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Regia:
Kenji Mizoguchi
Interpreti: Bandō Minosuke, Tanaka Kinuyo, Bandō Kōtarō, Iizuka
Toshiko, Kawasaki Hiroko, Ohara Eiko, Nakamura Shōtarō
Durata: 95’
Produzione: Shōchiku
Etichetta: RaroVideo
Audio: Giapponese 2.0
Sottotitoli: Italiano
Codifica: Pal
Ratio: 1,33:1
Formato: 4: 3
Layer: DVD 9
N° dischi: 1
Extra: Intervista a Dario Tomasi.
Intervista
a Adriano Aprà. Booklet di 8 pag.
Prezzo: 19,90 €
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Thalassa, Thalassa! Giunge
dopo un’eterna attesa la prima edizione italiana di un film firmato da
Mizoguchi Kenji, grandissimo autore dimenticato trai dimenticati. E chi
dobbiamo ringraziare se non RaroVideo, etichetta da sempre estremamente
attenta alle rarità cinematografiche provenienti da ogni latitudine? Molto
probabilmente non è il capolavoro del maestro giapponese, benché pellicola
di immacolato splendore e innegabile rilevanza, ma lo accogliamo come
graditissimo incipit di una lunga serie di italiche edizioni della sua
opera. Sincerità da parte della label romana nell’annunciare un master
ridigitalizzato (un vecchio betacam di proprietà della Shōchiku) che
mostra con smaccata evidenza tutti i suoi difetti (graffi, spuntinature e
salti di fotogramma, traccia audio rovinata in qualche passaggio), in realtà
neanche in quantità preoccupante. La confezione è molto ben curata, con un
corredo di extra non amplissimo ma di gran qualità (ottima l’introduzione
di Adriano Aprà) che include pure una brochure di 8 ricche pagine di
notazioni storico-critiche.
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Trama. Sul
finire del XVIII secolo il pittore Utamaro si ritrova a contemplare una
serie di vicende sentimentali che lo riguardano solo marginalmente ma che
finiscono, pur nella drammaticità degli eventi, per fornire materiale
umano alla sua ispirazione artistica.
In Giappone gli anni
immediatamente posteriori al secondo conflitto mondiale sono segnati dalla
presenza delle truppe americane del generale MacArthur il quale impone un
democraticismo forzoso per contrastare e neutralizzare qualsiasi ipotesi
di revanscismo socio-culturale d’impronta tradizionalista che potesse
rivivificare le mai defunte istanze nazionaliste del popolo giapponese. Il
cinema, naturalmente, come eminente espressione culturale deve adeguarsi
alla linea politica occupazionista imposta, dunque, in primis, viene
vietata la produzione di jidaigeki (film storici, o in costume)
visti come pericoloso veicolo di diffusione di principi tradizionalisti.
Si ritorna (specialmente la Shōchiku) allo shomingeki degli
anni ’30, ovvero il dramma moderno ispirato dal nuovo teatro shinpa,
introdotto agli inizi del XX secolo, sensibile alla condizione sociale
dell’uomo (e, soprattutto, della donna) della contemporaneità. Per
l’interesse cinematografico rivestito da Mizoguchi nei confronti
dell’universo femminile il diktat estetico preteso dall’invasore
straniero non costituisce nessuno sconvolgimento all’interno della sua
peculiare poetica, tantoché girerà una sorta di trilogia incentrata
sull’emancipazione femminile costituita da Josei no shōri (La
vittoria delle donne), Joyū Sumako no koi (L’amore
dell’attrice Sumako) e Waga koi wa moenu (Il mio amore
brucia), nulla dunque di più contestualmente “democratico”
nell’ambito di un retaggio socio-culturale marcatamente e
millenariamente androcratico. Tuttavia Mizoguchi riesce sempre per conto
della Shōchiku (che abbandonerà nel ’51 per approdare alla Tōhō
prima e alla Daiei poi) a realizzare un progetto di jidaigeki a lui
particolarmente caro, incentrato comunque su una concezione del tutto
inedita della figura femminile: Utamaro o meguru gonin no onna (Cinque
donne intorno a Utamaro).
Utamaro (1753 – 1806), celebre pittore che operò nell’ambito dello ukyio-e
(immagini dell’effimero) specializzatosi nel genere bijin-ga
(immagini di bellezza femminile) nel quale raggiunse la sua più elevata
espressione artistica, si rende attento osservatore delle vicende umane
che lo coinvolgono più per condivisione spaziale (le azioni interessano
uno scenario di cose e persone condiviso dall’artista) che per attinenza
diretta e personale. La distanza stabilita tra sé e il mondo (significatico
l’espediente della suddivisione dei piani all’interno delle
abitazioni, favorito dai shōji) diviene inesauribile fonte di
conoscenza mediata dall’istituto dell’arte. L’oggetto non può
essere teoreticamente raggiunto se non mediante un percorso
voyeuristicamente indiretto, di negazione e riappropriazione mediante la
visione e, conseguentemente, l’opera d’arte. Il dipinto come oggetto
artistico è l’unico elemento attraverso il quale l’artista può
giungere rifigurandola alla comprensione della tragedia della condizione
umana evidenziata dallo spirito di donne infelici nella messa in
rappresentazione nell’ambito del teatro dei sentimenti sublimando
l’ossessione della libido del possesso oggettuale nell’opera d’arte
medesima, il dramma del quale non è dato dall’insanabile scissione
arte-vita, ma da qualsiasi ostacolo si frapponga tra l’un termine e
l’altro, come un quid che impedisca di vedere, di immaginare e (dunque)
di dipingere.
Mauro F. Giorgio
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