The Driller Killer
 (The Driller Killer)

Regia: Abel Ferrara
Interpreti: Jimmy Laine [Abel Ferrara], Carolyn Marz, Baybi Day, Harry Shultz, Alan Wynroth
Durata: 96’ 
Produzione: USA 1979 
Etichetta: RaroVideo
Audio: Inglese 2.0 
Sottotitoli: Italiano
Codifica: Pal
Ratio: 1,85:1
Formato: 4: 3 letterbox
Layer: DVD 9 
N° dischi: 1
Extra: Incontro con Abel Ferrara; intervista con Roberto Silvestri; trailer originale; booklet
Prezzo: 19,90 €

Il DVD

L’etichetta RaroVideo, da sempre attenta a una tipologia di cinema marginale, decide di editare uno dei pezzi forti della sua library home video, The Driller Killer, anche in dvd. Il risultato non è eccelso ma tutto sommato soddisfacente, con un master integrale e meno sporco di quello utilizzato per la vhs, non eccezionale – se si considera poi la scelta poco felice del letterbox –, anche se va rilevato che il vizio è all’origine (la pellicola utilizzata da Ferrara non certo di prima qualità) e certe sgranature, in questo caso, ce le teniamo pure volentieri. L’audio registrato su doppia traccia monofonica è accettabile, cedendo solamente in alcune sequenze di allucinazione visivo-sonora. Sottotitoli italiani rimovibili. Completano la proposta un incontro “rubato” all’autore durante la retrospettiva romana in cui Ferrara distilla per 37 min. considerazioni sul suo cinema, un‘accattivante intervista a Roberto Silvestri, il trailer originale e un volumetto di 12 pagine.

 

Il Film

Trama. Reno Miller è un artista squattrinato che tenta di portare a termine l’opera che secondo lui potrà garantirgli denaro e notorietà. Un deleterio ménage à trois, una punk band per inquilini e un pretenzioso committente contribuiscono a sconquassare gli intenti di Reno provocandone il deragliamento psichico.

