| Recensioni
|
Sobrietà nel Dolore
Abbandonate le vicende autobiografiche (se pur sempre minimamente percepibili) e le vicende politiche, sociali e sociologiche del nostro paese, Moretti è in questo film sceso nel privato di chiunque di noi, costruendo una storia che ben delinea e raffigura, per usare le sue parole, come "un pezzo di vita". Il film inizia con Nanni, anzi Giovanni, che beve un bicchiere d'acqua prima di fare colazione, come nella scena finale dell'episodio "Medici" di "Caro diario", chissà se casuale o voluta. Problemi di ordinaria quotidianità, vita che scorre abbastanza tranquillamente, rotta da un piccolo furto scolastico di Andrea, che spiazza in qualche modo il padre che vuole a tutti i costi siscerare la vicenda per appurare la verità; madre solare, meno rigida. Ma nessun consiglio su come educare i figli, come evitare comportamenti fuorvianti dei medesimi e tamponare confiltti generazionali, nulla di tutto questo. La vicenda si svolge quasi esclusivamente nell'appartamento di questa famiglia, lindo, poco vissuto, troppo ordinato. Un primo evento doloroso colpisce Giovanni: il tumore di cui è affetto un suo paziente, che vuole lottare a tutti i costi per vincere il male, in antitesi con il suo psicanalista che sostiene quasi una tesi fatalistica sulla sopravvivenza, a prescindere dalla volonta' o meno del paziente. Ma sarà la morte accidentale del figlio a deflagare queste vite tranquille. Il dolore irrompe, come quasi sempre, inaspetato e devasta ineluttabilmente. Ognuno reagisce a suo modo dinanzi alla morte, ma qualcosa, ovviamente, si spezza, ponendo i protagonistiin conflitto fra loro, non unendoli, ma separandoli. Il tema del film è quindi la morte, il dolore, che attraversa la nostra vita e solo chi lo ha vissuto, come Moretti, puo', secondo me, oltre alla sua grandezza di autore, rendere un tema come questo "accettabile" e partecipativo (emblematica la scena della chiusura della bara, definitivo allontanamento dalla vita pur nella morte).
Chiaramente di fronte ad un evento del genere ci si interroga, vengono fuori sensi di colpa, i se i ma, quasi voler espiare in modo ancora piu' empatico il dolore. Giovanni quindi si pone mille domande senza risposta con l'unico risultato di lacerarsi ancora di piu', al punto di abbandonare la professione, non ritenendosi piu' in grado di capire con distacco e obbiettivita' i pazienti e quindi, tirarli fuori dai loro problemi. Si incrina il rapporto con la moglie, chiusa nel suo straziante dolore senza domande, la figlia si sente emarginata e diviene aggressiva.
Ma alla fine, è la legge della vita, si ritrova a mano a mano un certo equilibrio, per poter tornare a vivere nel dolore e con il dolore, anzi uscendone rafforzati. Vita, morte, felicità. infelicità, temi universali trattati da Moretti con leggerezza e tono giusto, che sono fra le sue peculari caratteristiche.
Ancora una volta, superfluo forse dirlo, la grandezza di Nanni è inequivocabile.
