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Regia:
Paolo e Vittorio Taviani
Interpreti: Giulio Brogi, Lucio Dalla, Giorgio Arlorio, Pier Paolo Capponi, Fabienne
Fabre, Ferruccio De Ceresa
Durata: 93’
Produzione: Italia 1967 b/n
Etichetta: Surf Video
Audio: Italiano
1.0
Sottotitoli: Italiano
Codifica: Pal
Ratio: 1.85: 1
Formato: 16: 9 letterbox
Layer: DVD 9
N° dischi: 1
Extra: Trailer, galleria fotografica,
intervista ai fratelli Taviani, biografia dei registi, locandina
originale, la critica dell’epoca
Prezzo: 14,90 €
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Questa preziosa pellicola dei Taviani meritava senza dubbio una sorte
migliore di quella riservatale dalla Surf Video che propone un restauro in
digitale quasi invisibile (notare le parti chiare e sovraesposte, e
qualche grigio), dato il riproporsi della sgranatura, con un formato tra
l’altro inesatto (anche se perdonabile). L’audio è rimasto quello
monofonico originale che, rifiltrato digitalmente, rimane tutto sommato
apprezzabile. Bisognerebbe accontentarsi dunque del semplice fatto che
viene recuperata un’opera di rara bellezza e difficile reperibilità, se
non fosse per l’interessante intervista ai registi inclusa nei contenuti
speciali e il gustoso reportage critico dei giornali dell’epoca. Rimane
purtroppo scritto in calce sulla copertina del dvd (non è tutta colpa
della Surf Video ma un minimo di competenza non guasterebbe) l’equivoco
legato al titolo che travisa sostantivizzando ciò che invece nelle
intenzioni degli autori aveva valore aggettivale (Sovversivi).
Anche la data di produzione del retro copertina è inesatta: non 1957 ma
1967.
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Trama. Nell’occasione dei funerali della morte di
Togliatti avvenuta nell’agosto del ’64, alcuni strani personaggi si
ritrovano a Roma per dare l’ultimo saluto al segretario del Partito
Comunista Italiano.
Sovversivi
segna, tra tante cose, la fine di un sodalizio professionale (ma non certo
spirituale) intercorso trai Taviani e Valentino Orsini che durava fin dai
tempi delle prime esperienze documentaristiche degli anni ’50. Passione,
ideologia e urgenze espressive dettate da un sentimento politico condiviso
rimarranno invariabilmente il denominatore comune dei tre cineasti, ma i
modi dell’espressione prenderanno direzioni profondamente e
irreversibilmente differenti: tanto legati a forme riconoscibilmente
neo-realiste Orsini (I dannati della terra) quanto inclini a nuove
sperimentazioni linguistiche oltre il realismo i fratelli Taviani.
Il film,
che ha un movimento narrativo piuttosto scomposto e frammentato il quale
ricorda l’episodicità dell’opera precedente, I fuorilegge del
matrimonio, mostra una struttura scopertamente dialettica tra due
tendenze contrapposte determinate da un’energia centrifuga da un lato (i
personaggi con le loro variegate esistenze) e da una forza potentemente
centripeta dall’altro (la morte di Togliatti). I frammenti (soprattutto
diegetici, come si è detto) di vita delle varie figure, frantumati da
un’assenza imponente e ingombrante che diviene metonimicamente un vuoto
ideologico-politico sono raccolti dall’evento funereo che catalizza su
di sé tutto il senso filmico fungendo da unità semantica del molteplice
rappresentato. Il lutto, come morte di un padre, anzi del padre, è un
momento storico che va elaborato e superato poiché coincide con il tempo
della crisi non solo, oggettivamente, di un’epoca ma anche e soprattutto
delle esistenze individuali dei personaggi della mise en scène.
L’elemento chiave di questa elaborazione, sul quale si focalizza
l’attenzione di Paolo e Vittorio Taviani, è quello della sovversione (è
proprio da Sovversivi che matura nei registi di San Miniato la
consapevolezza di una sorta di poetica dell’esagerazione, del gesto
estremo che riconosce spezzandolo il torpore della realtà così com’è
per sovvertirla), per cui il racconto di queste individualità si sofferma
convulsamente sui frangenti di più acuta lacerazione interiore generata
dal proprio non riconoscersi all’interno degli schemi preordinati che ne
sclerotizzano l’esistere e il suo (non) senso. Ermanno (un Lucio Dalla
impagabile tutto corpo e sguardi di allucinata incertezza, che i Taviani
avevano conosciuto prima di diventare il cantautore che è, adoperando la
sua fisicità per alcuni caroselli) deambula insicuro e perplesso
sull’abisso delle scelte professionali proprio quando, una volta
laureato, ha la strada spianata per una carriera da insegnante (è forse
la figura psicanalitica più interessante e complessa, quella che a morte
avvenuta ha bisogno comunque di proclamare l’esigenza di un parricidio
profferendo davanti alla bara di Togliatti un quasi blasfemo “Era
ora!”), Ettore è lo straniero in terra straniera che coglie tutti i
fermenti di un irrequietudine ideologica a livello meta-nazionale ma si
rende conto che sono le sue radici geopolitiche a pretendere l’atto
rivoluzionario (finanche violento), e dunque torna in Venezuela,
Sebastiano e Giulia non sono la solita stanca coppia in crisi poiché
quest’ultima finalmente riesce a manifestare (prima di tutto a se
stessa) la natura più autentica del suo desiderare,
il suo orientamento (omo)sessuale come una liberazione psicologica
ed esistenziale, di fronte a un marito tutto chiuso nel suo provincialismo
da funzionario di partito, fedele alla linea, che maschera l’indicibile
(l’inaudibile) con una nevrosi da iper-razionalismo e infine Sebastiano,
regista cinematografico malato di tumore (sopraffina struttura abissale
esibita dal film in questo caso), che si sdoppia nel suo alter ego
Leonardo da Vinci (protagonista della pellicola che sta girando), per
cercare forse come il grande genio negli ultimi anni della sua vita, non
più il senso dell’arte, bensì quello dell’esistenza, non più il
furore solipsistico dell’espressione ma il valore umano della
comunicazione.
Mauro F. Giorgio
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