INTERPRETI: Josh Hartnett, Ewan McGregor, Tom Sizemore, Sam
Shepard, Eric Bana, Ewen Bremner, William Fichtner, Charlie Hofheimer,
Tom Hardy
SCENEGGIATURA: Ken Nolan (dal romanzo omonimo di Mark Bowden)
FOTOGRAFIA: Slawomir Idziak
SCENOGRAFIA:
Arthur Max
MONTAGGIO:
Pietro Scalia
COSTUMI:
Neil Murphy - Diane Murphy
EFFETTI VISIVI: Tim Burke - Nathan McGuinness
EFFETTI SONORI: Per Hallberg
MUSICHE: Hans
Zimmer - Lisa Gerard
Trama
Durante la "Operation Restore Hope", condotta nel 1993 in Somalia, un fulmineo raid concepito per catturare con precisione chirurgica due luogotenenti del signore della guerra Aidid, si trasforma in diciotto ore di tragedia. E in due ore e mezzo di film.
Recensioni
La guerra è bella quando dura poco
Ridley
Scott non è un Autore. Ma questo lo sapevamo già:dopo un’alba
di nitida bellezza (I Duellanti), un mattino pieno di luce (Alien,
quel B-Movie vestito talmente a festa da diventare epocale) e uno zenit
accecante (Blade Runner o il “De Fanta-Scientia”), il sole del
suo cinema è ripiombato sotto l’orizzonte precipitandolo nella notte
eterna delle promesse mai mantenute. Quello che invece non sapevamo ancora
con certezza, ma che non era difficile da intuire, è che di Ridley Scott
non è rimasto niente. Ridley Scott non è (più) niente.
Autoconvintosi (forse) di aver qualcosa da dire, forte di un nome che
dotava ogni suo nuovo film di un plusvalore artistico inesistente, il
nostro si è barcamenato tra sopravvalutati rigurgiti (vetero)femministi,
prove di impersonale “interlocutorietà” e abissi talmente trash da
rasentare il sublime (a quando la consacrazione ufficiale di Hannibal come
stra-cult non indegno di capolavori alla Porno Holocaust?); per
approdare, infine, al naturale lido di una siffatta carriera: un film
premiato con l'Oscar,
che lasciava quantomeno intravedere per il buon Ridley una riciclata ma
dignitosa vecchiaia da diligente entertainer. Invece no. E Black Hawk
Down lo (di)mostra. Prodotte da Jerry Bruckheimer, specializzatosi in
fracassonate tutte pop-corn e dolby digital, le due ore e mezza di
pellicola lambiscono i confini dell’ “impegno” guardandosi bene dal
valicarli, accarezzano la grandeur epico-bellica ignorandone modi e tempi
di rappresentazione/evocazione, tentano la (rectius: si fanno tentare
dalla) strada dell'infantilismo patriottico senza la necessaria,
ingenua spudoratezza. Il consueto prologo preparatorio di ogni buona
produzione bellica americana, ergo la delineazione degli stereo-tìpi ai
quali affezionarsi così da “simpatetizzarne” le imminenti sventure,
è quasi meta-parodico tanto è svogliato, stanco e tirato via (il che,
ovviamente, lo rende inutile allo scopo). Idem con frattaglie (umane) per
l’altrettanto consueto epilogo postrage, la tiratella moraleggiante che
esplica il “senso”, quel puntuale senso riproposto da anni
identico a se stesso, con microvarianti impercettibili: la guerra è
brutta (sempre) assurda (quasi sempre) a volte sbagliata (Vietnam e
derivati) ma c’è, quando c’è va combattuta e i comunque valorosi
cowboy americani ci mettono (quasi tutti) “anema e core”; - “non
siamo eroi, però…” - dice a fine pellicola il Matt Damon dei poveri,
Josh Hartnett. Chiaro no? Al di là, comunque, del sempre opinabile
sostrato etico-ideologico di queste produzioni, con schematizzazioni e
semplificazioni storiche annesse e connesse, ciò che delude maggiormente
in BHD è proprio la sua unica ragion d’essere, il suo clou, ciò
che segue l'inutile prologo e precede l’inutile epilogo: la battaglia.