Mara Taloni
Il dolore di tutti
Sì, il tema portante de "la stanza del figlio" è senz'altro il dolore. Ma il dolore più angoscioso, più triste, non è quello della commozione, della penetrazione all'interno del film, di quel nemmeno troppo complesso dell'assimilazione e dell'immedesimazione, del trasporto che affligge lo spettatore che assume su di sé il dolore dei protagonisti del film. Credo fosse questo l'obiettivo di Moretti, commuovere. Niente di male, forse, eppure il dolore che colpirà alcuni (spero francamente molti) spettatori di questo film sarà quello della delusione, del tradimento, del veder sprofondare un autore tanto caro verso un cinema cos' poco interessante, piatto, temiamo persino poco utile. Non è il cambiamento radicale che molti giornalisti paventavano sulle pagine dei quotidiani, ma solo un preoccupante abbassamento. Alcuni hanno visto il cambiamento nella cessazione dell'autobiografismo, ma in fondo Moretti parlando di sé stesso è sempre riuscito a scavalcare la sfera del privato, il suo cinema è sempre stato quello di una crisi profonda, una crisi che andava inesorabilmente a ripercuotesi sulla sua persona (anche fisica), Michele Apicella, il Don Giulio de "la messa in finita" (quanti pochi film di tale portata abbiamo avuto negli ultimi due decenni?), fino al Nanni Moretti del diarismo degli ultimi due film, personaggi che rispecchiavano e filtravano una crisi, mostrata attraverso un cinema solo superficialmente intimista. Ed è proprio con "la stanza del figlio" che Nanni Moretti sembra rinchiudersi davvero a tutti gli effetti nell'intimo, nell'intimità delle mura domestiche; a dire il vero il lungo percorso all'interno dell'appartamento, con le porte che ad una ad una gli si spalancano davanti, macchina da presa che lo segue alle spalle, appare una vera e propria dichiarazione d'intenti. Uno dei (pochi) momenti davvero interessanti di questo film, soprattutto per il fatto che inevitabilmente ritorna alla mente il lungo viaggio in Vespa per le strade di Roma, un tema che sembra qui riproposto in un ambiente più intimo appunto, ma anche più chiuso e ombroso, sintomo del fatto che questa volta ci si ritrova davanti a vicende che investono un ambiente riservato, un microcosmo di eventi altrettanto problematici ma drasticamente vicini. Interverrà inevitabilmente il motivo della colpa, che questa volta sarà tutta interiore, proprio in virtù del fatto che va cercata all'interno di uno spazio più ristretto dove la crisi sarà individuale e non più generazionale o sociale. Il dolore non è mai stato esente dalla filmografia di Moretti, in ogni suo precedente film emergevano situazioni molto più dolorose di quanto certi giornalisti pensassero, il fatto che il dolore venisse turbato da una potente vena di sarcastica disillusione (ma non ne "la messa è finita") è ben altro discorso. Il ritratto piccolo borghese e domestico di Moretti è un' istantanea della routine famigliare spezzata dal dolore, una chirurgica ricerca atta a far emergere la pesantezza del dolore, dell'assenza fisica di uno dei membri e della colpa che si tramuta in flash-back immaginari, in possibilità e alternative in grado di mettere in luce ciò che non è stato. Un'operazione ambiziosa, complessa, che necessitava di un laborioso processo di messa in scena, di un'estenuante lavoro sugli attori e di una sceneggiatura molto articolata e precisa. Purtroppo forse solo quest'ultimo obiettivo è stato raggiunto, ma comunque nel modo sbagliato, essendo questa sceneggiatura a sei mani un greve concentrato di tutti i concetti appena espressi, nemmeno lontanamente mitigati o integrati con un processo cinematografico e visivo, semplicemente scritti, enunciati e poi brutalmente espressi dalla viva voce dei protagonisti (che tra l'altro, con l'eccezione della sempre grande Laura Morante e a tratti di Moretti, con tutta la buona volontà non sono nemmeno lontanamente in grado di esprimere seriamente emozioni di tale impatto).
Un film che sciorina emozioni e sentimenti (anzi, li legge ad alta voce) cercando di contagiare lo spettatore con le stesse sensazioni. Moretti dice tutto, indica tutto, mostra ogni dettaglio, arriva addirittura a filmare i pensieri di un padre in forma di flash back immaginario: un modello di messa in scena che può apparire abbastanza suggestiva ma decisamente e inevitabilmente sterile. Questo a ben vedere è lo stesso percorso intrapreso con "Dancer in the dark" da un altro cineasta di cui francamente non sentiremmo la mancanza, Lars Von Trier, che però per lo meno lavora instancabilmente sul processo di messa in scena, cercando di imporre una qualche identità al suo cinema, che ormai sembra vivere solo in funzione di una qualche interessante componente estetica. L'ultimissimo cinema di Moretti non nasconde nulla sotto la crosta, è una pellicola che scorre in un proiettore e che produce certe immagini e certi suoni. Lo si può tranquillamente guardare, assimilare per un momento e dopo pochi minuti dimenticare. L'utilità di questo cinema francamente ci sfugge.
