La Ballata di Stroszek
 (Stroszek)

Regia: Werner Herzog
Interpreti: Bruno S., Eva Mattes, Clemens Scheitz
Durata: 103’ 
Produzione: Werner Herzog Filmproduktion/Zweites Deutches Fernsehen, 1976
Etichetta: RHV
Audio: Tedesco mono 1.0, Italiano mono 1.0, Italiano 5.1 
Sottotitoli: Italiano
Codifica: Pal
Ratio: 1.66:1
Formato: 16: 9 
Layer: DVD 9 doppio strato; DVD 5 singolo strato
N° dischi: 2
Extra disco 1: Trailer originale – Commento al film di Werner Herzog e Norman Hill
Extra disco 2: Tre documentari diretti da Werner Herzog: How much Wood Would a Woodchuck Chuck…; Glaube und Währung (Fede e denaro); Huie’s Predigt (Il sermone di Huie)
Prezzo: 19,50 €

Il DVD


Un incanto. Difficile definire altrimenti l'edizione speciale de La ballata di Stroszek allestita dalla Ripley’s Home Video, casa attentissima alla cinematografia tedesca in generale (si veda lo splendido lavoro fatto per Querelle) e alla filmografia herzoghiana in particolare (autore di cui ha editato quasi tutti l’opera). Basterebbe l’eccelsa qualità del riversamento (il quadro è nitido e compatto, i colori tenui e ricchi di sfumature, le imperfezioni totalmente assenti) a rendere l’edizione più che desiderabile, ma la RHV ha deciso di renderla letteralmente irrinunciabile con un’impressionante batteria di extra. Non soltanto il pregevole trailer originale e l’avvincente commento al film dello stesso Herzog (fiancheggiato, e alla lunga piuttosto infastidito, da Norman Hill), ma addirittura un intero disco contenente tre documentari girati negli USA dal cineasta tedesco. Anche se la qualità visiva del secondo disco non è affatto paragonabile a quella del primo, i tre documentari rappresentano complessivamente un importante corollario all’analisi della cultura americana compiuta in Stroszek. Denaro, religione, linguaggio e comunicazione sono i quattro pilastri dell’american way of life che Herzog fotografa con crudele fascinazione, immergendosi fisicamente nel teatro dell’azione (in How much Wood Would a Woodchuck Chuck…, il documentario senza dubbio più magnetico dei tre, è il cineasta stesso, inquadrato più volte, a “catturare” il suono con il «Nagra» nell’arena a stretto contatto con mucche e vitelli). Un trittico essenziale, insomma, per esplorare in profondità la società americana nelle sue contraddizioni e nelle sue attrazioni (sempre inscindibili in Herzog). Sul fronte audio il discorso è solo in parte diverso dal solito: se la traccia italiano 5.1 è sensibilmente più chiara e dinamica di quella italiano 1.0 (come al solito penalizzata da un doppiaggio che soffoca qualsiasi rumore d’ambiente), l’originale tedesco, pur essendo 1.0, risulta incommensurabilmente più brillante e vivace, restituendo con cristallina immediatezza il suono in presa diretta. Tassativa, anche stavolta, la traccia originale sottotitolata. Menzione finale per il pieghevole incluso che, oltre a riportare preziose considerazioni herzoghiane, presenta schede tecniche semplicemente esemplari. Non all’altezza, purtroppo, l’anonima paginetta di commento critico.

Il Film


Trama: Bruno Stroszek, un artista di strada, esce dal carcere dopo un periodo imprecisato di reclusione. Insieme ad Eva, una prostituta malmenata dai suoi protettori, e a Scheitz, un vecchietto strambo e gentile, parte per gli Stati Uniti. Destinazione Midwest.

Il cerchio per me suggerisce nello stesso tempo il rituale e l’inevitabile (Werner Herzog).

Sceneggiato in soli quattro giorni da Herzog come risarcimento a Bruno S. (già protagonista de L’enigma di Kaspar Hauser) per la mancata scrittura in Woyzeck (il ruolo a lui promesso verrà assegnato a Kinski), Stroszek non è un semplice apologo sulla marginalità e sulla diversità, ma è, per così dire, l’alterità stessa precipitata in linguaggio cinematografico. Dilatando all’infinito lo spaesamento esistenziale del road movie, con questo film il cineasta tedesco fonda infatti un anomalo sottogenere, quello dell’abroad movie (se ci è concesso il barbaro neologismo), categoria a un solo membro di cui Stroszek rappresenta l’unico e perfetto esemplare. Non soltanto straniero a se stesso, come nella migliore tradizione dei film sullo sradicamento, Bruno è irrimediabilmente altro da sé, oggetto fra gli oggetti: parla di sé in terza persona, non dice mai “io”, dice “il Bruno” anteponendo addirittura l’articolo al nome; i suoi migliori amici sono strumenti musicali (“che ne sarà di loro, se il Bruno muore?”, si domanda preoccupato) che maneggia come fossero estensioni del suo corpo, vere e proprie protesi (si pensi alla sequenza del cortile, in cui la mano sinistra muove la fisarmonica, mentre la destra percuote i tasti di un vibrafono). Incapace di dominare adeguatamente il linguaggio verbale e di strutturarsi attraverso di esso, Bruno affida la formulazione della propria identità alla pratica musicale, ai segnali acustici (quando viene scarcerato, la prima cosa che fa è soffiare nella sua tromba, soltanto dopo pronuncia “Il Bruno torna in libertà”). È un uomo che esiste soltanto grazie alle cose, che nelle cose si smarrisce per poi ritrovarsi: la sua casa è una gigantesca collezione di oggetti sui quali riversa l’affetto e l’amore che gli sono stati negati. Sotto il profilo stilistico, La ballata di Stroszek possiede la stessa propensione a perdersi, a non riconoscersi che caratterizza il suo protagonista: un’inclinazione allo smarrimento, all’abbandono totale alle suggestioni del momento. Se è vero che la parte ambientata negli USA appare meno asfittica e claustrofobica di quella girata a Berlino, la scala delle inquadrature allargandosi sensibilmente, è altrettanto vero che il film non si cala mai in una misura espressiva definita, in una velocità narrativa uniforme, rifiutando con nettezza tanto il principio strutturale della progressione drammatica quanto quello, solo in apparenza meno vincolante, della spontaneità incontrollata da cinéma vérité. Uno stile che si definisce in negativo, insomma, come impronta di un approccio straordinariamente elastico: troupe leggerissima (12 persone in tutto) e metodo di lavoro a metà strada tra improvvisazione (quasi tutti attori non professionisti incoraggiati a lasciarsi andare) e alta professionalità (la fassbinderiana Eva Mattes e, coadiuvato da un giovanissimo Ed Lachmann, il fido Thomas Mauch come direttore della fotografia). Immersa in paesaggi sarcasticamente aperti e orizzontali (siamo nei dintorni di Plainfield, i luoghi di Errol Morris), la trasferta americana di Bruno si rivela in realtà la storia di una progressiva e ineluttabile chiusura del suo orizzonte vitale: la mdp la riprende con agghiacciante trasparenza, filmando con dolcezza terribile e infinita la quintessenza della tristezza umana. E mentre il camioncino in fiamme di Stroszek (nome tenacemente herzoghiano: anche il protagonista di Segni di vita, il primo lungometraggio del cineasta tedesco, si chiama in questo modo) gira in cerchio, l’armonica di Sonny Terry sibila furiosa Old Lost Joe. Un film “novembrino”.

Alessandro Baratti

 
Voto DVD: 9 Voto Film: 9

 

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