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L’etichetta RaroVideo, da sempre attenta a una tipologia di cinema
marginale, decide di editare uno dei pezzi forti della sua library home
video, The Driller Killer, anche in dvd. Il risultato non è eccelso
ma tutto sommato soddisfacente, con un master integrale e meno sporco di
quello utilizzato per la vhs, non eccezionale – se si considera poi la
scelta poco felice del letterbox –, anche se va rilevato che il vizio è
all’origine (la pellicola utilizzata da Ferrara non certo di prima qualità)
e certe sgranature, in questo caso, ce le teniamo pure volentieri. L’audio
registrato su doppia traccia monofonica è accettabile, cedendo solamente in
alcune sequenze di allucinazione visivo-sonora. Sottotitoli italiani
rimovibili. Completano la proposta un incontro “rubato” all’autore
durante la retrospettiva romana in cui Ferrara distilla per 37 min.
considerazioni sul suo cinema, un‘accattivante intervista a Roberto
Silvestri, il trailer originale e un volumetto di 12 pagine.
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Trama. Reno Miller è un artista squattrinato che tenta di portare a termine
l’opera che secondo lui potrà garantirgli denaro e notorietà. Un
deleterio ménage
à trois, una punk band per
inquilini e un pretenzioso committente contribuiscono a sconquassare gli
intenti di Reno provocandone il deragliamento psichico.
Uno degli aspetti più singolari,
inquietanti e in qualche maniera apparentemente inspiegabili è il fatto
che questa pellicola di Ferrara del 1979 sia stata abbandonata per diverso
tempo in una sorta di limbo della critica, di immotivato oblio cinefilico
che, per una volta ha dimostrato la fisiologica impotenza di un meccanismo
supposto perfetto di onnirammemoranza. Ci si è dovuti affidare ancora una
volta al pedestre senno di poi per recuperare questo piccolo capolavoro
ferrariano dall’abisso della memoria cine(mato)grafica. Non esiste in
effetti nessuna ragione apparente o reale per lo scollocamento, la
deprivazione di questo autentico trance
film, per usare un termine introdotto proprio in quegli anni dal
teorico P. Adams Sitney, che indicava un certo cinema di avanguardia,
distinguendolo da quell’orizzonte cinematografico che si poneva con
malcelata vaghezza come sperimentale e indipendente. Critici e giornalisti
(americani soprattutto) alla fine degli anni ’70 si sono riempiti la
bocca con terminologie tipo New
Narrative e non-fiction e
con nomi quali Jost, Jarmush, Delanda, Kopple, autori che avevano
ereditato il lascito di numi tutelari come Kenneth Anger, Jonas Mekas,
Maya Deren, Stan Brakhage, Ernie Gehr, Hollis Frampton, Gregory
Markopoulos, Michael Snow etc., etc., e hanno relegato, disconoscendola,
questa gemma grezza di Abel Ferrara negli angusti ranghi del cinema di
genere. Anche in Italia, questo sguardo critico
assente, ha colmato retrospettivamente la sua colpevole
disattenzione solo grazie al Mystfest di Cattolica nel ’91.
E tuttavia cosa se non un vero e proprio trance film è questo The
Driller Killer? Film trance, film della trance, nella trance, cinema
in trance come trance del cinema, lungo frammento filmico in trance, anche
come tranche, che insegue perpetuamente se stesso come tranche in
trance nella provvisorietà lunghissima della notte, farraginosa,
sgranata, nerissima. (Ancora, in(de)finitamente night mov(i)es, la notte
si/ci sposta nell’atto filmico). E della compulsione dei linguaggi. Il
cromatismo a volte anche espressionisticamente esasperato (le luci, i
colori) non serve a illuminare tranquillizzandoci e neutralizzando
l’oscurità (peraltro sempre anche interiore, costitutiva) bensì
contribuisce a imbrattare maggiormente un quadro formale già fin troppo
sporco.
