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Regia:
Marco
Bellocchio
Interpreti: Lou Castel, Paola Pitagora, Marino Masè, Pierluigi Troglio, Liliana Gerace, Jenny MacNeil
Durata: 104’
Produzione: Placet-Film
Etichetta: 01 Distribution
Audio: Italiano 2.0
Sottotitoli: no
Codifica: Pal
Ratio: 1.85:1
Formato: 16: 9 anamorfico
Layer: DVD 9
N° dischi: 1
Extra: Commento audio di Marco Bellocchio e Paola Pitagora, Storyboards, cortometraggio Abbasso il zio, biografia del regista e degli attori principali.
Prezzo: 9,90 €
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Entusiasmante proposta quella della 01 Distribution che presenta una
delle opere epocali della cinematografia italiana, I pugni in tasca di
Marco Bellocchio. La confezione nella sua essenzialità risulta meno bella
della sontuosa Criterion, appena uscita per il mercato statunitense, ma
decisamente più economica, inoltre si avvale del formato video corretto (il
master di riferimento è quello restaurato qualche anno fa dai laboratori di
Cinecittà, erroneamente trascritto nella fascetta 1,78:1) e di una traccia
sonora più diluita, benché non impeccabile. Il commento audio del regista
e dell’attrice Paola Pitagora ricco di aneddotica sul film e la sua
realizzazione, unito a qualche frammento di storyboard e al cortometraggio Abbasso
il zio, costituiscono materiale interessante e prezioso come comparto
extra.
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Trama. Ale,
Giulia, Augusto e Leone sono quattro fratelli che vivono con la madre
cieca in una magione nel piacentino. Leone è ritardato e malato di
epilessia, Augusto ha uno studio legale, Giulia sta quasi sempre rintanata
in casa e Ale che soffre anch’egli di disturbi epilettici vorrebbe
allevare cincillà.
La
descrizione del gruppo familiare all’interno della villa nei pressi di
Bobbio racchiude e dischiude una polisemia controversa e complessa,
difficilmente rintracciabile nel cinema italiano di quegli anni, un
dispositivo di segni pronto a folgorare il senso a partire dal titolo (che
si scoprirà assonante con un verso di Rimbaud) e l’immagine di convulso
ribellismo lacerato nelle contrazioni
dell’impotenza che esso evoca. L’esordio di Bellocchio dopo i
lavori del Centro Sperimentale è la prova inconfutabile che un certo tipo
di cinema si sta ridescrivendo nei contenuti e nelle forme anche se in
Italia, a differenza di altri contesti geografico-culturali, le giovani
esperienze cinematografiche non riusciranno a trovare motivi (estetici,
politici, etc.) di coagulazione, affidandosi piuttosto a un frastagliato
nucleo di poetiche eterogenee.
Ale, il vertice più
significativo dell’inquietante quadrilatero familiare, irrompe nella
scena con un balzo felino. La sequenza iniziale ci introduce da subito
all’interno di un testo ricco di linguaggi non verbali, di gesti da
decodificare che si agitano alle spalle di una comunicazione più normale
costituita dal solito frasario comune un po’ a tutti gli ambienti
familiari borghesi. Bellocchio carica l’universo concentrazionario della
casa isolata dal resto della provincia e di una gestualità che se da una
parte funge da canale privilegiato nei rapporti interpersonali (Ale e
Giulia e la loro complicità morbosa fatta di sguardi, carezze, morsi e
schiaffi) dall’altra sembra creare una vistosa frattura con il mondo
emotivo circostante (Ale e la madre, Ale e Augusto), senza dimenticare la
valenza dell’atto inteso come sintomo psicopatologico di una coazione a
ripetere che colloca la dimensione familiare al di fuori della Storia.
Lo spazio
fisico e quello diegetico sono sempre misurati su spostamenti che
prevedono la casa, l’ambiente domestico come proprio baricentro, luogo
in cui viene consumata grottescamente la tragedia esistenziale dei
personaggi che la abitano, nel loro distanziarsi (Augusto) e nel loro
permanervi (tutti gli altri). La villa è il centro topologico al quale si
ritorna dopo la visita al cimitero, dopo le scorribande notturne di
Augusto, dopo le passeggiate vanitose di Giulia, dopo lo spleen cittadino
di Ale. Solo Leone è l’unico personaggio che nella sua costitutiva
immobilità è condannato a regredire nel suo amnios (morirà affogato
nella vasca da bagno). L’abitazione domestica con i suoi interni e i
suoi labirintici anfratti è lo spazio eminente della Krankeit zum Tod
di Thomas Mann (che condurrà letteralmente Ale a una tragica morte “in
musica”), della contraddizione, del negativo come impasse logica e
pragmatica (la famiglia rappresenta la borghesia e nello stesso tempo ne
è la negazione, la ribellione di Ale nei confronti dell’istituto
borghese è contemporaneamente irrazionalistica trasvalutazione dei valori
e a-morale tentativo di razionalizzare l’evoluzionismo borghese mediante
funebri e feroci teoremi); terrificanti spettri che si aggirano per casa
assumendo le sembianze dei familiari in cui viene fantasmizzata una
rimozione sociale dalla quale Augusto vorrebbe fuggire per rifugiarsi
nella meschinità di una vita borghesemente normale sposando Lucia.
Mauro F. Giorgio
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