INTERPRETI: Silvio Muccino, Giuseppe Sanfelice di Monteforte,
Anna Galiena, Luca De Filippo, Giulia Carmignani,
Giulia Steigerwald
SCENEGGIATURA: Gabriele Muccino
FOTOGRAFIA: Arnaldo Catinari
SCENOGRAFIA: Eugenia F. Di Napoli
MONTAGGIO: Claudio Di Mauro
COSTUMI: Roberta Bocca
MUSICHE: Paolo Buonvino
Trama
Il mondo visto dagli occhi di un adolescente, in lotta con se stesso, con l'amore e la famiglia. Sullo sfondo una delle tante occupazioni di un liceo
romano…
Recensioni
Film secondo di un giovane regista di talento, Gabriele Muccino, "Come te nessuno mai" è sicuramente un'opera interessante, sia per la storia, certamente ben raccontata, che per la regia, dinamica e leggera, attraverso la quale il film prende forma in maniera delicata ma allo stesso tempo ben marcata. Raccontare la vita di un adolescente, porta con sé il rischio inevitabile di scadere nel banale, o nel facile moralismo: semplice sarebbe stato per il regista porsi in una situazione di giudice, e ricordare i tempi della gioventù, amplificandone di volta in volta i pregi o i difetti. La bellezza di questo film, al contrario, sta nell'aver mostrato come ogni generazione sia simile alle altre, come ogni età porti con se dei problemi più o meno gravi, e delle scelte da compiere più o meno importanti; ecco allora il ragazzo del liceo alla prese con i primi amori, suo fratello maggiore e "maturo" che soffre per una lunga storia finita, e gli stessi genitori che risolvono i loro problemi dallo psicologo. Sullo sfondo di tutte queste vicende, c'è la visione della scuola, vista come luogo d'incontro, di ritrovo, d'espressione; un posto che i giovani sentono il diritto di fare loro almeno per un po', per gestirlo come credono, per riempirlo di colori e di rumori. Naturalmente il sogno finisce, sia per colpa delle forze dell'ordine, sia per i genitori degli alunni, che probabilmente una volta acquisito il loro ruolo istituzionale hanno dimenticato cosa significa avere 16 anni. I ragazzi del liceo scelti, sono tutti attori esordienti, e se si lascia da parte qualche battuta recitata alla meno peggio, l'entusiasmo che anima tutto il film è davvero contagioso, e alcune sequenze sono veramente emozionanti, sia per chi ha ancora freschi nella mente i ricordi di quelle azioni, sia per chi li ha riposti nel fondo del proprio cuore. Un film che cerca di risvegliare in noi lo spirito degli anni che furono, che tenta di ricordarci la bellezza di quei tempi irripetibili; la scoperta dell'amore e il miraggio della "prima volta", l'occupazione e le liti con i genitori, gli amici amati e odiati. Tutto in questo film sembra ricordo di qualcosa che è già successo, e monito a tentare di vivere ancora così liberamente, ad abbandonare per qualche istante le nostre piccole certezze, e gettarci ancora una volta nel vortice della vita. Emozionante.
Matteo Catoni
Sedicenni
(troppo) se-dicenti
La
parola amore esiste, ma è difficile pronunciarla. Muccino illustra, nel
suo secondo film, i turbamenti che colgono un branco di adolescenti alle
prese con i primi rapporti sentimentali, più che sessuali (sebbene
l’obiettivo dichiarato senza posa da tutti gli interessati sia lo
sverginamento, il proprio). Tutto il resto (dibattiti politici liceali in
testa) è una perdita di tempo, per i protagonisti e per il regista.
Si parla d’amore, d’amore adolescenziale, per di più: tema frusto e,
apparentemente, di facile svolgimento (quale sia la causa, quale
l’effetto, lo decida chi legge), gravato dallo spettro della retorica,
potenzialmente vacuo. Può risultare un film giovanilistico, superficiale,
profondamente codino.