Va dato atto a Moretti di aver saputo mostrare con una certa lucidità il sentimento del dolore, colto nei gesti, nelle parole e in certe espressioni dei volti, soprattutto in quello di Laura Morante. Della recitazione pedante, sciatta e imbarazzante del resto degli attori non ci si stupisce nemmeno più, in fondo questo è il livello medio del nostro cinema e lo sappiamo, però era lecito aspettarsi un minimo di attenzione per la regia e per la composizione delle inquadrature, un lavoro attento e minuzioso in fase di fotografia. Nulla di tutto questo purtroppo, e in certi momenti sembra francamente (niente di più doloroso a dirsi ma è così) di trovarsi di fronte a una qualsiasi produzione televisiva di livello medio alto.
Il film acquista qualche motivo di interesse nel finale, affidandosi alla suggestione di un viaggio purificatore dalla meta sfuggente, un viaggio la cui continuazione è affidata a un movimento di macchina che riprende i protagonisti in una posa piuttosto convenzionale ma anche quietamente evocativa e desolante.
Restano la delusione per una lunga attesa frustrata e il dolore per le cattive parole spese per un autore in passato tanto amato.
Stefano Trinchero
Dolore di testa
Come rendere il dolore sullo schermo? Descrivendo con dovizia di dettagli la serenita' che lo ha preceduto, lo stato delle cose quale era prima che il terremoto della sofferenza venisse a fare piazza pulita. Moretti in questo non lascia nulla di intentato, la famiglia che descrive e' un'istantanea della perfezione: agiata, serena, figli che studiano e fanno sport, genitori che vanno d'accordo (anche a letto), gente che canta in automobile per intenderci, che sa prendersi amabilmente in giro; padre e madre campioni di comprensione e apertura, che non fanno pesare sui ragazzi le loro preoccupazioni, un concentrato di post 68 illuminato. Quando il figlio e' coinvolto in una marachella scolastica i due indagano, la madre assolve, il padre sospetta ma trattiene il dubbio: e' un genitore perfetto quello che si reca a trovare il coniuge al lavoro solo per chiedere: "Come trovi Andrea in questo periodo?". A questo punto il terreno e' fertile, puo' ricevere il seme della tragedia per farla detonare con la massima potenza.
Blocchettino di appunti alla mano: cos'e' la morte di un figlio? 1) lo smarrimento del padre (cosa sta succedendo?); 2) quello della sorella (cosa ci fa mio padre qui? - ergo: e' successo qualcosa di grave); 3) l'abbraccio dei superstiti; 4) telefonata dall'ospedale interrotta da un singulto di pianto; 5) abiti per la vestizione; 6) catalogo delle bare; 7) cadavere nella camera ardente; 8) ultimo sguardo allo scomparso; 9) fiamma ossidrica che sigilla il feretro; 10) trapano e chiodi (immagine, poi solo il rumore, che penetri ben bene). Manca qualcosa? Il funerale, con bel coup de theatre, arriva in seconda battuta e porta con se' l'ovvia requisitoria contro il messaggio del sacerdote (cosa si aspettava il padre? Se e' vero che di fronte alla morte ogni parola suona retorica, la parola di Dio non lo e' ovviamente mai). A questo punto tentativo paterno di
elaborare il lutto, lento e tormentatissimo (un giro in giostra per obnubilare, chi non lo farebbe?), complicato da un rimpianto (perche' sono andato da quel paziente? A domicilio, poi, non lo faccio mai!) ricco di ramificanti implicazioni (addio al distacco professionale). A seguire flashback ipotetici (continuiamo cosi', facciamoci del male), dissidio col partner (accennato ma chiaramente esplosivo, preludente a una separazione - che il dramma sia totale -), la scoperta dell'amoretto estivo del figlio e l'imprevista gita fuori porta per approdare sulla spiaggia della pacata rassegnazione. Il regista calcola tutto al millimetro, effetti e loro dirompenza, dosa le emozioni lungo tutte le tappe tramiche e offre al pubblico la sua anatomia del dolore. Peccato che il dolore, come la paura, mangi l'anima, sconquassi le viscere e che qui invece ve ne sia una rappresentazione tutta di testa (rileggersi BAMBINI NEL TEMPO di McEwan, please). Pretendere di essere realistici in un costrutto cosi' fortemente razionale, di fredda e determinata strutturazione, di rappresentare la sofferenza della perdita ricorrendo a sottili operazioni di sottrazione e proporzione non significa restituirne il quadro autentico ma solo cinicamente macabro, ovviamente (sottolineo ovviamente) toccante. Non m'importa di quanto Moretti fosse consapevole di cio' (chi se ne frega dell'intento dell'autore): il film gioca sporco di fatto, facendo leva su un tema sul quale immedesimazione e coinvolgimento del pubblico sono garantiti (soprattutto se si ha l'accortezza di condire il tutto con le note del solito, tristissimo Piovani). In questi casi piu' onesto sarebbe essere letterari o smaccatamente artificiosi.
