| Recensioni
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C'è molto Bunuel in questo film di Ioseliani, come del
resto c'è molto del regista del "Fascino discreto della
borghesia" in tutta la filmografia e la poetica del regista
georgiano, cittadino del mondo disincantato e sarcastico come solo i
vecchi "sradicati" sanno essere. Lo sguardo realistico con il
quale rende quotidiano e banale l'assurdo, la straordinaria facilità con
la quale racconta le "non-storie", la ferocia spietata con la
quale descrive l'ambiente alto-borghese, ormai solo patetica ombra di
quello luccicante degli anni settanta, sbeffeggiato in prima persona dal
regista stesso, che nel film veste i panni del vecchio patriarca ubriacone
in cerca di una fuga marina, senza orizzonti o gabbie sociali; in tutto
questo, e in altro ancora, si riconoscono tracce del mondo e modo
bunueliani. Ma Ioseliani ha comunque una propria indubbia personalità
d'autore e una conoscenza approfondita degli sviluppi della poetica
dell'assurdo nel nostro secolo. Infatti, sembra non dimenticare,
rielaborandola genialmente, la lezione di un grande letterato del
diciannovesimo secolo: Reymond Queneau. Quest'ultimo, in uno dei suoi
romanzi più riusciti, "Les fleures bleu", disegnava figure di
folli veggenti che fuggono dalla vita e dagli orrori della Storia prima
abbandonandosi in "dolci deliri alcolici" poi riuscendo
realmente ad abbandonare la terraferma favoriti da un nuovo diluvio
universale. Accanto a questo venivano ad intrecciarsi periodi storici
differenti, tutti segnati dalla violenza e dal sangue, attraversati da un
immortale duca, burbero ed erotomane. Di tutte queste curiose figure c'è
traccia in ogni personaggio del film, mentre l'attraversamento delle
epoche storiche caratterizzava il precedente film dell'autore,
"Briganti nel tempo". La pioggia, l'acqua che scorre,
testimoniano un "divenire" inarrestabile al quale o ci si
arrende consapevoli in attesa di una fuga che forse è solo un chimerico
sogno (come il vecchio ubriacone) o si cerca di non percepire rifugiandosi
nel rassicurante grigiore borghese (come la moglie). Dietro la leggerezza
del tocco, si nasconde una visione del mondo che non lascia spazio alla
speranza. Si ride, ci si abbandona al dolce delirio, ma si percepisce che
la fine, secondo lo stoico regista, è vicina.
Manuel Billi
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