Uno degli aspetti più singolari, inquietanti e in qualche maniera apparentemente inspiegabili è il fatto che questa pellicola di Ferrara del 1979 sia stata abbandonata per diverso tempo in una sorta di limbo della critica, di immotivato oblio cinefilico che, per una volta ha dimostrato la fisiologica impotenza di un meccanismo supposto perfetto di onnirammemoranza. Ci si è dovuti affidare ancora una volta al pedestre senno di poi per recuperare questo piccolo capolavoro ferrariano dall’abisso della memoria cine(mato)grafica. Non esiste in effetti nessuna ragione apparente o reale per lo scollocamento, la deprivazione di questo autentico trance film, per usare un termine introdotto proprio in quegli anni dal teorico P. Adams Sitney, che indicava un certo cinema di avanguardia, distinguendolo da quell’orizzonte cinematografico che si poneva con malcelata vaghezza come sperimentale e indipendente. Critici e giornalisti (americani soprattutto) alla fine degli anni ’70 si sono riempiti la bocca con terminologie tipo New Narrative e non-fiction e con nomi quali Jost, Jarmush, Delanda, Kopple, autori che avevano ereditato il lascito di numi tutelari come Kenneth Anger, Jonas Mekas, Maya Deren, Stan Brakhage, Ernie Gehr, Hollis Frampton, Gregory Markopoulos, Michael Snow etc., etc., e hanno relegato, disconoscendola, questa gemma grezza di Abel Ferrara negli angusti ranghi del cinema di genere. Anche in Italia, questo sguardo critico  assente, ha colmato retrospettivamente la sua colpevole disattenzione solo grazie al Mystfest di Cattolica nel ’91.  
E tuttavia cosa se non un vero e proprio trance film è questo The Driller Killer? Film trance, film della trance, nella trance, cinema in trance come trance del cinema, lungo frammento filmico in trance, anche come tranche, che insegue perpetuamente se stesso come tranche in trance nella provvisorietà lunghissima della notte, farraginosa, sgranata, nerissima. (Ancora, in(de)finitamente night mov(i)es, la notte si/ci sposta nell’atto filmico). E della compulsione dei linguaggi. Il cromatismo a volte anche espressionisticamente esasperato (le luci, i colori) non serve a illuminare tranquillizzandoci e neutralizzando l’oscurità (peraltro sempre anche interiore, costitutiva) bensì contribuisce a imbrattare maggiormente un quadro formale già fin troppo sporco.
Hanno e avevano ragione tutti i critici del mondo a definire The Driller Killer un cinema di genere ma The Driller Killer è più precisamente un film de-genere, molto più quindi di un film di genere nudo e crudo, ma fortunatamente anche molto meno, e stiamo pensando a piccoli grandissimi film di Ulmer, Lupino, Hellman, Arnold, Boetticher. Eppure il primo referente de-genere è (dovrebbe essere) William Lustig, ma questo cinema così sublimemente denso e contemporaneamente disadorno, colmo di ruvidezze formali e informali somiglia più al Jack Hill più sgraziato, più volutamente lercio e malsano.
Il film si offre come accadimento performativo, come messa in opera di un evento filmico, come happening di se stesso: l’azione del dipingere, lo squartamento volutamente simbolico del coniglio, attrazione e repulsione (Repulsion) del corpo mangiato/mangiante-società, la libido fallocratica del trapano.
L’intera pellicola si snoda lungo l’asse linguistico Miller-Driller-Killer, assonanza squisitamente feconda dal punto di vista semiotico.
Nell’asfissia che non è solo quella dell’appartamento ma appartiene a tutta la notturnità della metropoli si respira un senso di morte, come morte de-umanizzante della metropoli stessa come luogo antropofagico, spazio in cui si può solo morire di (para)noia. Luogo in cui Reno solamente tramite il suo trapano-pennello-occhio può liberare (e liberarsi attraverso), o credere, o sognare in una visione forse reale forse onirica, di farlo, il suo élan vital, il suo slancio espressivo. Siamo perfettamente in sintonia con l’idea romantica e post-romantica nietzscheiana e vangoghiana dell’artista genio, della vita come opera d’arte. E il quadro del bufalo rappresenta proprio questa vita, questo senso della vitalità che la notte-metropoli sembra soffocare con il suo senso di alienazione e serializzazione degli eventi (la frequentazione dei locali, i concerti rock dei Roosters). L’intero film ci offre questa disturbata e disturbante storia dell’occhio, l’occhio vivente batailleiano, l’unico elemento davvero pulsante e vitalistico in uno scenario agghiacciante di morte metropolitana. 
L’opera d’arte è già compiuta, è già sempre stata compiuta ed è essa stessa che deve mettere in opera il desiderio e la paura ovvero le pulsioni primarie eros e thanatos sepolte negli anfratti più reconditi della psiche di Reno. Il desiderio di espressione-creazione artistica (la vita) e la paura del fallimento esistenziale (la morte).

Esiste comunque un sottotesto simbolico preciso che si rende eminentemente ed esemplarmente allusivo di una forte critica sociologica da parte del regista: oltre ad un movente scopertamente economico e psicologico (fobia da immedesimazione), Reno uccidendo i barboni colpisce al cuore la realtà più cruda della società, l’aspetto più antropologicamente autentico di essa: c’è più verità in tutta la problematica che l’environment underground (il Lower East Side), il sottoprodotto urbano pone in essere che nella parata di pupazzi rappresentata dalla gente comune, dal newyorchese medio e anonimo.
In questi termini se il trapano può essere interpretato psicanaliticamente come oggetto dichiaratamente fallico, è solo e soltanto perché Reno è ossessionato dalla impellente necessità di rendere viva questa dimensione mortuaria e funerea della società (le immagini della cultura popolare (Dick Tracy) e religiosa, notevoli fin dalla primissima visionaria inquadratura nella chiesa, non risarciscono mai il suo frustrante senso di rifiuto della, e fuga dalla, realtà urbana) violentandola nel suo penetrale più intimo e nascosto, la suburbanità, per esprimere o meglio estroflettere, foss’anche come risarcimento sublimato, il suo desiderio di vita simbolizzato dall’occhio-(del)bufalo.

Miller-Ferrara-occhio-trapano il soggetto-occhio-Ferrara si/ci perde ancora e sempre nella notturnità del senso in cui tutti i bufali sono neri.

Mauro F. Giorgio

 
Voto DVD: 7 Voto Film: 8

 

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