Quanto detto nel merito. Rimane da fare i conti con l'ovvia scelta di un personaggio, lo psicanalista, che rimane la figura piu' abusata di questi ultimi anni cinematografici e che per l'autore e' loffio escamotage per uscir fuori da una dimensione rigidamente familiare che alla lunga sarebbe divenuta opprimente. La sequela di pazienti offre l'occasione di gettare uno sguardo al mondo esterno, a quell'alienazione generalizzata di cui Moretti vorrebbe offrirci la foto, non riuscendo ad andare oltre il suo patetico teatrino. Nevrosi d'accatto, psicanalisi da ridere, piatta sarabanda di voci altre che snocciolano malesseri e paranoie tremendamente in voga. Non ci vengono risparmiati neanche gli immancabili morettismi, tanto piu' inaccettabili quanto piu' il regista tende all'oggettivita' del registro: la canzone stavolta e' della Caselli (ieri erano Jovanotti, Battiato, Lauzi o Battisti), si cita Carver (ovvero: IO leggo Carver), si acquista Eno (IO ascolto Eno). Il brano di quest'ultimo lo si fa muovere su un sottile confine diegetico/extradiegetico che sarebbe anche operazione raffinata se non suonasse palesemente posata e dilettantesca. Gli attori fanno il loro dovere (Laura Morante e' brava e, me lo si permetta, non lo faccio mai, di bellezza risplendente), la macchina da presa e' programmaticamente immobile, la regia rigorosa e asciutta; siamo di fronte al cinema italiano che conosciamo bene, piu' furbo della media e piu' cosciente di se': lo tratteremmo diversamente (rectius: lo tratteremmo) se non fosse firmato Moretti?
Luca Pacilio
Una riflessione dul dolore
Nanni Moretti prima che regista, attore e sceneggiatore, e' un grande personaggio che e' riuscito a diventare specchio tagliente delle abitudini nazionali grazie a un imprinting molto personale nei ruoli che interpreta. Difficile quindi vederlo sul grande schermo e pensare che non sia Moretti, ma un personaggio inventato. La sua forte personalita' esce sempre allo scoperto e si finisce con il confondere la realta', o quella che si presume tale, con la finzione. Uno dei pochi film in cui e' solo interprete, "La seconda volta", provoca proprio questo straniamento e non e' inizialmente facile credere al personaggio del professore universitario Alberto Sajevo. La stessa sensazione si percepisce con Giovanni di "La stanza del figlio" e l'idilliaco quadro familiare con cui il film si apre, pur creando le premesse di un forte contrasto con la seconda parte, non risulta sempre credibile. A questa impressione di distacco e di forzata fluidita', contribuisce soprattutto la recitazione degli interpreti, a parte l'intensa Laura Morante. Poi avviene il dramma e il film cambia registro e diventa un vero e proprio viaggio nel dolore. Un dolore profondo che le parole non riescono a spiegare, ma che le immagini comunicano in modo straziante. Tutto pare perdere senso, cambia radicalmente il punto di vista nei confronti delle cose e la vita diventa un gioco assurdo in cui senza regole precise qualcuno vince mentre altri perdono. Puo' sembrare tutto sommato semplice, o perlomeno furbo, fare leva su un tema di sicura presa emotiva, ma indipendentemente dalle presunte intenzioni, il film arriva a colpire e a rendere il dolore dei personaggi tangibile. E nei lunghi silenzi, nella malinconica musica di Nicola Piovani, nella semplice successione degli eventi, anche Nanni Moretti si toglie la spessa corazza di compiaciuto narcisismo e diventa Giovanni, toccando il punto indefinito in cui la razionalita' si scioglie in lacrime.
