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Regia:
Narciso Ibáñez Serrador
Interpreti: Lilli Palmer, Christina Galbó, John Moulder-Brown, Mary Maude, Pauline
Challoner
Durata: 99’
Produzione: Spagna 1969
Etichetta: NoShame Films
Audio: Spagnolo 1.0, Italiano 1.0
Sottotitoli: Italiano
Codifica: Pal
Ratio: 2.35:1
Formato: 16: 9 anamorfico
Layer: DVD 5
N° dischi: 1
Extra: -
Prezzo: 9,90 €
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La
NoShame Films rilancia il mercato settembrino dell’home video pubblicando
l’atteso dvd di Gli orrori del liceo femminile, opera
imprescindibile del cinema fantastico spagnolo firmata da Serrador,
accompagnato dallo spy-movie d’antan I raggi mortali del Dr. Mabuse,
apocrifo langhiano di Fregonese, e dal trascurabile decamerotico I
racconti di Viterbury dell’eterogeneo Caiano. Il master è quello
integrale (i tagli effettuati sono quelli a monte apportati dalla censura
franchista) e dal formato scope corretto già utilizzato dal dvd spagnolo
della Divisa Red che offre una qualità video purtroppo non eccelsa,
funestata con fastidiosa frequenza da graffi di pellicola i quali sembrano
farsi beffe del (presunto) “nuovo transfer digitale” dichiarato in
fascetta. L’audio spagnolo originale è più che accettabile, quello
italiano sempre monofonico presenta notevoli segmenti estremamente rovinati
(traccia d’epoca non restaurata né rifiltrata, un vero peccato). I
sottotitoli, solo in italiano, seguono pedissequamente, e dunque con enorme
approssimazione, i dialoghi del doppiaggio, lasciando completamente mute
sequenze nelle quali si impreca furiosamente sotto tortura, e traducendo
spesso e volentieri con ingiustificata edulcorazione lessicale. Dulcis in
fundo il comparto contributi speciale è letteralmente sguarnito, non
essendovi infatti alcuna traccia dell’unico extra annunciato, ovvero il
trailer della prossima edizione NoShame Ma come si può uccidere un
bambino?
Pur essendo senza dubbio apprezzabile lo sforzo della NoShame nel recuperare
dall’oblio questa importantissima pellicola, presentata peraltro in una
confezione dalla veste grafica molto ben curata, non possiamo non tenere in
seria considerazione i numerosi difetti che costellano la proposta
rendendola di non encomiabile fattura.
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Trama. Orribili e misteriosi delitti riguardanti giovani
fanciulle vengono consumati all’interno di un collegio femminile nei
pressi di Avignone sul finire del secolo scorso. La severa direttrice
Madame Fourneau con l’aiuto di alcune ragazze cerca di venire a capo
degli inquietanti accadimenti.L’opera di Narciso (“Chicho”)
Ibáñez Serrador, regista uruguayano con eminenti esperienze televisive
in madrepatria, in Argentina e poi trapiantato verso la metà degli anni
‘60 in Spagna, si inserisce con diritto e con merito, tra il revivalismo
nostalgicamente fuori tempo massimo di Paul Naschy/Jacinto Molina,
l’eccentricità di Jesus Franco e il folklore di Amando De Ossorio,
nell’alveo della cinematografia iberica di genere orrorifico
tematizzando argomenti estremamente audaci considerato il contesto storico
di riferimento mediante una cifra stilistica del tutto personale. Uno
degli elementi di maggior rilievo del cinema di Serrador è l’aver
annullato la distanza nelle forme espressive di cinema e televisione.
Serrador ha sempre, fondamentalmente, operato in maniera cinematografica,
lavorando anche televisivamente su tempi e modi cinematografici, perciò
non rimaniamo affatto stupiti dalla maturità di stile enunciato nel suo
primo film in pellicola che è appunto Gli orrori del liceo femminile
(titolo dell’italica distribuzione che travisa immancabilmente la
valenza semantica dell’originale).
La residencia
diviene simbolicamente da subito il lieu inquietant entro il
claustrofobico perimetro del quale avvengono morbosi incroci, diaboliche
giunzioni, di derive relazionali improntate agli psicologismi più
sotterranei. L’attenzione per la tetra ambientazione dell’antico
maniero come spazio claustrale (quasi hammeriano) dalle suggestive
atmosfere orrifiche suggerisce una sorta di frammentazione a mo’ di
scacchiere nell’ambito del quale sono relegati i movimenti di due
blocchi contrapposti: quello dell’apparentemente spietata figura della
direttrice (interpretata dalla veterana, bravissima, Lilli Palmer) e il
suo entourage di aguzzine, e quello delle collegiali. Lo spazio filmico (e
la sua conseguente costruzione) oltre ad essere attraversato,
inevitabilmente, da evidenti elementi esploitativi quali sesso e violenza
(l’esibita intemperanza della sensualità ninfea viene sorvegliata e
punita secondo la logica del castigo), viene trafitto dal languore
geometrico della traiettoria degli sguardi tra il candore virginale delle
educande e la grevità delle loro educatrici. Un sottotesto visivo di
sconcertante e folgorante inesplicitezza ammantato di una sublime
sensazione di paura e desiderio in grado di sublimare la palpitante
pulsione celata sotto uno strato di normalizzata identità sociale e che
prefigura un perverso gioco di ribaltamento nei ruoli (fino a quello di
vittima e carnefice). E in tutto questo la sobrietà espressiva, pur nelle
iperboli della debordanza cromatica della carne e il sangue,
nell’affrontare con calcolata sottigliezza un tema tipico come l’edipicità,
vissuta con cruda tenerezza mediante gli occhi di un figlio
“maledetto”, e parallelamente la delicata follia nel descrivere
sussurrato la degenerazione dovuta al fantasma edipico di una libido
erotica nella perversa declinazione della necrofilia rivelata in uno dei
finali più belli della storia del cinema (non solo) horror.
Rinvenire in La residencia – come fanno quasi tutti – il
referente prototipico di Suspiria è legittimo, ma bisogna farlo
con la consapevolezza del fatto che Argento ha girato tutt’altro film.
Mauro F. Giorgio
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