| Recensioni
|
Ricky
(re)Goes To Hollywood (in
codice)
Ron Howard, uno dei più qualunque dei registi
qualunque di Hollywood, gira una sorta di suo “grande film malato”.
Come noto, la definizione è di Truffaut e si riferisce alle più
imperfette e diseguali delle pellicole d’Autore, film come Marnie
del grande Hitch (sempresialodato) che sfuggono al controllo del proprio
demiurgo e s’illuminano di luce “propria”, benché fioca,
intermittente, obliqua. Ammesso e concesso che Ron Howard non sia un
Autore, ma pura convenzione, il suo A Beautiful Mind ha
momenti “malati” che sembrano sfuggire a quel p(i)attume
cinematografico al quale l’ex Ricky Cunningham ci ha da sempre abituato,
sprazzi di cinema nei quali riesce a scalfire la corazza della bella
mente del Genio e a farci (intra)vedere l’algoritmico (ma ipotetico)
funzionamento d’un cerebro schiavo del Numero: un geometrico gioco di
rifrazioni luminose cristallizzate in una cravatta, una finestra sul mondo
che si fa pittogramma “cifrato” delle relazioni interpersonali, un
approccio pseudosentimentale sùbito “astratto”, decontestualizzato ed
elevato a status di lucida teoria… in questi radi frangenti Ron Howard
quasi sorprende. Sembra voler abbandonare la sua impersonale e consolidata
cifra a-stilistica per accennare inattese profondità d’analisi,
indagando con gelido occhio matematico (ma il merito è soprattutto
dell’algida fotografia di Roger Deakins) una psiche matematica che pensa
matematica. Peccato siano solo fulmini a ciel grigiastro. Più spesso,
infatti, A Beautiful Mind (s)cade nel macchiettismo matematichese
più vieto (John Nash che propone “scambi di fluidi” a gentili
donzelle), nella retriva retorica hollywoodiana (quello delle penne sul
tavolo è un momento così spudoratamente pre-vedibile/visto da lasciare
basiti), nella facile, eccessiva semplificazione che diventa fuga (in
fondo in fondo conta e vince solo l’amore… come no…). Una parola,
poi, sull’interpretazione di Russel Crowe: il fatto che ricerchi
programmat(ic)a versatilità (da indomito gladiatore ad avvilito
schizofrenico) non lo rende, ipso facto, un grande attore: nei panni di
John Nash gesticola e balbetta con impegno, ma gli scapicollati entusiasmi
che la sua interpretazione sembra suscitare sono del tutto fuori luogo.
Resta il fatto che, per essere un prodotto acciuffastatuette, A
Beautiful Mind rappresenta (rectius vorrebbe rappresentare) alcune
inversioni di tendenza rispetto all’americanata classica: il
protagonista (“reale”, come è appena il caso di ricordare) non è un
canonico american dreamer “valoroso” ergo vincente, ma un
povero americano malato, oberato dal proprio surplus di capacità (ma non
scordiamoci il Nobel per l’economia arrivato fuori tempo massimo, ma
arrivato); il maccartismo è vissuto nel film come paranoia assoluta e
l’ansia da pericolo rosso è amaramente stemperata, anche a livello
spettatoriale vista la struttura “ingannatrice” della prima metà del
film, dalla rivelazione della natura schizofrenica di quell’ansia (ma il
primo codice russo decifrato dalla geniale mente di Nash non era un parto
della stessa…); infine, il già accennato espediente narrativo
dell’epifania spiazzante che obbliga la rilettura degli eventi, non solo
è parzialmente coraggioso e destabilizzante (l’epiphany arriva a
neanche metà film, in tempo per godersi un film “come si deve”) ma
non rappresenta più, se mai l’ha rappresentata, una novità. Portata in
auge da Il Sesto Senso, che ha proiettato il “meccanismo
svolta” nell’olimpo delle trovate salvafilm (dà indubbiamente “un
che” alle pellicole cui si applica), tale novità già di per sé
presunta (basti citare Jacob’s Ladder o L’Avvocato Del
Diavolo ma la lista è lunga), ha rapidamente smarrito il moderato
potenziale sovversivo per via dello scriteriato (ab)uso che se ne è fatto
ultimamente. In definitiva il film di Howard ha, rispetto ai consueti
colleghi oscarofili, quella dose infinitesimale di “coraggio” che gli
fa fare la figura di un qualunque Daniele Silvestri al festival di
Sanremo: ingannevole aura di “estraneità” che mal cela un valore
assoluto piccolo piccolo.
Gianluca
Pelleschi
|