Luca Baroncini
Michele, Nanni… e poi?…
Il cinema di Nanni Moretti è in blackout. Si può continuare ad amarlo (per inerzia), si può attendere (s)fiduciosi che evolva e si rivitalizzi o si può iniziare a odiarlo (con dispiacere). Ma il blackout c'è. D'altra parte era fin troppo evidente che "Aprile" fosse un punto di non ritorno, l'apice/epitaffio dell'autobiografismo morettiano che già in "Caro diario" iniziava a "perplimere" (-ma come parla?- mi direbbe l'Apicella dei tempi d'oro…). L'abbandono dell'alter ego cinematografico, la questione privata divenuta spudoratamente pubblica, la sublimazione della delusione "politico-esistenziale" nell'amore familiare, erano tutti preoccupanti sintomi della (arterio)sclerotizzazione di un Cinema che aveva sempre sfidato, col narcisismo del suo Autore-Demiurgo, la pazienza dello spettatore istigandolo a un "odi aut amo" stuzzicante e pericoloso. Il post-Aprile avrebbe potuto essere A) la proiezione del "filmino delle vacanze" della famiglia Moretti o B) un Moretti "nuovo" e in qualche modo "inedito". "La stanza del figlio" è il risultato della scelta B), ma poco va per il verso giusto. Smessi definitivamente i panni di grillo parlante della sinistra, accantonate le istanze moralistico-misantropiche e azzerato il tasso di humour caustico ma divertente dei precedenti film, Moretti stavolta vuole commuovere ma vuole farlo, ovviamente, in modo "serio", nobile e alto. Da artista. "La stanza del figlio" punta dritto alla cinematografizzazione del Dolore, vuole percorrere, dal particolare al generale, l'iter della Perdita e affrontare la Morte lavorando per sottrazione, senza indulgenze e cadute melodrammatiche. Ambizioni. Ambizioni lodevoli quanto palesi, scoperte e in qualche modo troppo deboli per passare ai "fatti", per non restare buoni e delusi propositi. Se è vero, infatti, che il buon Nanni si dimostra autore sensibile e intelligente è anche vero che il suo film deve arrendersi all'evidenza del suo status di film normale, "educato" e edificante, nobilitato oltre misura dal nome del suo scrittore-autore-attore che ha i suoi meriti ma che, forse proprio per questo, non merita annebbiate sopravvalutazioni. Perché la famiglia del protagonista è "perfettina" e poco credibile, perché le sedute psicanalitiche sono carusopascoskiane, perché le autocitazioni (le scarpe ecc) sono stanche e fastidiose, perché la disgregazione tragica del nucleo familiare è prevedibile e forzata (nella sequenza della cena al ristorante sfiora il ridicolo involontario), perché Nanni Moretti non sa recitare "altri da sé" (e si era già visto ne "La seconda volta" di Calopresti), perché l'immagine che affiora del mondo giovanile è idilliaca e un po' stereotipata, perché in fondo è facile colpire, addolorare, commuovere con la morte di un così amabile ragazzo figlio di così moderni, comprensivi genitori. Perché "La stanza del figlio" è un onestissimo film italiano, girato spesso con gusto e non privo di sequenze valide (il long take che segue Moretti dentro l'intimità della casa-famiglia) ma non del tutto immune da una certa sciatteria registica e interpretativa nostrana. Perché "La stanza del figlio", come si è detto, è scritto solo "benino" e non si/ci risparmia cadute e scivoloni. Perché ne "La stanza del figlio" ci si è sforzati, illusi, "imposti" di vedere più di quello che c'è.
Gianluca Pelleschi
|