Così lunga da diventare una gag, ricorda per comunanza di sensazioni
evocate il mirabile inizio di Space Balls, l’astronave inquadrata
dal basso che incede maestosa tra le stelle ma che diventa ridicola perché
“infinita”. Infinita come l’odissea dei poveri Rangers piovuti dal
cielo sul Planet Of The Niggers. E ripetitiva. Come una canzonetta
pop ben fatta ma “dilatata” in loop ben oltre i suoi fisiologici tre
minuti: verse/bridge/chorus - verse/bridge/chorus per dieci, venti, trenta
volte di troppo… la struttura inevitabilmente crolla, la reiterazione
snatura l’impianto, la riproposizione ciclica anestetizza i sensi e, con
essi, le emozioni. E’ esattamente questo che accade in Black Hawk
Down: i movimenti di macchina, i ralenti, il montaggio, il raffinato
uso delle luci e dei colori (“sabbiosi”), le scenografie, la
coordinazione “coreografica” dei movimenti degli attori, tutto sembra
al posto giusto al momento giusto, un bel verse/bridge/chorus forseimpersonale,scevro di guizzi “artistici”, maazzeccato
con fredda professionalità... solo che Ridley Scott preme il tasto "repeat",
e il ritmo del film (ossia il Credo di ogni bravo blockbustermaker)
diventa prima aritmia, poi (e infine) elettrocardiogramma piatto. Allora
si sbadiglia, sporadicamente risvegliati da grossolane variazioni sul tema
(mani mozzate, arterie da "annodare" et cetera), e si pazienta
spazientiti fino all'agognato The End di un film inutile e bruttissimo.
Gianluca
Pelleschi
Commenti
Spazio
lettori
Stelle di latta e strisce di sangue
Ridley Scott rinnova la retorica guerrafondaia americana, attraverso questo film che regala ben poco allo spettatore. Sicuramente non interpretazioni degne di nota (i soldati sono stereotipati e spersonalizzati dalle loro omologanti divise), né una visione a 360 gradi (i somali vengono trattati come carne da macello, imbecilli e primordiali come gli zombi di Romero). Quando prova a tratteggiare almeno una figura degna di nota, il signore della guerra Aidid, inscena l'ennesima figura del supercattivo, talmente di maniera da apparire spudoratamente falso.
Questa pellicola, finanziata dal Dipartimento della Difesa americano (ah, brighella!), mistifica la realtà sulla cosiddetta battaglia di Mogadiscio (1993), dove l'esercito americano inciampò in clamorosi errori strategici. E qui arriva la fottuta questione: adesso che la warzone più di moda si chiama Afghanistan, non giova a nessuno continuare a pensare che gli americanoidi siano senza macchia e senza paura. Un lavoro del genere sarebbe stato imbarazzante e inadeguato; infatti arriva puntualmente in tutte le sale. Ridley Scott non si limita a lanciare il suo ennesimo brutto film (dopo gli immondi spettacoli di SOLDATO JANE e IL GLADIATORE), ma stavolta viene letteralmente corrotto. E' infatti chiaro e lampante che a quella flebile trama idealogica non ci crede neanche lui: lo fa per il Dio Quattrino, che da sempre manovra l'umane membra. Nell'ansia di schivare un pericoloso nichilismo, l'antidoto che ci viene offerto è un teatrino scontato, dai risvolti grandguignoleschi. Semplicemente squallido. Magistrale l'utilizzo della telecamera, che spesso danza come un serpente impazzito fra schizzi di sangue e retorica; il dosaggio degli effetti speciali spesso diventa eccessivo, nel vano tentativo di stordire lo spettatore. Il mestiere registico di Scott è effettivamente notevole; ma la sua mente è un pozzo senza fondo, dove precipita ogni vaga impronta di abbozzo creativo. Inoltre un certo Spielberg potrebbe risentirsi: oltre a scopiazzare qua e là in generale (ma anche nell'idea di fondo), c'è una determinata scena praticamente identica a SALVATE IL SOLDATO RYAN. La telecamera inquadra il volto sofferto del patriota americano nella polvere, salvo poi scoprire che è soltanto un repellente torso umano. L'ultimo, ridicolo omaggio/oltraggio di un film che brucia a fuoco lento, nelle fiamme del suo stesso inquinante moralismo.