Ma è esattamente il film che il regista vuol fare, e – va riconosciuto
– sa come farlo, almeno parzialmente. La prima sezione di “Come te
nessuno mai” è acqua fresca (gradevole e insipida), un frenetico
carosello di caratteri e costumi giovanili, anzi, di idee che i
“grandi” hanno di tali caratteri e costumi, colti nei loro tratti più
grotteschi: culmine di questo vivace teatrino delle assurdità, più che
dell’assurdo, l’assemblea scolastica, ghignante sberleffo verso le
cognizioni raccogliticce e le tematiche appena orecchiate che i ragazzi
(dice l’autore) spacciano per fede politica. Gustosi i quadretti di vita
familiare, con cammeo (e autocitazione da “Ecco fatto”) di Enrico MTV
Silvestrin. La sostanza è monocroma e vacua come nel successivo “Ultimo
bacio”, ma in questo film il regista riesce quanto meno a tenere desta
l’attenzione: a distrarre dalla povertà del contenuto e da uno stile di
ripresa patinato all’eccesso provvedono uno script fulminante,
linguisticamente incontenibile, e una direzione d’attori non strepitosa,
ma corretta e con qualche guizzo (la Galiena è una perfetta madre
“amica”, o presunta tale); la “recitazione” dei giovani, poi, è
così stonata da fare tenerezza.
Insomma, il film avrebbe potuto essere una simpatica, imperfetta,
promettente vittoria della forma sul contenuto. Entra l’Amore (o
presunto tale), il meccanismo s’inceppa. Persa come d’incanto la vena
canagliesca, il film si smarrisce in un’ostentata elegia del primo amore
e del primo rapporto sessuale (inscindibili, ovviamente, a opportuna
salvaguardia della morale). L’esigenza è quella di ribadire,
concretamente (sulla pelle degli spettatori), l’intensità assoluta che
gli adolescenti possiedono, o credono di possedere, in tutto quello che
fanno (vedi il titolo): ecco quindi un’ora buona spesa a preparare, con
interminabili perle filosofiche d’accatto, pochi secondi di amplesso,
peraltro girati con inesistente senso estetico e grammaticale, fra
dissolvenze al nero che (mal)celano paura della censura (per una scena di
sesso fra minorenni) e scarsa conoscenza del significato percettivo di un
simile espediente cinematografico. Naturalmente,
dovremmo essere molto commossi per la scoperta dell’eros da parte di
giovani spiriti ansiosi. Lo saremmo, se non conoscessimo già Téchiné e
altri autori in grado di unire allo splendore (non solo alla vivacità)
della forma un profondo, pudico rispetto nei confronti dell’età acerba.
Stefano
Selleri
Al supermercato dei sogni e delle aspirazioni
I "Come te nessuno mai" non hanno cambiato il mondo ma hanno aiutato a crescere. L'amore ideale e l'ideale politico escono quasi sempre sconfitti dall'evidenza dei fatti, ma persistono in eterni ritorni generazionali di ribellione ed esigenze affettive. Muccino sbaglia nel non prendere sul serio, in modo aprioristico, la voglia d'essere "contro" il Sistema degli adolescenti: guarda subito con sospetto i "figli di papà" che cantano il proletariato e la sua lotta per la giustizia sociale, esaurisce le ragioni del loro agire in ansie d'aggregazione, d'affermazione della propria identità, di superficiale ed incosciente alleanza con movimenti che non nascono spontanei. E' con la prepotenza che afferma la supremazia del sentimento d'amore, quando uno sguardo distaccato o equidistante avrebbe portato più acqua al suo mulino, seguendo semplicemente il corso dei rivoli. Dopo ECCO FATTO, ripropone il suo minimalismo avatiano liceale con un'estetica moderna, strizza ancora l'occhio alla generazione rappresentata (lo slang, i conflitti con le figure parentali, i primi amori e la prima volta, le riflessioni sugli stereotipi che disegnano i costumi e gli atteggiamenti), è sempre alla ricerca di una visione "universale" in cui padri e figli possano specchiarsi in percorsi esistenziali simili, addita con superficiale efficacia le distorsioni che scortano i sinceri trasporti dei giovani. Al supermercato dei sogni e delle aspirazioni, dove la politica è come un vestito, si svende il manuale per diventare leader e le fanatiche suddivisioni fra Destra e Sinistra si comprano in semi, sono in stock anche commoventi o genuini capitoli di un romanzo di formazione comune a tutti. Prendi 2, paghi 3: Silvio Muccino, l'esordiente fratello del regista, è una scommessa vinta, funzionano le sue confidenze con il fratello maggiore (il bravo Silvestrin) ed è certamente un bel brano di cinema il "Primo Amore" finale, intercalato da fotostatiche di gruppo di famiglia e porzioni di cielo. Più difficile battere cassa per il pretenzioso prologo che, con voci off, s'aggancia alla storia italiana recente, per lo stilema godardiano senza seguito (con tanto di cartello sulle mode e le divise), per i dialoghi forzati e le frasi fatte sul '68 e l'incomunicabilità con i genitori, per la destrezza che non abbandona mai la furbizia.
