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Memoria Metacinematografica
Esiste una memoria stomatologica? Questo era
l’interrogativo con cui Salvatores ci aveva lasciato alla 57° mostra
internazionale d’arte cinematografica di Venezia. Certamente esiste in
lui una vivace memoria cinematografica, e Amnèsia lo afferma
fermamente attraverso una rete di prestiti e citazioni che, mescolati ai
temi tanto cari e spesso riproposti dal regista, si costituisce in una
storia esile ma spassosa, intricata in modo non sempre felice, ma sorretta
da interpreti sufficientemente in parte. Il caso ha un ruolo di
prim’ordine, ed interviene spesso a dipanare la matassa degli
avvenimenti di questi personaggi outcast – molto “à la Salvatores”
– che guardiamo da due punti di vista separati, prima da quello degli
italiani trapiantati ad Ibiza, poi da quello degli abitanti dell’isola,
fino all’inevitabile ricongiungimento finale in quella che è la
discoteca simbolo delle sue trasgressive notti, l’Amnèsia per
l'appunto. C’e la manifesta citazione della celebre valigia kubrickiana
da Rapina a mano armata (The Killing, 1955), e dello stesso
film Salvatores prende in prestito anche l’uso non lineare del tempo,
con la re-visione delle sequenze, pratica che tanto ha reso popolari le
pellicole di Tarantino. Il tutto è raccontato fra split screen, fast
forward e rewind graffiati, secondo la tendenza di quel cinema
contemporaneo che resta sospeso fra l’essai e il commerciale, fra David
Fincher e Guy Ritchie, tuffando il film in un reticolo di memorie
cinematografiche e di riflessioni sullo stesso. Ed è sullo stesso terreno
che Salvatores continua a muoversi, offrendo sia spettacolo – a tratti
decisamente spassoso, anche se non aggiunge nulla di nuovo alla sua
collaudatissima poetica, stavolta concentrata sul confronto generazionale
– sia concessioni agli spettatori più attenti e preparati. Ovvero, a
quelli meno smemorati.
Alberto
Zambenedetti
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