001, decide di sacrificare una giornata di sole e di mare per
scendere in una piazza già annebbiata dai gas lacrimogeni ed infiammata
dai cuori ardenti di ragazzi, donne, uomini, già filmata da registi come
la Comencini, da videasti (come Giacomo Verde, autore di “Solo
Limoni”), ma anche, e soprattutto, colta da semplici sguardi disseminati
in migliaia di microcamere di amatori col vizio inappagabile di
eternizzare un istante di lotta, trasmettere il ricordo ad altri che
ancora hanno voglia di capire e di vedere, non ancora vampirizzati dal
potere che tutto omologa e tutto annichilisce. A dispetto di quello che
hanno scritto alcuni critici incartapecoriti cui l’età non giova come
giova ai filosofi, l’opera della Comencini non è né apologetica né,
tanto meno, agiografica. E’, semplicemente, “umana”, morale,
necessaria. Né l’autrice, né la madre vogliono inseguire una chiarezza
investigativa sostituendosi ai giudici. Vogliono soltanto cercare di
capire come possa essere accaduto un fatto così grave in una
“democrazia”, così doloroso, così dilacerante per tutti coloro che
credono ancora di poter changer le
monde.. Le parole, le riflessioni di Heidi Giuliani sono intervallate
da immagini di cariche della polizia, da lanci di lacrimogeni sui
manifestanti pacifisti, dai “misteriosi” Black Block cacciati dagli
stessi manifestanti (“Andate via, venduti, noi non siamo violenti”
gridano loro) che, lasciati indisturbati, mettono a ferro e fuoco molte
zone della città ligure. Tutto in un crescendo che ha il suo apice
nell’atroce colpo di pistola. “Cosa vuoi fare con quella pistola? Ma
mettila via!”. La madre cerca, dai frammenti visti molte volte e forse
mai compresi della camionetta e di Carlo, di afferrare (proprio come il
figlio, nella foto in bianco e nero che lo mostra attonito guardare
dinanzi a sé la polizia) la verità di quei momenti di caos e di morte.
“E’ stato condannato a morte e prima dell’esecuzione è stato anche
torturato” dice la madre disillusa. In tempi di ossequioso revisionismo
storico, la donna ricorda il valore storico della Resistenza. La sua voce,
spesso rotta da un’emozione non rappresa, ed il suo dolce volto segnato
da un dolore più grande della vita, resteranno ricordi indelebili nella
memoria di chi vuol cercare di capire, ricordare, riflettere. Contro le
vespe ed i vampiri dei nostri tempi bui.
Manuel
Billi
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