Niccolò Rangoni
Commenti
Un altro film per radical-chic
Già l'incipit del film (l'audio di telegiornali di varia epoca durante i titoli di testa, dal '68 alla vittoria dell'Ulivo) inizia a far capire bene il pubblico a cui è rivolto il film. Fin qui nulla di strano, nè di cattivo: non è certo dall'orientamento politico che si intuisce la validità o meno di un film (e chi scrive questa recensione non è certo di destra), anche se ci sono sempre stati pessimi esempi di cinema "ulivista", uno per tutti "I Vesuviani" di qualche anno fa... A rendere più chiaro il target di questo film, ci si mette la trama: la vita di un giovane studente del Mamiani , storico liceo romano della sinistra-bene, fra occupazioni, scoperta del sesso e contrasti con la famiglia. Si poteva forse scegliere un fetente tecnico-commerciale o uno scientifico? No, liceo classico, ed anche il migliore, immancabilmente a Roma, quello dove intere generazioni di politici di sinistra hanno scoperto, appunto, la politica, il sesso, l'amore...ehhh, quanta nostalgia, verrebbe da dire ai rutelliani che da giovani indossavano la kefiah. Bene, al di là del commento politico, forse un pò acido, ma in fin dei conti veritiero, passiamo alla sostanza del film, che, permeato da una certa volontà di onestà intellettuale (la frase "anche noi siamo dei figli di papà" pronunciata all'inizio del film, o il discreto ritratto delle "tipologie di giovani", che però non fa altro che esaltare -volontariamente o involontariamente- i "giovani alternativi"), non fa comunque molto per risultare coerente. La scena dell'occupazione, nonostante una timida critica della politica in classe, sprizza retorica da tutti i pori: bandiera rossa fatta sventolare nei corridoi della scuola, immancabile esaltazione del '68, rendono abbastanza irritante il quadro, reso ancor più improbabile dalla recitazione smorfiosa dei ragazzini (se si parla di ragazzi non professionisti, preferisco di gran lunga i veri proletari pieni di rabbia di "Meri per sempre", altro che questi poppanti!), eccezion fatta per il protagonista. La regia non aggiunge nè toglie nulla: riprese decisamente regolari e impersonali, un misto fra fiction alla "Un posto al sole" e spot dell'Enel o della Tim, spacciato per cinema d'autore grazie alla presenza delle suddette bandiere rosse, che risolvono sempre tutto. Indimenticabili poi i genitori del protagonista. ricchi, di sinistra e illuminati, ivi compresa una comprensivissima ed elegantissima Anna Galiena che trova corrispondenza nel 5% delle madri italiane. Insomma, se l'intento di fare un onesto spaccato della gioventù italiana è indiscutibile, il risultato tradisce completamente le premesse: un cinema che si autoincensa nelle proprie idee (tradite poi nella pratica, come da sinistra diessina, e, checchè se ne dica nel film, quest'opera è più diessina che mai), che si stringe nella propria cerchia emarginando tutti gli elementi estranei (l'unico elemento "non alternativo" del film è inevitabilmente un naziskin...), e che, in definitiva, è dedicato solo ad un fetta di pubblico, in tutto e per tutto simile ai protagonisti. Se vogliamo trovare un esempio più onesto di "cinema scolastico" italiano, è molto meglio "La Scuola" di Daniele Luchetti: meno banale, assai più realistico, meno edulcorato e banale, e persino più allegro. La gioventù italiana è assai diversa, e non basta descrivere quattro liceali dalla faccia pulitina e pieni di buoni sentimenti per pretendere di creare uno spaccato dei sedicenni di oggi. Se poi l'intenzione era -ed è- quella di fare un "ritratto di famiglia" specifico, un pò come nelle famiglie nobili si appendevano nel salone i ritratti di figli, genitori e parentame eletto vario, Muccino poteva benissimo dirlo. E, difatti, è come se lo dicesse. Ma non è detto che tutti debbano necessariamente ascoltarlo.