Hanno e avevano ragione tutti i critici del mondo a definire The
Driller Killer un cinema di genere ma The
Driller Killer è più precisamente un film de-genere, molto più
quindi di un film di genere nudo e crudo, ma fortunatamente anche molto
meno, e stiamo pensando a piccoli grandissimi film di Ulmer, Lupino,
Hellman, Arnold, Boetticher. Eppure il primo referente de-genere è
(dovrebbe essere) William Lustig, ma questo cinema così sublimemente
denso e contemporaneamente disadorno, colmo di ruvidezze formali e
informali somiglia più al Jack Hill più sgraziato, più volutamente
lercio e malsano.
Il film si offre come accadimento performativo, come messa in opera di un
evento filmico, come happening di se stesso: l’azione del
dipingere, lo squartamento volutamente simbolico del coniglio, attrazione
e repulsione (Repulsion) del
corpo mangiato/mangiante-società, la libido fallocratica del trapano.
L’intera pellicola si snoda lungo l’asse linguistico
Miller-Driller-Killer, assonanza squisitamente feconda dal punto di vista
semiotico.
Nell’asfissia che non è solo quella dell’appartamento ma appartiene a
tutta la notturnità della metropoli si respira un senso di morte, come
morte de-umanizzante della metropoli stessa come luogo antropofagico,
spazio in cui si può solo morire di (para)noia. Luogo in cui Reno
solamente tramite il suo trapano-pennello-occhio può liberare (e
liberarsi attraverso), o credere, o sognare in una visione forse reale
forse onirica, di farlo, il suo élan
vital, il suo slancio espressivo. Siamo perfettamente in sintonia con
l’idea romantica e post-romantica nietzscheiana e vangoghiana
dell’artista genio, della vita come opera d’arte. E il quadro del
bufalo rappresenta proprio questa vita, questo senso della vitalità che
la notte-metropoli sembra soffocare con il suo senso di alienazione e
serializzazione degli eventi (la frequentazione dei locali, i concerti
rock dei Roosters). L’intero film ci offre questa disturbata e
disturbante storia dell’occhio, l’occhio vivente batailleiano,
l’unico elemento davvero pulsante e vitalistico in uno scenario
agghiacciante di morte metropolitana.
L’opera d’arte è già compiuta, è già sempre stata compiuta ed è
essa stessa che deve mettere in opera il desiderio e la paura ovvero le
pulsioni primarie eros e thanatos sepolte
negli anfratti più reconditi della psiche di Reno. Il desiderio di
espressione-creazione artistica (la vita) e la paura del fallimento
esistenziale (la morte).
Esiste comunque un sottotesto
simbolico preciso che si rende eminentemente ed esemplarmente allusivo di
una forte critica sociologica da parte del regista: oltre ad un movente
scopertamente economico e psicologico (fobia da immedesimazione), Reno
uccidendo i barboni colpisce al cuore la realtà più cruda della società,
l’aspetto più antropologicamente autentico di essa: c’è più verità
in tutta la problematica che l’environment underground (il Lower East
Side), il sottoprodotto urbano pone in essere che nella parata di pupazzi
rappresentata dalla gente comune, dal newyorchese medio e anonimo.
In questi termini se il trapano può essere interpretato
psicanaliticamente come oggetto dichiaratamente fallico, è solo e
soltanto perché Reno è ossessionato dalla impellente necessità di
rendere viva questa dimensione mortuaria e funerea della società (le
immagini della cultura popolare (Dick Tracy) e religiosa, notevoli fin
dalla primissima visionaria inquadratura nella chiesa, non risarciscono
mai il suo frustrante senso di rifiuto della, e fuga dalla, realtà
urbana) violentandola nel suo penetrale più intimo e nascosto, la
suburbanità, per esprimere o meglio estroflettere, foss’anche come
risarcimento sublimato, il suo desiderio di vita simbolizzato
dall’occhio-(del)bufalo.
Miller-Ferrara-occhio-trapano il soggetto-occhio-Ferrara si/ci perde
ancora e sempre nella notturnità del senso in cui tutti i bufali sono
neri.
Mauro F. Giorgio
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